70 anni fa, l’Unione Sovietica represse duramente la rivolta ungherese, violando palesemente il diritto internazionale. Della sovranità e dell’indipendenza di uno Stato membro dell’Onu i Signori del Cremlino fecero strame. Nikita Kruscev, in reazione alla decisione del legittimo governo democratico di Imre Nagy di uscire dal Patto di Varsavia, diede l’ordine al maresciallo Ivan Stepanovič Konev di stroncare l’insurrezione con ogni mezzo. Migliaia furono le vittime – 2.700 morti tra gli ungheresi e 720 caduti tra i soldati sovietici ma il bilancio globale sale a 15.000-20.000 vittime, considerando anche i feriti gravi, gli arrestati e le successive esecuzioni, tra le quali quella del premier.
Ricordo l’orrore e l’indignazione suscitati, soprattutto nell’opinione pubblica borghese e liberale (assai meno tra gli elettori qualunquisti della DC), dai fatti di Budapest. Gli Stati Uniti vennero accusati di non difendere la libertà e l’indipendenza dei popoli, nonostante che nella loro retorica ufficiale si proclamassero difensori del ‘mondo libero’. All’epoca alla Casa Bianca si trovava un prestigioso generale – il vincitore della Seconda Guerra Mondiale – Dwight D. Eisenhower e alla guida della Central Intelligence Agency (CIA), Allen W. Dulles un controverso politico, anticomunista e conservatore. Per gli Stati Uniti intervenire in Ungheria avrebbe significato rompere lo «status quo» stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale ed esporre il mondo al rischio di una terza guerra mondiale. Se giovanissimo facevo parte degli antipatizzanti dell’America per la sua colpevole mancanza di sostegni agli insorti ungheresi, oggi sono portato a credere che si trattò di decisione saggia. La Russia, in virtù della destalinizzazione – promossa da Kruscev col famoso rapporto (Sul culto della personalità e le sue conseguenze) tenuto il 25 febbraio 1956 durante l’ultima sessione a porte chiuse del XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) – non era più uno stato totalitario, nel senso rigorosamente politologico del termine (v. Hannah Arendt, Mario Syoppino, Domenico Fisichella, etc.) ma era diventata un’autocrazia, ovvero «una forma di governo in cui il potere è concentrato nelle mani di una sola persona o di un ristretto gruppo di individui, che lo esercitano senza alcun controllo, limite giuridico o consenso democratico da parte dei cittadini», più o meno quella che è oggi, anche se oggi può definirsi un’autocrazia democratica. La nuova forma di governo comportò, inutile negarlo, una relativa autonomia per i paesi satelliti. In Ungheria, in particolare, a capo del governo, dal 1956 al 1988, venne chiamato Janos Kadar. Decisamente ostile agli insorti – fu lui a chiedere l’intervento dell’Armata Rossa – tra il 1962 e il 1963, il leader ungherese promulgò un’amnistia per i detenuti politici della rivoluzione del 1956 e, inoltre, promosse nel paese una politica economica aperta nei confronti del libero mercato, che favorì la diffusione dei beni di consumo, rilanciò il turismo e condusse l’Ungheria negli anni settanta ad essere il paese del blocco socialista con la migliore qualità di vita. Il disgelo con l’Occidente e le numerose aperture e concessioni alle richieste di una società civile che chiedeva maggiore libertà nell’economia come nella cultura, fecero definire la sua politica «comunismo Goulash», dal piatto tipico ungherese.
Se si pensa a questa vicenda, non si può non concludere che fu saggio, da parte degli Americani, non dare ascolto agli ‘intellettuali con l’elmetto’ del tempo. Venne evitata la terza guerra mondiale e i decenni di pace, che ne seguirono, convalidarono il detto «finché c’è vita c’è speranza», come non si sono mai stancati di ricordare i Pontefici nelle loro encicliche. Non c’è bisogno di scomodare Erasmo da Rotterdam che, negli Adagia (1515) sulla follia della guerra, scriveva: «…la guerra è il male più atroce e pernicioso, che da solo tutti li comprende e li supera». A meno di non vivere in un regime totalitario, le società, passata la tempesta, riescono sempre a ricostituire, bene o male, un minimo di tessuto civile, che come un cerchio d’acqua via via s’allarga con il tempo e promuove lo sviluppo economico e culturale, con ricadute sui diritti civili e da ultimo, anche politici (anche se, per questi, occorre aspettare molti anni).
