La recente sconfitta di Victor Orbán e la vittoria dello sfidante Péter Magyar pongono due questioni: l’Ungheria è un autoritarismo elettorale? Ma soprattutto, cosa sarebbe questo autoritarismo elettorale? Non intendo difendere una certa visione della società, quale quella portata avanti da Orbán nel suo lungo dominio politico, ma discutere se il suo governo retrospettivamente possa dirsi responsabile nel senso minimo di un potere che periodicamente si sottopone alla competizione elettorale. Credo che la risposta sia affermativa: quello di Orbán è stato un governo responsabile, inteso come un governo che ha formulato politiche, le ha sottoposte all’elettorato, che le ha a lungo approvate e infine rigettate. Tra l’altro, nell’abbandonare la scena, Orbán ha usato toni di grande moderazione, complimentandosi con il vincitore e riconoscendo pienamente il risultato elettorale, un atteggiamento tutt’altro che fascistoide. Nella tradizione della democrazia procedurale, al centro della definizione di democrazia non starebbe ciò che i governanti fanno (o dovrebbero fare), ma semplicemente il modo come questi sono selezionati. Insomma, la democrazia spesso fa emergere leader che non ci piacciono e che decidono cose per noi ripugnanti, ma se hanno vinto le elezioni dobbiamo accettare questa evenienza e prepararci a un futuro diverso senza evocare il fascismo o l’autoritarismo.
Dobbiamo ammettere che tra il caso puro e ideale della perfetta competizione politica e la situazione opposta, dove lanciare una sfida al leader al potere è reso impossibile, anche con il ricorso alla forza, «v’è tutta una gamma di variazioni – scriveva ottanta anni fa Schumpeter – nel cui ambito il metodo democratico sfuma per gradi impercettibili nel metodo autocratico. Ma, se vogliamo capire e non filosofeggiare, così dev’essere. Il valore del nostro criterio di giudizio non ne soffre minimamente». Democrazia è se c’è competizione tra leader, tutto il resto è (noioso) filosofeggiare. La vittoria di Péter Magyar ci dice che in Ungheria competizione c’è stata; la sconfitta di Giorgia Meloni nel recente referendum costituzionale ci dice che competizione in Italia c’è e nessuno è in grado di manipolare a suo piacimento l’opinione pubblica.
Il concetto ossimoro di autoritarismo elettorale spesso utilizzato ha una matrice culturale e una pseudo-scientifica. Quella culturale risale agli interventi di molti intellettuali di sinistra che guardano all’azione dei governi di destra con preoccupazione e tentano di delegittimarli, giacché non hanno il coraggio di ammettere che il ‘popolo bue’ li ha eletti. Il popolo, infatti, è un’entità sacrale portatrice di eticità, sarebbe il fulcro della democrazia per questi intellettuali e se ha votato in un certo modo ci deve essere sotto qualche artificio. In questa trappola argomentativa cadeva, secondo me, anche Umberto Eco che ne Il fascismo eterno bollava l’inclinazione verso certi valori a lui sgraditi (la tradizione, l’irrazionalismo, il comunitarismo) e le ossessioni delle classi medie di fronte a certe ‘minacce’, quali la diversità, l’immigrazione, la crisi economica, come l’humus perenne della tendenza fascista. Per non parlare delle lezioni di antifascismo della compianta Michela Murgia. In queste interpretazioni, l’intellettuale assurge un po’ al ruolo organico di gramsciana memoria, come colui che dovrebbe vigilare sull’educazione del popolo e riportarlo quando necessario sulla giusta via. Il popolo – se educato opportunamente e guidato – infatti non sbaglia. Per utilizzare un titolo di Vasilij Grossman, si può convenire che Il popolo è immortale.
Il problema è che in anni recenti su questa leggenda si è innestata una letteratura pseudo-scientifica che ha coniato il termine autoritarismo elettorale, e altri simili, e ha confezionato una serie di dati e osservazioni che dovrebbero suffragare l’ipotesi che un tale regime esista e abbia referenti nel mondo contemporaneo, per esempio l’Ungheria di Orbán e l’Italia di Giorgia Meloni, come allarmato mi chiedeva di confermare recentemente un giornalista e osservatore tedesco incontrato in un convegno scientifico. «Balle spaziali!» gli ho risposto, ma poi temendo di averlo offeso mi sono scusato.
Come sono nate queste invenzioni, perché si ‘filosofeggia’ in modo compulsivo sul presunto fascismo o autoritarismo di destra? La fonte originaria è Freedom House, un istituto finanziato dal Dipartimento di Stato americano, il cui metodo di ‘ricerca’ è abbastanza singolare. Funziona in sintesi così: vengono aprioristicamente identificate delle dimensioni di analisi pertinenti alla libertà politica (competizione) e alla libertà civile (diritti individuali e sociali); queste dimensioni vengono ‘operazionalizzate’ con delle scale di valutazione; infine queste scale vengono proposte a degli ‘osservatori privilegiati’ in ciascun paese, che rispondono a domande riferite alle scale e attribuiscono soggettivamente dei punteggi. Per farmi capire, faccio un esempio bislacco: sarebbe come se per avere dei referti medici sul proprio stato di salute, un individuo anziché sottoporsi ad analisi cliniche con misurazioni strumentali, lanciasse sui social un bel questionario ad amici, conoscenti o comunque ‘osservatori privilegiati’, chiedendo «Da uno a cinque, secondo voi, ho la pressione alta?», «Cosa vi sembra del mio colorito?», «E i miei trigliceridi?».
Sono irriverente e me ne scuso anche con chi, facendo ricerca politica seriamente, magari si sia affidato alle classificazioni e misurazioni di Freedom House, per altro inizialmente ideate per verificare gli stati di avanzamento verso la democrazia o di arretramento da essa compiuti dai regimi post-comunisti dell’Est europeo e dalle nuove democrazie in Africa, Asia e nelle Americhe, al fine di giustificare le scelte politiche dell’amministrazione americana nel sostenere i vari ‘democratizzatori’, nell’ottica molto discussa e discutibile dell’esportazione della democrazia. Ma è evidente che le risultanze di Freedom House non sono oggettive, non si basano su alcuna misurazione diretta e su dati effettivi, non hanno alcuna controllabilità, non sono falsificabili, sono dunque inservibili e manipolatorie, infine generano indici sommatoria per effetto dei quali cala davvero una notte che rende tutte le vacche nere. L’elemento cruciale è che prima o poi queste valutazioni vengono smentite, come in virtù del risultato delle elezioni in Ungheria, magari un giorno negli Stati Uniti, in Israele e in Italia. Il fascismo è stato qualcosa di terribilmente tragico, un regime politico che imprigionava, torturava, ammazzava gli oppositori, pensare che oggi le decisioni di questo o quel leader elettivo, oppure le manipolazioni comunicative che questi leader elettivi hanno talvolta l’indecenza di far circolare sui social siano l’anticamera del fascismo o autoritarismo è anche offendere la memoria di chi davvero per la democrazia combatte e in passato ci ha lasciato la pelle.

Dino Cofrancesco dice
Semplicemente da incorniciare!
.Non tutti gli scienziati politici in Italia sono al servizio dell’establishment culturale e politico…