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Comunicare sicuramente. Mangiare, forse

8 Febbraio 2021 di Pino Pisicchio Lascia un commento

Sono reperibili i dati di sintesi dello stato di salute nel mondo, desumibile dalle cifre dello scorso anno, che non sono state molto incoraggianti. Un libretto svelto e completo lo pubblica ogni anno l’Economist – Pocket World in Figures – distribuito in Italia dalla rivista «Internazionale» (con il titolo: Il mondo in cifre). È una lettura interessante e rivelatrice di tendenze insospettabili, se si incrociano gli indicatori giusti.

Il 2020, naturalmente, è stato quel che è stato dal punto di vista sanitario e, a cascata, economico, sociale, culturale, demografico. Ma se avviciniamo la lente ad alcuni indici, come il PIL pro-capite, e li confrontiamo con quelli, per esempio, della diffusione dei telefoni cellulari nel mondo globale, ci troviamo di fronte a risultati che inducono a riflessione.

Il primo dato ci racconta che la media nel mondo degli abbonati al cellulare è di 108,2 su cento. Dunque tutta la popolazione mondiale ne sarebbe coperta e una certa parte di essa avrebbe anche seconde disponibilità.

Andiamo avanti: la media mondiale del PIL pro-capite è di quasi 18.000 dollari. Se consideriamo, dunque, il possesso del telefono cellulare come un possibile indicatore di condizioni di vita che hanno superato la soglia della sopravvivenza, il dato interessante che balza all’attenzione è che non esiste una corrispondenza così netta tra reddito pro-capite e diffusione del portatile. Infatti nei paesi, come la Costa d’Avorio, che denunciano uno dei redditi più bassi del mondo intero, 1716 dollari annui, la diffusione del telefono cellulare è di 134,9 ogni 100 abitanti, superiore a quella degli USA, 129, della Svizzera (126,8/100) e della Svezia (126,8/100), che hanno un PIL pro capite rispettivamente di 62.606, 82797 e 54608 dollari.

Non molto lontano dalla media mondiale per diffusione del telefono cellulare anche altri paesi africani che denunciano larghissime plaghe di povertà profonda: la Nigeria, con un reddito pro-capite di 2028 dollari, ha una diffusione di 88,2 cellulari ogni 100 abitanti, all’incirca come lo Zimbabwe, che con un PIL p.c. di 2147 dollari registra 89,4 telefoni, diversamente dal Sud Africa, che con 6374 dollari pro capite e registra una diffusione di 159,9 cellulari ogni cento abitanti.

Paesi asiatici con redditi bassi come il Vietnam, 2567 dollari, e, in tutt’altro quadrante, l’Ucraina, 3095, fanno registrare, invece, diffusioni molto alte di telefoni cellulari, pari a 147 e 127 per ogni cento abitanti. Né è diverso in Medio Oriente (Iran, 5417 PIL p.c. e 108,5 telefoni), e nei paesi-continente come la Cina (9771 PIL p.c. e 115,5 telefonini) e Russia (11289 PIL p.c. e 157,4 telefonini), mentre l’India, che registra un PIL p.c. di soli 2010 dollari denuncia una diffusione di 87 telefoni. Lo stato asiatico più prossimo all’Europa, la Turchia di Erdogan, PIL p.c. 9370, registra 97,3 abbonati al cellulare ogni cento abitanti.

Il paese meno collegato con le fibre telefoniche sembra essere il Venezuela, che conta una presenza di 71,8 portatili (e un PIL p.c. di 3411 dollari), ma in Sudamerica non fa testo: la Colombia, per esempio, con una ricchezza di 6668 di PIL p.c., registra una diffusione di 129,9 telefonini ogni cento abitanti. Per completare il quadro l’Europa zona euro: PIL p.c. 46759 e 131,6/100 telefonini e l’Italia, 34483 PIL p.c. e 137,5 smartphone ogni 100 abitanti.

Potremmo continuare nell’elenco, ma non ci scosteremmo di molto dalle cifre che abbiamo già citato, aggiungendo soltanto che non si riscontrano particolari evidenze inserendo nel confronto i dati riferiti all’investimento nazionale per l’istruzione pubblica, che oscilla dal 4,1 mondiale al 4,8 della zona euro, con alcuni picchi in salita, come quello della Svezia (7,7%) e del Sudafrica (6,2): paesi come lo Zimbabwe (4,6%), la Costa d’Avorio ( 4,4) e il Vietnam (4,2), non solo superano la media mondiale, ma vanno oltre l’investimento per l’Istruzione che abitualmente viene fatto dall’Italia (3,8%).

In conclusione: alcuni indicatori dell’economia globale 2020 appaiono coerenti con i dati che abbiamo considerato. Nel corso dei primi nove mesi dell’anno appena trascorso, infatti, secondo le stime di Mediobanca, il valore in Borsa dei 25 maggiori gruppi dell’ hi-tech mondiale è cresciuto del 30,6%. Gli Over The Top riuscivano a capitalizzare 8.800 miliardi di dollari, corrispondenti a più del PIL dei tre più grandi paesi dell’UE con l’aggiunta della Svizzera. Il mercato del web, dunque, ha fatto un balzo in avanti nel corso della pandemia pari al 17% nei soli primi sei mesi del 2020.

L’asimmetria delle grandezze rappresentate nell’economia globale dai risultati delle imprese digitali rispetto a tutte le altre (-11 % del fatturato è il risultato dell’economia non digitale solo nei primi sei mesi nel 2020), ripropone il tema, irrisolto, della sostenibilità di un assetto che non riesce a risarcire quote enormi di popolazione in povertà. È l’eterno tema del regime fiscale di chi produce e governa l’economia digitale.

Anche quest’anno, tra i primi 15 uomini più ricchi del pianeta almeno sette sono a capo di web company. Una parte della loro ricchezza è pagata, dunque, dal popolo dello Zimbabwe, del Niger, della Costa d’Avorio e di quella parte del mondo in povertà profonda. A cui non manca, però, il cellulare.

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