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Articoli scritti da: Adriano Fabris

Professore

Scuola e digitale – 1° Parte

25 Ottobre 2018 di Adriano Fabris Lascia un commento

[Introduzione da «Paradoxa» 3/2018, Scuola e Digitale, a cura di Adriano Fabris. Di seguito la prima parte dell’intervento, la seconda con la prossima uscita].

 

Viviamo in un’epoca complessa e interessante, a causa soprattutto delle grandi trasformazioni tecnologiche che hanno ormai cambiato il nostro ambiente quotidiano e le nostre forme di relazione. Viviamo però, per lo stesso motivo, in un’epoca di paradossi. Uno di questi paradossi riguarda l’ambito della formazione. È proprio la nostra scuola a esserne interessata. Il paradosso consiste nel fatto che, da un lato, le possibilità di apprendimento sono oggi enormemente ampliate, proprio grazie agli strumenti tecnologici di cui facciamo uso in maniera massiccia. Sono ampliate ben oltre i luoghi e i tempi in cui la formazione veniva tradizionalmente condotta: i luoghi e i tempi dell’istituzione scolastica. Dall’altro lato però, di fronte a questa disseminazione di opportunità formative, proprio l’ambiente della scuola ha manifestato diffidenza. Invece di accettare la sfida a integrare le ulteriori potenzialità educative nei loro progetti didattici, invece di provare a estendere al di là degli spazi a ciò di solito deputati la propria missione – rendendola davvero capace d’incidere sulla vita delle persone e sui vari aspetti della società –, molti insegnanti hanno sollevati dubbi e perplessità sulla funzione che gli strumenti tecnologici posso avere nei processi di apprendimento. Di più. È emersa una vera e propria paura nei confronti delle trasformazioni, a livello antropologico e sociale, che le tecnologie hanno posto in atto. Subito si sono aggiunte poi le preoccupazioni dei genitori e tutto ciò ha infine trovato la sua cassa di risonanza e la sua giustificazione teorica nelle tesi espresse pubblicamente da alcuni pedagogisti. [Leggi di più…]

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Quando il legame non lega, ma soffoca: i cordoni ombelicali che strozzano l’Italia

21 Settembre 2017 di Adriano Fabris Lascia un commento

È particolarmente felice, per descrivere la struttura della società italiana e comprendere il perché di molti suoi problemi, la distinzione tra associazioni bridging e bonding che è stata sviluppata da Gianfranco Pasquino, sulla scorta di Robert Putnam, nel fascicolo di «Paradoxa» da lui coordinato, dedicato a “Le società (in)civili”. Le prime associazioni, come sappiamo, servono a costruire legami che sono funzionali al benessere dell’intera società; le seconde promuovono gli interessi dei propri affiliati. A partire da questa distinzione voglio riflettere qui su alcuni aspetti del secondo approccio e sul modo in cui esso viene declinato nel nostro paese. [Leggi di più…]

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Io non sono vecchio. In-vecchio

12 Giugno 2017 di Adriano Fabris 1 commento

Siamo un paese di vecchi: lo dicono tutte le statistiche. Siamo secondi solo al Giappone. Il Giappone si sta attrezzando da tempo con robot assistenti. Noi, pur lamentandoci degli immigrati, importiamo badanti.

La vecchiaia è un problema: sociale, economico, politico. La prevalenza di vecchi sta trasformando radicalmente la nostra società. La immobilizza e costringe i pochi giovani rimasti a cercare opportunità altrove. Tutto ciò ha conseguenze economiche di non poco conto. Visto che si è voluto risparmiare sulle pensioni prolungando l’età che consente di maturarne il diritto, non dobbiamo poi sorprenderci se, alla fine, a risentirne è la dinamica produttiva dell’intero paese. È tuttavia a livello di mentalità condivisa che i vecchi spadroneggiano, imponendo i blocchi, le paure e le fissazioni proprie della loro età. Ed è dunque a tale forma mentis che molte narrazioni politiche fanno riferimento, facendo leva su di essa per ottenere consenso. [Leggi di più…]

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Verità e post-verità nella società dello spettacolo

3 Aprile 2017 di Adriano Fabris 2 commenti

In questi mesi si parla tanto, forse fin troppo, di «post-verità». Sarà il fatto che l’Oxford Dictionary ha decretato che quest’espressione è la parola dell’anno; sarà che essa viene collegata a ciò che accadendo nella comunicazione politica di mezzo mondo: in ogni caso questo termine è ormai di moda. E tuttavia, come per molti vocaboli alla moda, non sappiamo bene che cosa esso voglia dire, nonostante gli interventi più o meno dotti che si moltiplicano sull’argomento (e ai quali si aggiunge adesso anche il mio).

Cominciamo con il chiarirci un po’ le idee. Se la post-verità è qualcosa che viene ‘dopo’, che è ‘oltre’, la verità, dobbiamo chiederci anzitutto che cosa significa questa parola, la parola ‘verità’. Lungi dal rifiutarci di rispondere a questa domanda, come fa Gesù davanti a Pilato, possiamo azzardarci a distinguere alcuni modi in cui il termine viene usato e che si ripropongono nella storia del pensiero. C’è la concezione – a cui in questa storia fanno riferimento, sia pure in modi diversi, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Tarski, e che è ben radicata anche nel senso comune – di una ‘verità’ intesa come ‘corrispondenza’: corrispondenza fra ciò uno pensa e ciò che in realtà è, o fra ciò che uno dice e ciò che in realtà è. C’è poi l’idea – riportata a nuova vita nel Novecento da Heidegger, con riferimento al mondo greco, ma ben presente anche nella tradizione ebraico-cristiana – della ‘verità’ come ‘rivelazione’, ‘manifestazione’, ‘disvelamento’ di qualcosa: un rivelarsi che, comunque, ha bisogno di una narrazione per essere attuato nel concreto. C’è, ancora, la persuasione che non può esserci ‘verità’ senza coinvolgimento in prima persona. In questo caso la corrispondenza si dà fra ciò che penso e ciò che dico, e più che di ‘verità’ è bene parlare di ‘veridicità’.

