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Anime belle accademiche

22 Settembre 2025 di Dino Cofrancesco 5 commenti

77 colleghi storici del pensiero politico hanno firmato un manifesto per Gaza «in modo analogo a quanto hanno fatto molte altre studiose e studiosi, società scientifiche e Senati accademici».

Ritengo Netanyahu un irresponsabile farabutto ma, in quanto studioso, non riesco a condividere l’iniziativa. Ben volentieri aderisco alla richiesta di versare contributi in denaro o in aiuti economici e sanitari alle vittime dell’esercito israeliano, ma come cittadino qualunque, non come professore emerito, membro di diritto della categoria degli ‘intellettuali’. Quale autorità morale e politica, infatti, può avere in una democrazia a norma, una ‘corporazione’ di professori? E se fossero i tranvieri a manifestare la loro solidarietà a Gaza, perché la loro competenza etico-politica dovrebbe essere minore di quella dei politologi? Abbiamo una strana concezione della democrazia. Ordini professionali, associazioni di categorie non debbono limitarsi (e sarebbe già tanto) a occuparsi dei compiti e dei doveri specifici iscritti nei loro statuti ma avrebbero il dovere di riflettere su quanto accade attorno a loro, nella società civile e nel sistema politico interno e internazionale. La democrazia non è partecipazione? E perché un farmacista o un geometra non dovrebbero prendere posizione dinanzi alle stragi e alla violenza che regna nel mondo? In realtà, tutti i cittadini sono impegnati a rendere meno terribile il nostro mondo, ma perché dovrebbero farlo ‘in divisa’, col camice del medico, con la toga del giudice, con l’uniforme militare? In democrazia si protesta ‘in borghese’ giacché, sul suo piano, effettivamente ‘uno vale uno’ ed esibire la propria qualifica professionale rinvia alla presunzione (inconfessata) di avere una maggiore autorità rispetto ai propri concittadini per il fatto di essere economista, giurista, scienziato politico, insegnante, prelato, artista etc. Il bene comune, l’interesse collettivo non sono oggetto di conoscenza, come lo sono per l’enologo il Barolo e per il medico un farmaco. In politica, non ci sono verità ma opinioni e ciascuna opinione è dettata da un interesse o da un valore non necessariamente condivisi dalla maggioranza. L’«opinione» di un bracciante analfabeta, che dinanzi alla parata delle camicie nere, nutre brutti presentimenti sul futuro che lo aspetta, a giudicarla oggi dopo le catastrofi prodotte dal fascismo, non coglie nel segno più di quella dell’avvocato o del giornalista di grido il cui cor si riconforta guardando la sfilata dei gagliardetti?

