Per comprendere l’esito, tutt’altro che rassicurante, delle elezioni del 4 marzo, anziché aggiungere una nuova analisi impressionistica, può essere utile riportare alla mente del lettore degli avvenimenti non lontani nel tempo, ma forse già dimenticati. Nell’estate del 2011 la Banca Centrale Europea chiese al governo italiano di realizzare alcune riforme, per meglio fronteggiare la crisi economica cominciata nel 2008. Si trattava nell’ordine di: riforma delle pensioni, riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Non si era di fronte ad una imposizione proterva da parte di un potere forte, né quella richiesta esprimeva le pretese assurde di una burocrazia ottusa e opaca; al contrario si trattava di un suggerimento che proponeva un’agenda liberale di buon senso. Cosa che avrebbe dovuto risultare di sprone per il governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi, che aveva perso smalto, riportando in auge quella definizione di ‘governo del fare’ che aveva caratterizzato i primi mesi della legislatura. Purtroppo non accadde nulla. Il fatto è che la compagine ministeriale era divisa. La Lega nord, che aveva dalla sua il ministro dell’economia, pose il veto a quelle misure che avrebbero potuto risultare sgradite al bacino elettorale di riferimento. L’azione dell’esecutivo si risolse in un burocratico e poco liberale aumento della pressione fiscale. Nel frattempo, però, la incapacità operativa del nostro governo era stata percepita dai mercati, producendo un divario crescente con i titoli di stato tedeschi minacciando la sostenibilità del nostro debito pubblico. In sostanza il governo in carica, pur legittimato dal voto popolare, era paralizzato. Andare ad elezioni anticipate non fu possibile perché il maggior partito di opposizione, il PD, non voleva assumersi responsabilità di misure impopolari dopo la probabile vittoria elettorale. Si arrivò così al governo ‘tecnico’ di Monti. [Leggi di più…]