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Il congresso che non c’è

2 Marzo 2017 di Oreste Massari 1 commento

C’è un non detto nella controversia tra maggioranza renziana e minoranza scissionista. Tale controversia ha fatto riferimento anzitutto alle date del congresso, con grande sconcerto dell’opinione pubblica, che se intuisce la diversità (anche caratteriale) oramai incolmabile tra le due parti, non riesce a comprendere come ci si possa dividere sul calendario. In realtà, la minoranza ha invocato un «luogo di discussione», rifiutandosi di partecipare a una «gazebata», a «una conta cotta e mangiata» o a un congresso con «rito abbreviato», ma anche qui senza che l’opinione pubblica capisse perché il congresso indetto non dovesse essere quel luogo di discussione tanto invocato. Il fatto è che quel luogo non esiste. Il congresso, tanto invocato da tutti, in realtà non esiste. Lo statuto vigente del PD non lo contempla in alcun modo. In esso si parla solo di congressi a livello di circolo territoriale, dai quali non scaturisce un processo deliberativo dal basso verso l’alto. A livello nazionale non esiste un congresso. L’espressione «Congresso Nazionale» non esiste proprio. Tutto ciò che esiste – e che non è un congresso propriamente detto – è una procedura per l’elezione diretta del segretario e dell’Assemblea nazionale, attraverso due fasi, la prima riservata alle primarie degli iscritti per selezionare i candidati, e che si conclude con una Convention che ratifica la scelta degli iscritti (e quindi non è un congresso), la seconda che elegge il segretario attraverso primarie aperte agli elettori che sottoscrivono il manifesto del PD. Tutta questa procedura non è un Congresso, che per essere tale deve avere caratteristiche di deliberazione, del tutto assenti. Quello che c’è, è solo «una scelta dell’indirizzo politico mediante l’elezione diretta del Segretario e dell’Assemblea nazionale». Del resto, a suo tempo il presidente della commissione statuto – Salvatore Vassallo – a chi gli faceva notare che il nuovo statuto non contemplasse il congresso rispondeva che «il congresso sono le primarie», concetto ribadito in un’intervista («Corriere della Sera», 28 gennaio 2009) con l’affermazione lapidaria «ma nel nostro Statuto il congresso non c’è». E c’è da credere al principale ispiratore dello Statuto!

È chiaro che le richieste della minoranza non si ritrovino più in tale percorso, peraltro reso ancora più accorciato (primarie degli elettori forse il 9 aprile) dalla gestione spregiudicata e anche cinica dei tempi da parte del segretario. Essendosi verificato per la prima volta che un segretario dimissionario si ripresenti alle primarie, l’esigenza della parità di chances nella competizione tra i vari candidati, in modo che la contendibilità fosse minimamente garantita, avrebbe richiesto perlomeno l’allungamento dei tempi, in modo che i candidati diversi da Renzi avessero la possibilità di fare una campagna elettorale in tutto il paese per colmare il gap di notorietà e di risorse tra l’incumbent e i nuovi contendenti.

 Il problema è dunque lo Statuto. Esso fu fatto quando si decise di creare un «partito a vocazione maggioritario», con la fusione principalmente tra DS e la Margherita, che significava una diversa via rispetto al maggioritario del bipolarismo coalizionale (l’esperienza del governo Prodi 2006-2008 sotto questo profilo fu disastrosa, dimostrando l’incompatibilità tra democrazia maggioritaria e coalizioni, anche se fatte prima del voto). Ma l’idea di maggioritario che avevano in mente gli ispiratori del partito e dello statuto – che sono poi gli stessi che ispireranno l’Italicum, che aveva come obiettivo implicito «l’elezione diretta del primo ministro», come scrisse Roberto D’Alimonte sul «Sole 24 ore» – era quella della democrazia diretta, della democrazia governante o decidente, incarnata dal partito del leader e dal governo del leader. Lo statuto del PD è il precipitato, dunque, di un’ideologia del maggioritario profondamente sbagliata. Come ha giustamente affermato Antonio Floridia (su «Il Manifesto» del 17-2-2017): «È qui la tara originaria, l’imprinting presidenzialistico e leaderistico che ha segnato la vita del PD». Un imprinting esiziale poi quando si è dovuto fare i conti all’interno del partito con la presenza e le diversità di componenti diverse per storia, tradizioni e culture politiche che avrebbero richiesto capacità di mediazione, di rappresentazione, di ascolto, di capacità di sintesi e non di una semplificazione leaderistica. Era già scritta l’impossibilità di convivenza tra il pluralismo delle componenti e il monismo della leadership.

