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Cara Globalizzazione ti scrivo…

16 Luglio 2018 di Anonimo Lascia un commento

[Alla Redazione è pervenuto un inconsueto carteggio a firma di «Stato nazione» e «Globalizzazione». Nonostante lo ‘pseudonimato’, fedeli al principio ispiratore del Forum – tutto, purché argomentato e interessante – , lo pubblichiamo in due puntate. Se poi qualche Lettore crede di poter riconoscere chi si cela dietro l’uno o l’altro pseudonimo (entrambi, diciamolo, piuttosto impegnativi), ce lo segnali nei commenti: gliene saremo grati.]

Cara Globalizzazione,

è da un po’ di tempo che non ci sentiamo. Forse anche tu, come molti altri, pensavi fossi morto o giù di lì. E invece sono ancora qua: vivo, redivivo e, secondo alcuni, addirittura più in forma di prima. Ho sentito il bisogno di scriverti perché la ruota gira e ora – pensa quant’è strana la vita! – sul banco degli imputati ci sei precipitata tu. Ti hanno lodata acriticamente per troppo tempo e, vanitosa come sei, hai finito per montarti la testa. A tuo favore avevi un consenso quasi unanime. I pochi che si azzardavano a sollevare critiche erano i movimentini no-global (ai quali, per inciso, non è stato riservato un bel trattamento a Genova… ricordi?) e un gruppuscolo di pensatori conservatori che da tempo mi sono affezionati, anche perché siamo cresciuti assieme e abbiamo frequentato le stesse scuole. Bei tempi, dirai. Quando io venivo trattato come un ferro vecchio da spedire al cimitero delle defunte forme politiche… Mi stavo già abituando all’idea di andare ai giardinetti della Terza Età, accompagnato da quella vispa peperina della città-stato (‘s’ rigorosamente minuscola: siamo ancora in causa per plagio) e dal quel noioso trombone dell’impero, a cui ogni tanto arrivano delle strane letterine anonime scritte in cirillico, siglate V.P. (ne sai qualcosa?).

E invece… Contro ogni previsione, comprese le mie, mi trovo oggi a vivere una seconda vita. Tutti (o quasi) mi cercano: i politici, che prima facevano finta di non conoscermi, sono tornati a bussare alla mia porta col cappello in mano. Sono disposti a tutto pur di avermi dalla loro parte. Alcuni, i più buffi, compresi quelli a cui ancora non ho perdonato le loro scappatelle federaliste, sono diventati i miei fan più sfegatati. Dovresti proprio vederli, fanno quasi tenerezza! Pendono dalle mie labbra come dei giovani Bismarck e mi promettono mari e porti (chiusi, ça va sans dire). Ma anche gli studiosi sono tornati a interessarsi della mia carriera e alcuni, quelli tecnologicamente più avanzati, dicono di avermi aggiunto tra le loro ‘amicizie’, ma non ho capito esattamente cosa intendessero dire. Un certo Michael Billig si è occupato di un mio progetto collaterale, uno spin-off direste voi servi dell’omologazione linguistica: il nazionalismo. Devo ancora capire bene perché lo abbia definito ‘banale’ (la scelta non mi sembra delle migliori), ma mi pare mostri chiaramente che la mia influenza sulla società contemporanea è tutt’altro che tramontata. Pensa che sono finito anche sotto la lente di alcuni storici italiani (no, non c’è Galli Della Loggia: lui si ricorda di me solo per sfogare la sua eterna nostalgia): per interrogarsi sul mio futuro non è bastato un volume, hanno dovuto farne due!

Insomma, come vedi, ho il vento in poppa. Ma non ti ho scritto per vantarmi. Sono troppo anziano e troppo esperto delle vicende umane per non sapere che il successo è solo una breve parentesi tra lunghe sconfitte. Ti scrivo perché penso che tra di noi serva ristabilire un dialogo. Un sano confronto tra concorrenti, non avversari. L’epoca del mors tua, vita mea, al quale entrambi abbiamo beatamente creduto, è alle nostre spalle. Per troppo tempo ci hanno fatto credere, soprattutto i tuoi amici yankees, che il nostro fosse – come si dice dalle tue parti – uno zero-sum game: un gioco a somma zero, dove le perdite dell’uno sono compensate dai guadagni dell’altro. Ma ho capito che il ‘gioco’ non è così semplice come volevano farci credere. Chi voleva sbarazzarsi di me, compresi molti giganti nomadi della moderna economia, non si rendeva conto che, anche contro le mie volontà, mi sarei trascinato dietro un altro dei miei numerosi spin-off, probabilmente quello a cui sono più affezionato, quella democrazia liberale e rappresentativa che fino ad oggi – mi permetto di ricordartelo – è cresciuta all’interno dello spazio che gli ho messo a disposizione, come una pianta allevata e custodita nella sua serra.

