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Il caso Riina: il diritto sospeso tra retribuzione, autodifesa e vendetta

3 Luglio 2017 di Umberto Curi 1 commento

Fulminee ad accendersi, quanto rapide ad esaurirsi, le polemiche relative al cosiddetto ‘caso Riina’ lasciano in eredità alcune questioni di fondo, non necessariamente legate alla vicenda del capo di Cosa Nostra. I fatti sono noti. La prima sezione penale della Corte di Cassazione per la prima volta ha accolto il ricorso del difensore di Totò Riina, che chiede il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare. La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all’udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta lo scorso anno dal tribunale di sorveglianza di Bologna, che però, secondo la Cassazione, nel motivare il diniego aveva omesso «di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico». Nel suo pronunciamento, la Cassazione ha motivato evocando il «diritto a morire dignitosamente» che va assicurato ad ogni detenuto. Secondo un costume da tempo immemorabile consolidato nel nostro paese, la sentenza ha determinato la costituzione di due fronti contrapposti, con una netta prevalenza, sul piano numerico, di coloro che hanno dichiarato la loro contrarietà all’ipotesi della scarcerazione, o del differimento della pena. Le motivazioni in questa direzione sono molteplici, ma la più frequentemente ricorrente è quella che allude alla persistente pericolosità del detenuto, il quale sarebbe addirittura ancora capace di guidare un’organizzazione complessa e stratificata, quale è Cosa Nostra, «semplicemente con uno sguardo». In effetti, è difficile ipotizzare che Riina sia in grado di fare molto altro, vista l’età avanzata (86 anni) e le sue gravi condizioni di salute, a seguito delle quali egli è da tempo ricoverato, sorvegliato a vista, in una sezione speciale di una struttura ospedaliera. Ma, come si accennava, l’interesse del caso va ben oltre la situazione specifica del capo mafioso. Ciò che emerge, ancora una volta, è la questione relativa alla pena in quanto tale, al suo fondamento, alla sua ‘razionalità’. Una volta assodato che – già in senso etimologico, e più ancora sotto il profilo concettuale e strettamente giuridico – la pena è ‘sofferenza’, come giustificare l’iniziativa dello Stato che infligge deliberatamente una sofferenza ad un cittadino? Sulla base di quale logica? All’interno di quale ‘economia’? La risposta abituale è nota e coincide con quello che tecnicamente si chiama ‘modello retributivo’: a chi si sia reso responsabile di sofferenze inflitte ad altri (per danni o lesioni a cose o persone), lo Stato ‘risponde’ infliggendo, mediante la pena, una sofferenza proporzionale a quella che è stata indotta. A colpa grave deve dunque corrispondere pena altrettanto severa. Perché? Per quali motivi, diversi da quelli connessi con una mera esigenza di vendetta sociale, alla sofferenza (delle vittime di un reato) deve essere aggiunta altra sofferenza (del responsabile del reato)? L’unica motivazione razionale, tuttora alla base del moderno diritto penale, riflette in realtà un presupposto di carattere mitologico-religioso, vale a dire l’idea che la pena possa funzionare come condotta di annullamento, possa ‘lavare’ la colpa, reintegrando l’ordine che la colpa ha vulnerato. Ma si tratta, appunto, di una convinzione priva di ogni fondamento razionale, espressione della sopravvivenza, nel cuore stesso del diritto penale, di residui mitologici e metafisici. La pena non ‘lava’ un bel nulla. Aggiunge dolore a dolore. Il ‘castigo’ non ‘pulisce’ (non rende castus, e dunque ‘puro’) ciò che è stato ‘sporcato’ dalla colpa. Comunque la si guardi, la logica della retribuzione non sta in piedi. Ad offrire un barlume di motivazione al protrarsi della detenzione in carcere resterebbe un solo argomento, non a caso evocato dai severi oppositori alla scarcerazione di Riina, vale a dire la pericolosità sociale del soggetto. Ma ben triste è l’immagine di uno Stato che, allo scopo di difendersi, non trovi altra strada che non sia quella di tenere in galera un vecchio prossimo all’agonia. Un atteggiamento che, fatte le debite e non marginali differenze, ricorda i provvedimenti dell’era fascista quando, in vista di eventi pubblici importanti, venivano preventivamente arrestati soggetti considerati potenzialmente pericolosi, anche se nessun reato essi avevano ancora commesso. È amaro doverlo riconoscere. Ma il caso Riina fa emergere nuovamente ciò che, in altri modi, già in altre occasioni era affiorato. Il diritto penale cerca di mascherare l’unica vera motivazione che persiste alla base della pena: quella di una appena civilizzata esigenza di vendetta sociale.

 

 

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Commenti

  1. Dino Cofrancesco dice

    5 Luglio 2017 alle 10:00

    La ‘dignità del morire’ è un diritto che va garantito a tutti, anche ai detenuti che mai hanno pronunciato parole di pentimento e che anche di recente hanno minacciato giudici e commissari non graditi di andare incontro allo stesso destino di Falcone e di Borsellino. Ma la domanda è: “i nostri istituti di pena dispongono di cliniche in grado di assicurare al morente tutte le cure necessarie? E, se questo è il caso, dobbiamo consentire a un criminale il ritorno a casa e non ha, invece, un valore altamente simbolico il fatto che muoia in carcere?”.
    Quanto alla ‘vendetta’, rilevo che la filosofia buonista imperante (cattolica o marx-heideggeriana che sia) ne ha completamente rimosso il valore etico liberatorio.
    “E’ così bello vendicarsi di chi ci ha offeso!” è un pensiero che dobbiamo reprimere, che non ci fa onore, che ci squalifica moralmente. “Ma pecché?”, si direbbe a Napoli. Il borghese piccolo piccolo che massacra l’assassino dell’amatissimo figlio unico, al di là di ogni ragionevole dubbio, va severamente condannato perché “farsi giustizia da soli” è contrario alla ‘civiltà del diritto’ ma come non simpatizzare con lui sul piano sentimentale e morale? Moralità, diritto, politica hanno codici diversi: la grandezza dell’Occidente è nel riconoscerli tutti, senza consentire ad uno di essi di prevalere sugli altri. La crisi della civiltà (nostra) comincia quando ciò che è vietato dalla legge viene SEMPRE ritenuto contrario alla morale e non sono più i costumi che fanno le leggi ma le leggi che fanno i costumi. Come vorrebbero gli Inquisitori di tutti i tempi—dai domenicani e dai gesuiti del tempo che fu ai buonisti catto-comunisti in servizio permanente effettivo dei nostri giorni.

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