Negli anni della mia adolescenza, la borghesia colta non riusciva a rassegnarsi al fatto che le donne di servizio (analfabete) potessero votare a differenza dei giovani colti e preparati, che non avevano raggiunto la maggiore età. Già da allora trovavo questo modo di pensare ingiusto e sbagliato. La nostra ‘domestica’ votava per un partito ‘clientelare’, la DC, che a lei, ragazza madre e con due figli a carico, prometteva un alloggio popolare. Il classico voto di scambio! Ma non è stato sempre, in gran parte, così? Quanti votano per i partiti protezionisti che mettono al riparo industria e agricoltura nazionali dalla concorrenza straniera e quanti votano per i partiti liberisti, che fanno la fortuna di certi settori e ne rovinano altri, depositano la scheda nell’urna col pensiero rivolto al ‘bene pubblico’ o al portafogli? E quale superiore autorità morale o intellettuale potrebbero rivendicare giuristi ed economisti difensori dell’una o dell’altra politica? Non pochi ceti, cosiddetti ‘parassitari’, non votano per i partiti che garantiscono lo status quo e il ‘quieta non movere’ ovvero assicurano rendite di posizione che, per quanto modeste, consentono di contare, il 27 del mese, sui «pochi, maledetti e subito»? Li cancelleremo per questo dalle liste elettorali? In realtà, il bene pubblico è la risultante complessa del confronto e del conteggio di interessi, valori e voti diversi. Sempre, ovviamente, in un quadro costituzionale, rispettoso delle libertà e dei diritti di tutti e all’interno di una comunità politica capace di tenere a freno le spinte centrifughe in nome dell’«interesse superiore della nazione», come si diceva un tempo. Il partito ‒ o i partiti ‒ che ottiene più voti va al governo e cerca di realizzare i suoi programmi, che non sono i migliori possibili (concetto ideologico come pochi altri) ma sono sostenuti dal concorrente più forte, legittimato da una vittoria elettorale ottenuta osservando le ‘regole del gioco’. «Il metodo democratico ‒ scriveva Joseph A. Schumpeter in Capitalismo, socialismo e democrazia, (1942) ‒ è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare». Una democrazia ‘sana’ è quella che affida le redini del governo a classi dirigenti illuminate e responsabili (che poi era l’auspicio di Alexis de Tocqueville), una democrazia ‘malata’ è quella che esprime élite che portano lo Stato alla bancarotta. Allievo di Max Weber, Schumpeter non si faceva illusioni: «I politici sono come cattivi cavalieri che si impegnano così tanto nell’impresa di mantenersi in sella da non curarsi più di quale sia la direzione verso cui stanno cavalcando». In ogni caso, per chi creda ai valori della ‘società aperta’, dalla democrazia non si esce. Il contributo che possono dare gli intellettuali ‒ storici, filosofi etc. ‒ è un contributo di conoscenze relative allo stretto campo di ricerca in cui sono immersi. Dare direttive, prendere posizione politica in quanto ‘corpo di esperti’ che diffidano delle masse sa di ancien régime ed è semplicemente ridicolo. Quando si parla di masse ignoranti e analfabete ‒ oggi arricchite dal popolo dei social ‒ mi viene in mente il lamento dell’automobilista intrappolato nelle code autostradali: «ma dove va tutta questa gente?», «queste interminabili file di macchine non sono un segno di un consumismo di massa che ci porterà tutti alla rovina?». Già, potrebbe essere così, ma al traffico non contribuisce anche lui? Quando si parla delle ‘masse ignoranti e gregarie’ non viene mai il sospetto che chi si lagna, come quell’automobilista, potrebbe farne parte?

L’aristocratico Josè Ortega y Gasset, ne La ribellione delle masse (1930), osservava che «le masse esplicano oggi un contenuto vitale che coincide, in gran parte, con quello che prima sembrava riservato esclusivamente alle minoranze; […] le masse si sono fatte indocili dinanzi alle minoranze; non le ubbidiscono, non le seguono, non le rispettano, anzi, al contrario, le mettono di lato e le soppiantano […] l’uomo volgare, che per il passato si faceva dirigere, ora ha deciso di governare il mondo». Il limite della ‘letteratura della crisi’ ‒ di cui il grande filosofo madrileno poteva dirsi un esponente di primo piano ‒ sta nel brancolare nel buio, una volta fatta la diagnosi.

Nel pieno di una epoca di transizione, come quella che stiamo vivendo, lo studioso, impotente ad arrestarla, ha un duplice dovere: la libertà e l’autocritica. Le cose vanno male, i politici che ci governano non ci piacciono? Il rimedio è la libertà, che, come la lancia di Longino, trafisse il costato di Gesù ma guarì il centurione romano col sangue che ne scaturì. Libertà sempre, per tutti, anche (e soprattutto) per coloro che, su questioni cruciali di politica interna ed estera, hanno idee diverse dalle nostre. Libertà per chi stigmatizza la politica di Netanyahu o di Putin e libertà per chi, pur non condividendola, crede di comprenderne le giustificazioni. Libertà per chi in una Università privata prescrive il politicamente corretto e libertà per chi si rifiuta poi di sostenere l’istituzione con i denari del contribuente.