Se potessi, ma non credo dipenda da me, sarei anche disposto a lasciare a te e a tutta la pletora di istituzioni che ti stanno attorno il brevetto della liberaldemocrazia. Però non sono convinto che, lasciandola nelle vostre mani, possa continuare a crescere e svilupparsi come ha fatto ai miei tempi gloriosi. Le prove che mi avete dato in questi ultimi anni, tu e i tuoi compagni (pardon, le tue companies), non depongono a vostro favore. Lo sai che a furia di rifiutare/rigettare regole e controlli hai finito per creare numerosi ‘perdenti della globalizzazione’ (sì, li chiamano proprio così: roba tua)? Il mercato si è fatto prendere la mano, rigorosamente invisibile, e tu ne hai bellamente approfittato. Ma il successo, te l’ho già detto, è la più effimera delle emozioni. Così sono arrivati i subprime, le bolle, i fratelli Lehman, l’austerità di rinforzo e, alla fine, delle tue tanto decantate virtù non è rimasto che un amarcord, un amaro ricordo.

Vuoi sapere la verità? Anch’io all’inizio mi ero illuso che la storia soffiasse deterministicamente nella tua direzione. Non sai quanti libri ho letto, rabbioso e invidioso, sull’avvento della Global Age, come se fosse una nuova età dell’oro. E, almeno in parte, credo proprio di non essermi sbagliato. È anche merito tuo se oggi molte persone dei paesi in via di sviluppo sono uscite da una situazione di povertà estrema o assoluta. Ma allo stesso tempo, come ci ha insegnato l’elefantino di Milanovic (tranquillo, nulla a che vedere con Giuliano Ferrara: quello ancora sogna il royal baby da Rignano), nelle società economicamente avanzate ti sei divertito ad arricchire i ricchissimi e impoverire la classe media, vera spina dorsale di ogni liberaldemocrazia. E senza spina dorsale qualsiasi individuo prima traballa e alla fine tracolla.

Quindi come la mettiamo ora? Cosa ci inventiamo? Se ti ho scritto, non l’ho fatto per dimostrarti la mia solidarietà. Hai le spalle abbastanza larghe per reggere gli urti. Ti ho scritto perché penso che, mai come ora, abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Conosci meglio di me i rumors che circolano su di noi. Un certo Dani Rodrik, economista turco-americano che oggi va per la maggiore, si è messo a raccontare in giro che il nostro mènage à trois non s’ha da fare e non può funzionare: io, te e la democrazia non possiamo convivere assieme sotto lo stesso tetto coniugale. Lui lo chiama ‘trilemma’, ma a me sa molto di stratagemma per pompare il suo impact factor ed eccitare le sue citazioni su Google scholar. Gli economisti sono un po’ così: si divertono a vedere la realtà in bianco-e-nero mentre fuori impazza l’arcobaleno.

Invece, io mi sto convincendo che tra di noi esista un terreno per un proficuo compromesso (non chiamiamolo ‘storico’ perché altrimenti i poco fantasiosi tecnici del Miur ci infilano dritti-dritti in una prossima traccia per l’Esame che dicono essere in mio onore, ‘di Stato’). Queste sono le condizioni: tu la smetti di pensarti padrona del mondo e di incentivare comportamenti unfair (scorretti), accettando qualche sana regoletta di condotta predisposta da istituzioni sovranazionali rappresentative e democratiche. Io, da parte mia, mi impegno a non cadere nella tentazione sovranista. Devo ammettere che si tratta di un canto suadente e la prospettiva di riacquistare tutti i poteri che nel tempo ho involontariamente perso o scientemente ceduto mi alletta. Ma vecchio e saggio quanto sono so che quei tempi, quando beltà splendea, non torneranno più: i dazi non fermeranno i trasferimenti finanziari, i muri non bloccheranno le idee, le frontiere non freneranno la circolazione delle persone e i porti non arresteranno i flussi migratori.

Insomma, le sirene sovraniste mi promettono più di quanto possano ragionevolmente mantenere, ma non si accorgono che in questo modo non fanno altro che anticipare la mia eventuale dipartita. Hai pur letto anche tu Bobbio, no? Le crisi interne nascono dal diaframma che si frappone tra promesse annunciate e promesse non mantenute. Considerata la mia età, non me la sento di correre questo rischio. Se anche tu hai voglia di riprovarci, con una sana e leale collaborazione, conosci il mio indirizzo.

Sinceramente (ma non totalmente) tuo,

Stato-nazione

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