Ma la minoranza sorprendentemente non ha sollevato il problema dello Statuto, probabilmente perché ha la coda di paglia su questo snodo cruciale nelle vicende interne odierne. Non lo ha fatto Renzi, che da questo punto è innocente, ma lo hanno approvato tutti gli attuali contendenti (nella presunzione di poter controllare ciò che si sarebbe sprigionato dalle primarie aperte), e soprattutto non lo ha cambiato Bersani durante i suoi quattro anni di segreteria. La vecchia dirigenza ha agito come un apprendista stregone, offrendo a un personaggio come Renzi la leadership del partito su un piatto d’argento da essa confezionato.

Il problema, comunque, comincia ad affiorare. Ne ha parlato Orlando in Direzione e in Assemblea, criticando lo Statuto perché sarebbe solo «uno strumento di legittimazione diretta della leadership» e proponendo una Conferenza programmatica. L’ha posto al centro del suo intervento in Assemblea nazionale Walter Tocci. Ne ha parlato, con il suo consueto acume, in un’intervista Emanuele Macaluso («L’Unità» del 17-2-2017). Pare che lo stesso Veltroni, dopo il suo intervento in Assemblea nazionale, confidasse a un interlocutore che «la colpa è tutta dello Statuto!» (testimonianza di Salvatore Vassallo sull’«Unità» del 23-2-2017).

Ma se Renzi è incolpevole sullo Statuto, non è affatto tale nella gestione della sua leadership, anche alla luce dei principi che informano lo Statuto.

Lo Statuto prevede all’art.3, comma1, che «il segretario è il candidato del partito a Presidente del Consiglio», unificando le due cariche in nome sempre della democrazia maggioritaria, secondo l’esempio soprattutto inglese. Il che significa che le due cariche devono stare assieme, ma tanto nel bene quanto nel male. Simul stabunt, simul cadent, come sempre hanno ripetuto gli ideologi del maggioritario all’italiana nei vari progetti sulla forma di governo e sulla forma del partito (tale è l’ipotesi che quando il leader viene sfiduciato si scioglie anche l’Assemblea). Ora, Renzi è divenuto Presidente del Consiglio in quanto segretario del PD. Come conseguenza della pesantissima sconfitta del referendum del 4 dicembre, si è dimesso da premier, ma tenendosi la segreteria! In tutta la storia del parlamentarismo maggioritario inglese non è mai accaduto che un premier si dimettesse conservando, però, la leadership del partito (da ultimo Cameron). I modelli maggioritari non si possono prendere a pezzi, hanno una loro intima coerenza. Comunque: Renzi si dimette da premier per la sconfitta referendaria (il referendum peraltro era il punto centrale del suo programma). Ma ha perso solo come premier o non anche come segretario?

Nella gestione poi della crisi interna, Renzi si è sì dimesso anticipatamente, ma non ha fatto eleggere un altro segretario fino alla scadenza autunnale, magari un segretario di garanzia che avesse potuto mediare nel conflitto in atto ed evitare la scissione.

In realtà, Renzi ha proceduto sparato come un treno a tutta velocità, e senza più i freni, con la sua tempistica e i suoi obiettivi: prendersi immediatamente la rivincita, continuare a giocare d’azzardo, evitare che i suoi avversari interni si organizzassero, evitare che si logorasse con il passare del tempo (amministrative, manovre del governo ecc.). Le elezioni anticipate a giugno sono ora e ancora nell’agenda di Renzi. Nella sua gestione neppure l’ombra di una minima mediazione o apertura, ma arroganza, furbizia, cinismo. Nelle sue corde non vibra il bene pubblico dell’unità del partito, come del resto non vibra in quelle della minoranza, ma ovviamente con responsabilità diverse.

Il mix tra uno Statuto plebiscitario-presidenzialistico e una personalità come quella di Renzi si rivela sempre più una miscela esplosiva per il partito e per il paese.

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Commenti

  1. Girolamo Cotroneo dice

    17 Marzo 2017 alle 9:09

    Perfetto !

    Rispondi

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