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Articoli scritti da: Dino Cofrancesco

Un commento a Vittorio Possenti

9 Gennaio 2017 di Dino Cofrancesco Lascia un commento

Vittorio Possenti, nel suo intervento L’insegnamento sociale della chiesa fonte di ispirazione per molte dottrine politiche?, ci richiama, in sostanza, all’adagio antico extra Ecclesiam nulla salus. Non sono un neo-illuminista né un ateo razionalista, non amo i laicisti né, tanto meno, quelli che un tempo venivano definiti i mangiapreti. Inoltre ho avuto una formazione laica ed empirista—i miei maestri erano Guido Calogero, Norberto Bobbio, Nicola Abbagnano, e in genere l’ala liberale della cultura azionista—che solo in età matura mi ha fatto scoprire che, nel nostro paese, c’è una filosofia cattolica che non ha nulla da invidiare a quella laica e i cui esponenti, Augusto Del Noce, Sergio Cotta, Vittorio Mathieu, Pietro Prini etc. avevano scritto—e continuano a scrivere, è il caso di Sergio Belardinelli, di Francesco D’Agostino e di qualche altro saggista– pagine sul nostro tempo, sulla cultura europea, sulla storia d’Italia, sull’etica politica, sulla civiltà del diritto spesso persino più profonde e meditate di quelle, assai più note, delle mie vecchie guide laiche.  Fatta questa premessa e chiarito che non ho nulla contro il mondo cattolico e tanto meno contro intellettuali rispettabili e impegnati  nella ricristianizzazione della società contemporanea, come Vittorio Possenti, debbo rilevare, ahimè, che al vaglio della mia ‘ragione scettica’(in senso humeano), risultano di colore oscuro le sue parole: <“Finalità immediata della dottrina sociale | della Chiesa | è quella di proporre i principi e i valori che possono sorreggere una società degna dell’uomo” (Centesima Annus, n. 10). Conosciamo questi principi: la persona, il bene comune, la destinazione universale dei beni, i limiti del mercatismo liberista, la sussidiarietà, la partecipazione, la solidarietà, la custodia del creato e della vita. |…| La categoria ‘persona’ è e rimane un’idea fondamentale nella controversia sull’humanum in corso ovunque>.

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Una replica a Zamagni

21 Novembre 2016 di Dino Cofrancesco 2 commenti

piccola-piccola-schngenNon sono un economista e, pertanto, non ho le competenze necessarie per replicare a un discorso, come quello di Stefano Zamagni, che mi lascia molto perplesso come studioso di storia e lettore dei classici del pensiero politico occidentale.

Innanzitutto mi ha stupito una citazione dello jus migrandi—sancito dal Trattato di Augusta del 1555—che sembra quasi la prefigurazione del ‘diritto cosmopolitico’ . In realtà, la Pace di Augusta segna l’ingresso dello stato nazionale—al quale non sono mai andate le simpatie dei  cattolici progressisti—in un’arena politica prima dominata da istituzioni sovranazionali, come la Chiesa e l’Impero.
Lo jus migrandi sanciva semplicemente l’obbligo fatto ai sudditi di seguire la religione del principe (cuius regio, eius religio)  e il relativo diritto di emigrare in un altro principato  la cui religione di stato coincidesse con la propria. Forse Zamagni pensava all’impossibilità,  per i pochi irakeni e siriani di religione cristiana, di diventare cittadini della Grecia o della Spagna ma, francamente, tale impossibilità non mi sembra oggi il punto più drammatico all’o.d.g.

Neppure mi convince  il quadro apocalittico di un cambiamento climatico che creerà i ‘rifugiati ecologici’ e, inoltre, trovo contraddittorio parlare,  da un lato,  degli < espulsi dal diffondersi di pratiche di land grabbing (accaparramento delle terre), cioè di sottrazione di terre fertili ai loro abitanti da parte di governi stranieri e di grandi multinazionali, soprattutto in Africa subsahariana> e, dall’altro, delle <rimesse degli emigrati> che  renderebbero  l’emigrazione < il modo più rapido e meno costoso per entrare in possesso delle abilità e delle conoscenze richieste dai nuovi paradigmi tecnologici>. Ma in un subcontinente devastato  da un neo-colonialismo predatorio come potrebbero le rimesse degli emigranti contribuire al decollo dei paesi di provenienza?

“Gli immigrati ci tolgono ricchezza? ”,si chiede Zamagni. <In verità con i cinque miliardi di differenza tra i contributi versati dagli immigrati e i contributi percepiti da costoro nel 2015, l’INPS paga le pensioni di 600 mila italiani. Sempre nel 2015, 8,7% è stato il contributo al PIL del lavoro degli immigrati>. Abbiamo bisogno degli emigranti, d’accordo, ma di quelli qualificati non di  quelli da qualificare e da mantenere, a spese dello Stato ovvero dei contribuenti e che creano problemi di ordine pubblico anche nei comuni rossi.

”I migranti, oggi, sono il cavallo di Troia del terrorismo in Europa?” incalza ancora Zamagni. No, ribatte,< la realtà  è che la quasi totalità delle persone che scappano dai loro paesi d’origine, scappa dal terrore e dalle guerre”. Qui ,debbo essere sincero, mi sembra che il buonismo  coincida con l’irresponsabilità. Sappiamo tutti che sui gommoni non s’imbarcano i terroristi (anche se non ne sarei troppo sicuro) ma il  punto è questo o un altro ben più drammatico ed ‘epocale’ ovvero il clash of civilizations di cui parlava uno dei massimi scienziati politici contemporanei, Samuel P. Huntington? Il rischio che incombe sull’omogeneità culturale delle nostre comunità politiche si risolve finanziando incontri e master universitari sulla tolleranza e sul (presunto) reciproco arricchimento delle culture? La ‘crisi dello stato nazionale’(un processo in Italia iniziato sessanta anni fa) va salutata come inevitabile e alla politica—che di quello stato era il terreno  privilegiato—va sostituito il diritto? Resta difficile capire come un progetto ambizioso come il Migration Compact possa realizzarsi senza una nuova comunità politica—oggi impensabile– forte, coesa, dotata di un esercito e di una polizia alle dipendenze di un unico e responsabile potere esecutivo, ma forse i miei sono pregiudizi da vecchio lettore di Machiavelli e di Pareto.

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