Ma accanto al fondamentalismo della libertà, occorre la capacità di autocritica, ovvero la convinzione ‒ non retorica ‒ che le nostre opinioni possano essere sbagliate, che, in qualche modo, siamo tutti eterodiretti e che gli eterodiretti non sono soltanto gli altri, quelli di cui non condividiamo le posizioni, giacché eterodiretti possiamo essere anche noi in virtù della famiglia, dell’ambiente, degli amici che il destino ci ha fatto incontrare. Questo comporta un abito di umiltà che ci impedisce di indossare la corazza di una formazione ideologica: alla causa ritenuta giusta dobbiamo portare il nostro granello di sabbia confusi nel demos: ‘mettiamoci la faccia!’ ma con il nostro nome e cognome, non con le insegne accademiche che ci distinguono dalla ‘gente meccanica e di piccolo affare’.

In fondo, la ‘cultura impegnata’ ‒ in cui idealmente e de facto si colloca l’appello in questione ‒ a ben riflettere, ha sempre nella mente e nel cuore Platone col suo governo dei filosofi e, pertanto, si pensa come una grande scuola quadri incaricata di formare gli apostoli della nuova civiltà. Non è casuale che i leader comunisti — dai maggiori come Lenin, ai minori come Nicolae Ceausescu — si siano cimentati con la filosofia politica, con l’economia, con la storia. Come i cattolici d’antan, gli eredi di Rousseau vedono nella cultura una risorsa politica, uno strumento di conversione, e nelle istituzioni scolastiche il terreno fertile su cui far crescere le piante degli homines novi. La pedagogia di Stato resta la sua intramontabile stella polare e non meraviglia, quindi, che recluti i suoi più sicuri supporter nelle scuole di ogni ordine e grado: non mi è mai capitato di incontrare un professore di scuola media, inferiore e superiore, con un giornale moderato sottobraccio.

Questa ‘responsabilità di fronte alla storia’ induce il fronte progressista ad assumersi il ruolo di supplente quando i governi sembrano insensibili (se non ostili) alle sue ‘sacrosante’ richieste. Non a caso i 77 docenti chiudono il loro documento con un «appello al governo italiano affinché ascolti le voci sempre più numerose provenienti dai cittadini e dalle cittadine, dalle istituzioni accademiche e dalle organizzazioni non governative, e attui ogni iniziativa che vada nella direzione di porre fine allo sterminio della popolazione gazawa e di aprire la strada a una pace giusta». Ma che cosa Palazzo Chigi dovrebbe fare se non agire di concerto con gli altri partner europei? Naturalmente non lo si dice giacché i ‘manifesti delle anime belle accademiche’ sono ‘espressione di sentimento’, non contributi alla soluzione di problemi reali, soluzione per la quale i loro estensori non sono intellettualmente attrezzati, giacché politica e scienza, come insegnava, ne La scienza come professione, il più grande pensatore politico del Novecento, Max Weber, stanno su piani diversi.

Libro con occhiali

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Commenti

  1. Giampiero Cama dice

    23 Settembre 2025 alle 12:53

    Caro Dino, osservazioni pienamente condivisibili. Le democrazie si basano su un assunto dì fallibilità e limitatezza delle nostre conoscenze e razionalità. Del resto condividono in questo senso quelli che dovrebbero essere i presupposti del procedimento scientifico. Complimenti!

    Rispondi
  2. Luigi Marchetti dice

    23 Settembre 2025 alle 8:03

    L’articolo mi è piaciuto tantissimo. Quando scrive di “abito di umiltà” mi è venuto in mente Albert Camus : ““La democrazia è l’esercizio sociale e politico della modestia…. Il democratico è modesto, ammette una certa ignoranza, riconosce il carattere in parte avventuroso del suo sforzo e che non tutto gli è dato, e a partire da questa confessione, riconosce che ha bisogno di consultare gli altri, di completare quello che sa”. A. Camus, “Réflexions sur une démocratie sans catéchisme ».

    Rispondi
    • Dino Cofrancesco dice

      23 Settembre 2025 alle 10:12

      E’ valsa la pena aver scritto l’articolo se, grazie ad esso, ho potuto leggere la stupenda riflessione di Camus sulla democrazia. Non la conoscevo.
      Grazie Luigi Marchetti!

      Rispondi
      • Luigi Marchetti dice

        23 Settembre 2025 alle 12:34

        E’ stato un piacere!

        Rispondi
  3. Michele Magno dice

    22 Settembre 2025 alle 18:03

    Grazie, prof. Michele Magno

    Rispondi

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