Ogni volta che nel mondo si assiste a episodi di violenza e di sopraffazione, il pensiero corre sempre a Hitler: fiat iustitia pereat mundus, non si può consentire impunemente a un dittatore spietato di ridurre un popolo alla condizione degli schiavi negri nelle piantagioni del Sud (era la sorte che il Fuhrer prevedeva per i popoli slavi, nella Russia conquistata). Meglio morti che rossi, si diceva in Italia negli anni cinquanta e qualcuno lo ripete, anche ai giorni nostri, in riferimento al conflitto russo-ucraino. Sennonché la retorica in politica non paga mai. Se dall’altra parte della barricata non si trovano regimi totalitari (o fondamentalisti religiosi tagliagole), bisogna fare il possibile e l’impossibile per spegnere l’incendio della guerra, prefigurando accordi accettabili, pur se, obtorto collo, da entrambe le parti. Tutto va tentato per impedire la distruzione dei centri abitati, delle infrastrutture, delle opere civili e, soprattutto, il sacrificio di migliaia di cittadini, soldati e civili. Secondo la più recente stima del Center for Strategic and International Studies di Washington, nel conflitto russo-ucraino, i soldati morti, feriti e dispersi su entrambi i fronti sarebbero 1,8 milioni e le perdite russe 1,2 milioni, il doppio di quelle ucraine, circa 600.000.
È pacifico per tutti che sia stata l’invasione russa ad aver provocato tutto questo e dimentichiamo pure quanto scriveva Benedetto Croce, nella Storia d’Europa (1932), sulla «disperata la ricerca della cosiddetta ‘responsabilità della guerra’ riferita agli individui o ai popoli, i quali tutti possono, sillogizzando, rigettare su altri la colpa che si vuol fare pesare sopr’essi, e di altri in altri riportarla fino all’autore del mondo». Ci si chiede, però, se davvero non c’era spazio per sostanziose concessioni a Mosca, a cominciare dal riconoscimento della sovranità sulla Crimea (nel 2014 il Consiglio supremo della Repubblica autonoma aveva votato la secessione dall’Ucraina e la richiesta di annessione alla Federazione russa, decisione confermata con il 97% dei voti favorevoli da un referendum popolare. E nonostante il mancato riconoscimento della comunità internazionale e l’emanazione di sanzioni da parte di Stati Uniti ed Unione europea, il 18 marzo Putin aveva firmato il trattato di adesione della Crimea alla Federazione russa).
Oggi l’Ucraina vive una catastrofe demografica: nel 1991, era passata da circa 52 milioni a 40-45 milioni, dopo l’invasione russa è scesa a 20/23 milioni di abitanti: in altre parole, si è dimezzata. Davvero tutto questo era inevitabile e la consegna di «neppure un centimetro quadrato di terra ucraina alla Russia!» insuperabile? Si può pensare quello che si vuole sulla guerra ucraina, ma demonizzare chi si pone tali domande, accusarlo di viltà o di cinismo è da «dottor Stranamore».

Vittorio Midoro dice
Penso che un dialogo tra colleghi dovrebbe essere di questo tipo:
C1: C2 ha detto A ma secondo me à B infatti
C2: ho detto A perché
C1: ma non tiene conto di
C2: infatti ma
…………………………..
Invece qui trovo
C1: C2 e C3 sono somari!
Allora penso
C1 è un professore all’antica e C2 e C3 sono alunni ignoranti
Oppure
C1 è un frequentatore dei social intruppato in un gruppo di fanatici, che all’argomentazione preferiscono l’insulto.
Gianfranco Pasquino dice
WOW, many many thanks for your inspired analysis.
Neville Chamberlain
Michele Magno dice
È rivolta a me, prof.?
Dino Cofrancesco dice
No caro Magno, il Prof. Pasquino risponde a me. Ironicamente cita le parole pronunciate da Neville Chamberlain nel settembre 1938 alla Conferenza di Monaco.
Non ho capito cosa c’azzecca ma non fa niente
Michele Magno dice
Signor Ieraci, se i suoi interventi sulla guerra russo-ucraina sono ad mentulam canis come quello qui postato, le assicuro che non sono interessato a leggerli. Per temperare la sua arroganza, le consiglio di ripetere ad alta voce, prima di scrivere, il motto di Spinoza: “Non ridere, non lugere neque detestari sed intelligere”.
Giuseppe Ieraci dice
Beh che lei fosse un c……e, lo sospettavo, grazie per avermene dato conferma con la sua mail.
Resto a sua disposizione, può cercare i miei riferimenti in rete.
Michele Magno dice
My Lord, che lei fosse un gran cafone non lo sospettavo, ne ero certo dopo aver letto il suo post.
Non resto a disposizione, ma può cercare i miei riferimenti in rete.
Provo una pena infinita per i suoi studenti.
Giuseppe Ieraci dice
Sono intervenuto sulla guerra russo-ucraina svariate volte, chi è interessato cerchi il mio nome tra gli autori e legga.
Inutile dire che le posizioni di Magno mi sembrano quelle di un idealista, che per la causa sacrificherebbe anche mamma e sorella. Posizioni valoriali rispettabili, ma che non tengono conto :
– che i valori sono tutti opinabili, che se Magno ha madri e sorelle da sacrificare, ce li hanno anche gli altri, e che le sue madri e sorelle non sono meno nobili di quelle degli altri;
– come scritto in un intervento tempo fa, la Russia fa parte del novero ristretto degli Stati Continente, con un’ estensione e una disponibilità di risorse tali che la rendono, non dico invulnerabile, ma difficilmente abbattibile. Come ben sapevano gli americani anche nel 1956, e credo tuttora sappiano.
