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«Verità» e «post»: maneggiare con cura

1 Maggio 2017 di Stefano Bancalari 2 commenti

Sui rischi della post-verità si è già detto molto. Forse però è bene riflettere anche sui rischi della «post-verità» (tra virgolette), connessi cioè all’idea stessa, nata con le migliori intenzioni, che stia accadendo oggi qualcosa di nuovo nel nostro rapporto, pubblico e privato, con la verità. Ne vedo almeno tre.

1. La critica alla post-verità, all’uso politico dei «fatti alternativi», alla diffusione a scopo di lucro delle bufale in rete, all’indifferenza dilagante per riscontri e controllo delle fonti (critica – a scanso di equivoci – sacrosanta) inevitabilmente tende a rimbalzare sull’idea di verità che la motiva e a modellarla a sua immagine: tende a fare dell’una un calco dell’altra. Senza che ci si rifletta troppo, la battaglia contro la post-verità insinua per contraccolpo l’equazione tra il vero e il fatto, che assurge a unica sorgente legittima di evidenza e oggettività. Il corollario è che chiunque osi mettere in dubbio questa equazione è post-moderno, cioè, in ultima analisi, un detrattore della verità. La «post-verità» rischia insomma di decidere della «verità» e di portare involontariamente altra acqua al mulino della semplificazione e del prêt-à-porter: con buona pace di chiunque continui a vedere nella verità un concetto non proprio facilissimo da definire e si attardi a sollevare qualche domanda, magari di natura filosofica, in proposito. [Leggi di più…]

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Non è vero ma ci credo. Se Post-verità è la parola dell’anno.

20 Aprile 2017 di Mario Morcellini 1 commento

[*L’articolo è stato scritto dall’Autore insieme a Marzia Antenore]

Secondo l’Oxford English Dictionary, ‘Post-Truth’ è la parola più importante del 2016, quella che meglio riflette il clima dell’anno trascorso. Il comitato di esperti incaricato della selezione da una shortlist di tutto rispetto, la definisce come condizione «in cui i fatti oggettivi risultano meno influenti del ricorso alle emozioni e alle credenze personali nel formare l’opinione pubblica». La scelta è certo influenzata da due eventi politici epocali, legati al mondo anglosassone. La Brexit e l’elezione di Trump alla Casa Bianca, entrambi attribuiti al ciclo di informazione intenzionalmente mendace, circolata senza controllo durante le campagne elettorali. Ha ragione Antonio Nicita quando, sul «Foglio», scrive che vi è un destino comune che lega l’uomo dell’anno per Time, Donald Trump, con la parola dell’anno, ‘post-verità’, se l’interesse principale del candidato presidenziale è infiammare i cittadini invece che informarli sui fatti. In effetti, il prefisso ‘post’ non definisce tanto parametri temporali – un periodo successivo a un determinato evento – quanto vere e proprie coordinate concettuali: ‘post’ come momento in cui il sostantivo a cui ci si riferisce è diventato poco importante o addirittura irrilevante. [Leggi di più…]

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Verità e post-verità nella società dello spettacolo

3 Aprile 2017 di Adriano Fabris 2 commenti

In questi mesi si parla tanto, forse fin troppo, di «post-verità». Sarà il fatto che l’Oxford Dictionary ha decretato che quest’espressione è la parola dell’anno; sarà che essa viene collegata a ciò che accadendo nella comunicazione politica di mezzo mondo: in ogni caso questo termine è ormai di moda. E tuttavia, come per molti vocaboli alla moda, non sappiamo bene che cosa esso voglia dire, nonostante gli interventi più o meno dotti che si moltiplicano sull’argomento (e ai quali si aggiunge adesso anche il mio).

Cominciamo con il chiarirci un po’ le idee. Se la post-verità è qualcosa che viene ‘dopo’, che è ‘oltre’, la verità, dobbiamo chiederci anzitutto che cosa significa questa parola, la parola ‘verità’. Lungi dal rifiutarci di rispondere a questa domanda, come fa Gesù davanti a Pilato, possiamo azzardarci a distinguere alcuni modi in cui il termine viene usato e che si ripropongono nella storia del pensiero. C’è la concezione – a cui in questa storia fanno riferimento, sia pure in modi diversi, Aristotele, Tommaso d’Aquino e Tarski, e che è ben radicata anche nel senso comune – di una ‘verità’ intesa come ‘corrispondenza’: corrispondenza fra ciò uno pensa e ciò che in realtà è, o fra ciò che uno dice e ciò che in realtà è. C’è poi l’idea – riportata a nuova vita nel Novecento da Heidegger, con riferimento al mondo greco, ma ben presente anche nella tradizione ebraico-cristiana – della ‘verità’ come ‘rivelazione’, ‘manifestazione’, ‘disvelamento’ di qualcosa: un rivelarsi che, comunque, ha bisogno di una narrazione per essere attuato nel concreto. C’è, ancora, la persuasione che non può esserci ‘verità’ senza coinvolgimento in prima persona. In questo caso la corrispondenza si dà fra ciò che penso e ciò che dico, e più che di ‘verità’ è bene parlare di ‘veridicità’.

