Nel suo denso e meditato intervento su ParadoxaForum, L’estradizione e il senso della giustizia (10 giugno u.s.), Umberto Curi, parlando dei dieci esponenti della lotta armata da tempo riparati a Parigi, dei quali a nome del governo Draghi ha chiesto l’estradizione, ha scritto: «Per ciascuno di essi, quali che siano i reati commessi, e quale che ne sia stata la gravità, è evidente che l’infliggere una pena non potrebbe cancellare o compensare la sofferenza inflitta ai familiari delle vittime, e finirebbe semplicemente per aggiungere dolore a dolore. Presumibilmente mossa dalla consapevolezza dei limiti ineliminabili della concezione giuridica della pena, nel corso di un’intervista Marta Cartabia, la Ministra della giustizia, ha evocato quello che si sta affermando come paradigma alternativo, rispetto ai modelli tradizionali di pena, vale a dire la giustizia riparativa. Si tratta di attivare un complesso percorso di riconciliazione fra il reo e la vittima (o i suoi congiunti), sostituendo all’astratta inflessibilità della pena la pratica del sincero riconoscimento delle proprie colpe e della riparazione del male inflitto. Affrontando insomma, per dirla con una formula, il male (del reato) col bene (della riconciliazione)». Si tratta, a suo avviso, di un itinerario di mutuo riconoscimento che dovrebbe spezzare la logica perversa della vendetta. [Leggi di più…]
Bergoglio, lo storicismo italico e il gioco delle tre carte
Confesso di provare un forte penchant per Papa Bergoglio. È un pontefice che ignora il politicamente corretto, dice quel che pensa senza curarsi della weberiana ‘etica della responsabilità’, prova una sofferenza autentica e sincera dinanzi ai mali del mondo, alla fame che non demorde nelle regioni dei dannati della Terra, ai bambini africani che muoiono per mancanza di cure, alle ingiustizie nella distribuzione dei beni prodotti dall’uomo, al saccheggio del pianeta, al bieco sfruttamento delle risorse naturali dettato dalla logica del profitto.
Quanti muovono guerra al ‘capitalismo selvaggio’, almeno in certi momenti della sua vita, hanno riscosso la sua simpatia, si chiamino Peron o Castro, Chavez o Maduro. Al contrario, non ha mai nascosto il suo disagio nell’incontrare i capi delle potenze occidentali e degli Stati Uniti, in particolare, che elevano alte barriere ai reietti che dal Sud cercano di entrare negli States nella speranza di ottenere le tre t «che ci rendono degni: techo, tierra y trabajo» (tetto, terra e lavoro). La filosofia di Bergoglio segna davvero un’epoca, quella del punto d’approdo dell’etica universalista iscritta nel Vangelo e, per così dire, ‘secolarizzata’ dalle grandi rivoluzioni atlantiche. [Leggi di più…]
Finché c’è guerra civile c’è speranza
Due anni fa Sheri Berman, docente del Barnard College (Columbia University) e autrice di un importante saggio su Democracy and Dictatorship in Europe (Oxford U.P., 2019), pubblicò su «The Guardian» un articolo che mi è venuto in mente in queste settimane, Why Identity Politics Benefits the Right more than the Left.
L’enfasi sull’identità e le differenze – era la sua tesi – sia pure dettata dalla sincera passione politica di chi si fa paladino dei gruppi discriminati (donne, neri, gay etc.), non rafforza la partecipazione autentica di cui ha bisogno una sana democrazia liberale ma esaspera la conflittualità in modo pericoloso. La differenza, infatti, diventa la linea attorno a cui si dispongono tutte quelle appartenenze trasversali che garantiscono, in una società moderna, come insegnò il geniale Georg Simmel, la convivenza civile. [Leggi di più…]
La truffa dell’hate speech a senso unico
Tempo fa, in un servizio televisivo dal Medio Oriente, venne chiesto a un imam per quale ragione ai musulmani fosse concesso di costruire moschee in Europa mentre ai cristiani fosse interdetto edificare chiese in molti paesi arabi. «Ma perché Allah è il vero unico Dio», rispose prontamente l’imam. Un conto è erigere templi alla Fede, un conto è erigerne alla Superstizione.
È una risposta che mi torna spesso in mente leggendo le condanne dell’hate speech, culminate nella (per me assurda) costituzione della Commissione Segre, incaricata di combattere l’odio e di contribuire ad estirparlo dal mondo.
Quando l’antifascismo diventa la cicuta della democrazia
Nell’articolo, Dal franchismo alla Catalogna: finché c’è guerra civile, e odio, (non) c’è speranza pubblicato sul «Dubbio» il 24 ottobre 2019, avevo espresso non poche perplessità sulla decisione della Corte suprema spagnola che aveva approvato all’unanimità la traslazione dei resti di Francisco Franco dalla Valle de los Caídos – il monumento voluto dal Caudillo, dopo la vittoria nella Guerra Civile (1936-1939) per commemorarne tutte le vittime – al cimitero El Pardo-Mingorrubio. Al premier Pedro Sanchez che aveva espresso tutta la sua soddisfazione per la sentenza – «Viviamo una grande vittoria della democrazia spagnola. La determinazione a riparare le sofferenze delle vittime di Franco ha sempre guidato l’azione del governo» – avevo umilmente obiettato: «Già, e le vittime della Repubblica? La violenza roja fu solo una reazione violenta ai massacri compiuti dai nazionalisti dopo l’Alzamiento?». E tutte le nefandezze dei repubblicani verranno considerate come gli inevitabili stracci che volano ogni volta che si mette mano a una grande impresa?
Roma come metafora dell’abisso
Non meraviglia che in un sistema politico in cui il modo di eleggere i rappresentanti del popolo può costringere partiti ideologicamente molto lontani a unirsi per dare un governo al paese, ci si accordi su un numero limitato di ‘cose da fare’ considerate prioritarie per evitare la bancarotta e scongiurare i pericoli incombenti su una democrazia fragile (come la nostra). Le intese circoscritte, però, debbono riguardare i mali più gravi che affliggono una comunità politica e non questioni che, per quanto importanti, possono venir demandate a coalizioni di governo più omogenee e più stabili.
La censura dei benpensanti
Il 9 settembre u.s. «la Repubblica» riportava una notizia, non poco inquietante: «Casa Pound e Forza Nuova scompaiono dai social proprio durante il dibattito sulla fiducia al governo Conte. Sono stati infatti cancellati da Facebook e Instagram i profili ufficiali dei due partiti e quelli di numerosi responsabili nazionali, locali e provinciali, compresi quelli degli eletti in alcune città italiane. Oscurate le pagine di Gianluca Iannone, Simone Di Stefano e Roberto Fiore. Spariti dagli schermi decine di account vicini alle due organizzazione di estrema destra. A cominciare dalla pagina principale, ‘Casa Pound Italia’, certificata da Fb con tanto di spunta blu: ha 280mila follower. Restano attivi invece i profili di Twitter».
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