Dino Cofrancesco ha ragione su tutta la linea.
Il diritto internazionale è una finzione tragica nella quale credono gli ingenui che hanno madri e sorelle da sacrificare.
Michele Magno dice
Caro prof. Cofrancesco, i colleghi somari a cui mi riferivo sono i proff. Barbero e D’orsi, nessuno dei due, mi corregga se sbaglio, dirige la NRS. Per quanto mi riguarda, la mia fonte è il prof. Aldo Ferrari (Storia della Crimea. Dall’antichità a oggi).
Zelensky ultimamente parla assai poco della Crimea. E, quando ne parla, con ogni evidenza lo fa per mantenere simbolicamente un punto negoziale.
Anch’io non so come andrà a finire il conflitto russo-ucraino. So, però, che quella che per Putin doveva essere una passeggiata di qualche settimana dura ormai da quasi quaranta mesi. Inoltre, bisognerebbe andare a Kyiv (io ci sono stato) per capire le ragioni della resilienza del popolo ucraino.
Può darsi, come lei sostiene, che Europa e Usa non abbiano fatto nulla per evitare il conflitto. So, però, che Putin ha fatto di tutto per iniziarlo.
Infine: se Churchill avesse seguito con Hitler l’adagio di Erasmo da Rotterdam, secondo cui “la pace più ingiusta è preferibile alla guerra più giusta” (Querela pacis, 1517), probabilmente questa nostra conversazione non ci sarebbe stata. Un caro saluto, MM
Dino Cofrancesco dice
Eugenio Di Rienzo ne “Il conflitto russo-ucraino. Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale” (Ed. Rubbettino) sostiene che “il recente colpo di Stato di Kiev è stato l’ultimo atto di una strategia messa in atto per spingere l’Ucraina nella Nato e quindi per preparare il terreno alla definitiva disintegrazione della Russia come Grande Potenza. Dopo aver assistito a questo tentativo di minare le basi geostrategiche della sicurezza russa, Putin è tornato con maggior forza a promuovere un’azione in grado di ricostituire la sfera d’influenza di Mosca nelle regioni dell’ex Unione Sovietica e di dimostrare alla comunità internazionale che l’Orso russo possiede ancora artigli forti che gli consentono di tenere a bada i suoi avversari. Sfidando la Russia nel suo cortile di casa l’Occidente ha dato il via a una crisi globale destinata a minare per i prossimi anni la possibilità di costruire un pacifico ordine mondiale.
Forse il Direttore della ‘Nuova Rivista Storica’ sbaglia, ma è quanto sostengono autorevoli scienziati politici, storici e filosofi. In ogni caso, che un pacifico ordine mondiale sia sempre più lontano è una realtà.
Michele Magno dice
Caro prof. Cofrancesco, mi consenta di farle una domanda. Mettiamo da parte la Crimea, pure conquistata con la forza e che alcuni suoi colleghi un po’ somari sostengono che “è stata sempre della Russia”. La mettiamo da parte perché Zelensky, di fatto, non la rivendica più. Il presidente ucraino ha proposto a Putin di aprire un negoziato partendo da un congelamento dell’attuale linea del fronte. La risposta dell’autocrate del Cremlino la conosce. Con tutta evidenza, egli non sta vincendo la guerra. Lei cosa pensa, che sarebbe meglio cedergli tutto il Donbas “gratuitamente” (per usare un avverbio reso iconico da un politico italiano molto vicino a Mosca) per chiudere il conflitto?
Con immensa stima, Michele Magno
Dino Cofrancesco dice
Caro Dr. Magno
in Internet può leggere che l’ “‘Ucraina continua a rivendicare la Crimea come proprio territorio sovrano e rifiuta di riconoscerla come parte della Russia. Sebbene il presidente Volodymyr Zelensky abbia ammesso la difficoltà pratica di riconquistare militarmente la penisola, la posizione ufficiale di Kiev rimane invariata, con azioni militari e diplomatiche costanti per ottenerne la restituzione.”
Il collega’ somaro’, che ha scritto sulla Crimea dirige una delle riviste storiche più antiche e prestigiose d’Italia–la Nuova Rivista Storica–e il suo saggio sulla Crimea è serio e documentato.
Può darsi che abbia torto e che Lei abbia ragione ma il mio problema era un altro, quello di dimostrare che “la pace a ogni costo” è preferibile ai ‘disastri della guerra”. Non so come andrà a finire il conflitto russo-ucraino– John Mearsheimer ritiene che, col tempo, sicuramente sarà vinto vinto dalla Russia. Ma di una cosa sono sicuro: che Europa e S.U. non hanno fatto nulla per evitarlo, convinti che l’entrata nell’Ucraina nel ‘mondo libero’ e la sconfitta della Russia avrebbero reso il pianeta più libero e più sicuro..