Questi sono alcuni dei significati della parola, probabilmente i più influenti. Se le cose stanno così, allora, a quale significato di ‘verità’, o a quali significati, si riferisce l’espressione ‘post-verità’? Al di là di quale accezione, più in dettaglio, veniamo condotti dalla capacità manipolatrice dei mezzi di comunicazione, usati spregiudicatamente? [Leggi di più…]

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Serve una nuova Bretton Woods

27 Marzo 2017 di Enrico Cisnetto 6 commenti

Molto più che i danni procurati, e ce ne sono, il processo di globalizzazione, iniziato con gli anni Novanta, ha creato benefici diffusi e consistenti. Solo che questi sono stati tutt’altro che uniformi. Solo un approccio ideologico e nostalgico, per non dire egoista, può ignorare l’irriducibile ‘merito’ della globalizzazione di aver dimezzato l’incidenza della fame sulla popolazione globale, scesa dal 40% al 18% sul totale degli abitanti del pianeta. Per esempio, in 20 anni la sola produzione di cereali è triplicata, aumentando l’apporto calorico pro capite del 38%, su un bacino di oltre due miliardi di persone, quasi un mondo intero. Basti pensare che nel Secondo Dopoguerra il 55% del pianeta viveva con meno di un dollaro al giorno, mentre oggi siamo scesi sotto al 20%. E, stando ai calcoli dell’Economist, dal 1995 ad oggi – periodo comprensivo, dunque, della recessione globale – l’apertura dei mercati ha migliorato le condizioni di vita di 900 milioni di persone. Ma questi vantaggi si sono concentrati in modo costante e omogeneo solo in alcune zone del mondo. Non a caso, se in passato l’aspettativa di vita nel subcontinente indiano era di 27 anni, attualmente è di 63, la stessa dell’Europa della prima metà del Ventesimo secolo.

In effetti, specie dopo il crack finanziario del 2008 e la conseguente recessione, in Occidente la globalizzazione – tra fantasie di ‘decrescita felice’, reflussi protezionistico-nazionalistici e apologia del ‘local’ – sembra essere diventata un nemico da abbattere. Se negli anni Ottanta e Novanta gli effetti positivi cavalcati soprattutto dal mondo della finanza si sono riflessi anche sulla maggioranza della popolazione, successivamente la concentrazione della ricchezza ha assunto toni eccessivi, con un contestuale impoverimento – non solo economico – del ceto medio. I dati ci dicono che, da sole, ottocento imprese realizzano la metà del pil mondiale e che Piazza Affari capitalizza meno dell’1% di Amazon, mentre 62 individui detengono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione. Un rapporto sempre più piramidale, visto che se nel 2010 le persone ‘all’apice’ erano 388, nel 2020 saranno solo in 11, con un incremento del patrimonio stimato in 542 miliardi di dollari. [Leggi di più…]

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Trump alla fine della globalizzazione? Se a rompere le regole è chi le ha dettate

23 Marzo 2017 di Giovanni Ferri Lascia un commento

La presidenza Trump non è il primo ma è comunque un grosso ostacolo alla globalizzazione. Per capirne l’entità, conviene fare un passo indietro e acquisire prospettiva.

La globalizzazione nasce nella mente dei governanti americani alla fine degli anni ’60. Nixon si rende conto che gli USA non ce la fanno più a sostenere l’onere del Gold Exchange Standard, che dissangua le riserve auree di Fort Knox, e a sopportare l’agguerrita concorrenza dei prodotti europei. Decide di cambiare le regole del gioco: abbandona la convertibilità del dollaro in oro e sdogana la Cina.

La Cina diverrà il principale coprotagonista della globalizzazione, mentre l’Europa via via marginalizzata finge di unirsi. Dollari disancorati dall’oro inondano il mondo; ne son pieni i forzieri cinesi.