Questi sono alcuni dei significati della parola, probabilmente i più influenti. Se le cose stanno così, allora, a quale significato di ‘verità’, o a quali significati, si riferisce l’espressione ‘post-verità’? Al di là di quale accezione, più in dettaglio, veniamo condotti dalla capacità manipolatrice dei mezzi di comunicazione, usati spregiudicatamente? [Leggi di più…]

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Fenomenologia dell’attuale spirito italiano

17 Gennaio 2017 di Adriano Fabris 3 commenti

Se c’è qualcosa che caratterizza in generale un’epoca è l’umore condiviso, il modo cioè in cui le persone sentono il loro rapporto con gli altri e si regolano rispetto a come va il mondo. È un po’ il correlato psicologico e sociale di ciò che Hegel chiamava “Zeitgeist”, spirito del tempo. Ebbene: qual è lo spirito del tempo, oggi? Qual è l’umore predominante della nostra epoca, in Italia?

            Non è certo per piangerci addosso, ma non credo che si possa mettere in dubbio il fatto che quest’umore, questo spirito attualmente non sono dei migliori. C’è un’aria diffusa di stanchezza, c’è un esercizio di disincanto che non risparmia nessuno. Sarà perché la popolazione italiana sta sempre più invecchiando, sarà perché non si vedono più quelle idee o quegli ideali che un tempo erano capaci di scaldare il cuore: in ogni caso l’atmosfera che di solito ci avvolge è di rassegnazione. Questo è un paese per vecchi. E forse, proprio perciò, i giovani, se possono, lo lasciano. [Leggi di più…]

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Dall’accoglienza all’integrazione

24 Novembre 2016 di Adriano Fabris 2 commenti

piccola-piccola-schngenHa ragione Stefano Zamagni a delineare, con il consueto acume, le novità dell’attuale, complesso panorama dei flussi migratori, soprattutto tenendo conto delle loro conseguenze economiche. Del tutto condivisibile è pure il suo richiamo all’inadeguatezza delle politiche in merito messe in opera sia a livello nazionale, sia a livello europeo. A ciò va aggiunto il fatto che questioni decisive non solo per la loro portata globale, ma per il futuro stesso del nostro continente diventano spesso solo pretesti per uno scontro politico di basso profilo, e per cavalcare un populismo sempre più ottuso e feroce.

Zamagni propone un “migration compact” da gestire a livello europeo riequilibrando le diseguaglianze relative alle possibilità d’accoglienza che vi sono tra i diversi, singoli paesi. L’idea è più che giusta: una centralizzazione risulta necessaria nella misura in cui, per gestire tali aspetti, è indispensabile un coordinamento politico.
Il rischio però è che si ripresentino di nuovo quelle derive burocratiche e quella ricerca di un’unanimità decisionale a tutti i costi, peraltro impossibile su alcuni temi, che hanno finora bloccato, insieme ad altri fattori, l’attivazione di efficaci politiche congiunte. Il rischio è che l’Europa finisca per dimostrare ancora una volta la sua impotenza.

L’alternativa è comunque il consolidarsi di una situazione che già adesso è insostenibile. Impossibilitati a trasferirsi altrove, i migranti si fermano nei luoghi di prima accoglienza. Per l’inadempienza di alcuni Stati la ripartizione secondo “quote”, approvata a suo tempo da Bruxelles, è ormai fallita. Nella Comunità europea manca proprio il senso di comunità.

Siamo dunque rinviati, nuovamente, alle scelte politiche nazionali. E allora il punto vero nel caso dei fenomeni migratori si rivela, a mio parere, la necessità di andare oltre la gestione dell’accoglienza. Su questo versante l’Italia sta impegnandosi moltissimo. Ma l’accoglienza è realizzata sempre in cui contesto emergenziale. Anzi: dalla logica dell’emergenza non riesce a uscire.

L’accoglienza gestita in termini emergenziali comporta conseguenze non volute. I centri di prima accoglienza diventano luoghi stabili di soggiorno, talvolta ai limiti della decenza. L’inserimento dei migranti in un contesto culturale e comportamentale diverso, anche in via provvisoria, viene affrontato come un problema di ordine pubblico: peraltro in maniera spesso inefficace a causa della scarsità dei mezzi a disposizione delle forze dell’ordine. La stessa accoglienza, prolungandosi indefinitamente, da un lato crea nuovi poveri, impossibilitati (per motivi burocratici e per mancanza di opportunità a causa crisi economica) ad accedere al mondo del lavoro, e dall’altro produce le comprensibili reazioni di chi dalla crisi economica è da più tempo colpito.

Da questa situazione si esce solo passando dall’accoglienza all’integrazione. È a questo scopo che dovrebbero essere rivolti, da ora in poi, ulteriori sforzi: sforzi che non possono essere determinati solo dal caso, o vincolati alla buona volontà di alcune istituzioni meritoriamente impegnate nel sociale. Costruendo percorsi d’integrazione possono infatti essere creati nuovi posti di lavoro e favorita la crescita per un paese che, altrimenti, si appresta a costruire solo ghetti.

Questa è la sfida vera che ci attende. Se essa debba essere accolta da un singolo paese, come ad esempio l’Italia, o dall’Europa intera, o da entrambi, tenendo conto delle rispettive competenze, è una questione che potrà essere negoziata. L’importante è partire subito. Peggio, molto peggio, è lasciar andare le cose per il loro verso. Come sta avvenendo ora.

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