Mentre gli USA si trasformano da grandi creditori al più grande paese debitore della storia, la globalizzazione prorompe finanziata a credito dal resto del mondo. Genera enormi profitti per chi possiede il capitale. Invece, quando non calano, i salari crescono comunque poco. La disuguaglianza negli USA torna ai massimi di inizio ‘900. La classe media soffre e, per non comprimere i livelli di consumo, si indebita pesantemente con la compiacenza di un sistema finanziario che si inventa strumenti complessi.

Scoppia perciò la crisi del 2008. L’economia viene fatta ripartire con la droga monetaria (QE) e fiscale (vertiginosi deficit pubblici) ma si accentua ancora la sofferenza della classe media americana. Cresce la sua rabbia. La miscela è pronta.

Un tycoon proprietario di grandi attività in industrie in declino (immobiliare e media tradizionali), noto per le bravate da macho e non come capitano d’industria, si erge a paladino contro il male, che ovviamente sta al di là dei confini nazionali. Sequestra il partito repubblicano. Propone ricette semplici, poco conta se siano praticabili. Ammalia i rabbiosi. Vince la Casa Bianca.

È verosimile che Trump dei muri che ha proposto ne costruirà pochi, che ammansisca toni e obiettivi (anche se ciò non traspare dai primi atti). Ma già il fatto di aver sdoganato la diffidenza planetaria, in un modo o nell’altro, scatenerà pulsioni tra gli USA e l’estero. La Brexit sarà stato solo un assaggio. [Leggi di più…]

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«La calunnia è un venticello». A proposito di post-verità

6 Marzo 2017 di Pierluigi Valenza Lascia un commento

La scelta del termine «post-truth», in italiano «post-verità», come parola dell’anno da parte dell’Oxford Dictionary avrebbe potuto entrare a far parte di quelle curiosità dicembrine, quando si stilano bilanci e classifiche di un anno che se ne sta andando, qualcosa quindi di cui si discute nelle pagine culturali o in qualche editoriale erudito, insomma da lasciarsi rapidamente alle spalle a fronte di questioni più serie. Non è invece andata così, per fortuna.

Intanto ricordiamo il preciso significato del termine e la ragione della sua indicazione come parola dell’anno. Il significato: «post-truth» è un’aggettivazione definita come «relativa o denotante circostanze nelle quali i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto alle emozioni e alle credenze personali» (https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016). Le ragioni dell’indicazione come parola dell’anno sono da riportare alla crescita esponenziale del suo uso (in ambito anglofono, secondo il sito dell’Accademia della Crusca [http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/viviamo-nellepoca-post-verit], del 2000% rispetto al 2015) legato soprattutto a due eventi politici dirompenti quali la Brexit e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Nella campagna pro-Brexit e nella campagna elettorale americana si è fatto ampio uso di notizie facilmente smentibili e che tuttavia sono risultate efficaci nell’orientare l’opinione pubblica: Annamaria Testa in un suo intervento su Internazionale on-line (http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/11/22/post-verita-facebook-trump) cita i fact-checker del Washington Post, ovvero il grado di falsità di notizie fatte circolare misurato in Pinocchi, ricordando le ben 59 affermazioni da quattro Pinocchi di cui si è giovato Donald Trump nella sua campagna, con esempi del tipo: «La disoccupazione negli Usa è al 49 per cento» – in realtà è al 5 per cento. [Leggi di più…]

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Dall’opinione pubblica alla post-verità: la dialettica del post-moderno

27 Febbraio 2017 di Roberto Mordacci 1 commento

Nell’edizione del 1781, l’Oxford Dictionary registra per la prima volta l’ingresso nel linguaggio comune dell’espressione public opinion. Con essa ci si riferisce, come negli analoghi contemporanei opinion publique francese e öffentliche Meinung tedesco, all’opinione di un pubblico colto e criticamente avvertito, pronto a far valere il proprio peso nella discussione sulle scelte dei governanti e sui problemi sociali emergenti. Come scrive Edmund Burke in quegli anni, «In un paese libero, ogni uomo pensa di avere interesse a tutte le questioni pubbliche, di avere il diritto di formarsi e manifestare un’opinione su di esse. Egli le filtra, le esamina e le discute. È curioso, appassionato, attento e geloso; e, facendo di queste questioni il soggetto quotidiano del loro pensiero e delle loro scoperte, molti raggiungono una tollerabile conoscenza di sé e alcuni ne raggiungono una ragguardevole» (Burke’s Politics , New York 1949, p. 106).

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