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Dall’opinione pubblica alla post-verità: la dialettica del post-moderno

27 Febbraio 2017 di Roberto Mordacci 1 commento

Nell’edizione del 1781, l’Oxford Dictionary registra per la prima volta l’ingresso nel linguaggio comune dell’espressione public opinion. Con essa ci si riferisce, come negli analoghi contemporanei opinion publique francese e öffentliche Meinung tedesco, all’opinione di un pubblico colto e criticamente avvertito, pronto a far valere il proprio peso nella discussione sulle scelte dei governanti e sui problemi sociali emergenti. Come scrive Edmund Burke in quegli anni, «In un paese libero, ogni uomo pensa di avere interesse a tutte le questioni pubbliche, di avere il diritto di formarsi e manifestare un’opinione su di esse. Egli le filtra, le esamina e le discute. È curioso, appassionato, attento e geloso; e, facendo di queste questioni il soggetto quotidiano del loro pensiero e delle loro scoperte, molti raggiungono una tollerabile conoscenza di sé e alcuni ne raggiungono una ragguardevole» (Burke’s Politics , New York 1949, p. 106).

Lo spazio pubblico, in quest’ottica, è un luogo di elaborazione politica del pensiero e dell’azione, una sorta di camera di compensazione fra il potere dei sovrani e l’impotenza del popolo, troppo debole e incolto per non essere esposto alla manipolazione dei potenti. «L’opinion publique – scrive Jürgen Habermas – è il risultato illuminato della riflessione comune e pubblica sui fondamenti dell’ordine sociale. Essa ne riassume le leggi naturali; non governa, ma il governante illuminato deve seguirne le idee» (Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari 2005, p. 111).

Lo stesso Oxford Dictionary introduce, nell’edizione 2017, la nozione di Post-Truth. La post-verità si riferisce a «circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l’opinione pubblica degli appelli all’emotività e alle convinzioni personali». È significativo che, qui, il prefisso post– non si riferisca alla semplice successione temporale, bensì «a un tempo in cui il concetto cui si applica ha perso di importanza o è divenuto irrilevante»: nell’era della post-truth politics (espressione che ha avuto un’impennata d’uso nel 2016), l’opinione pubblica non si forma più sui fatti e nemmeno sulla percezione riflessiva di come stiano effettivamente le cose, bensì sulla scelta arbitraria e idiosincratica di ‘informazioni’ (spesso pseudofatti o ‘fatti alternativi’) che servono solo a rafforzare un pregiudizio o un’inclinazione non sottoposti a critica.

È un fenomeno che non ci sorprende molto, in realtà. Le sue radici risiedono in quasi un secolo di narrazione postmoderna: la celebrazione quasi compiaciuta della ‘fine’ di tutti i progetti caratteristici della modernità occidentale, ovvero la costruzione di un sapere verificabile, la definizione di diritti inalienabili delle persone, l’ideale cosmopolitico come orizzonte di convivenza fra stati sovrani (di cui l’Unione Europea doveva essere una sorta di laboratorio), la concezione della storia come un movimento se non progressivo almeno di lento allontanamento dalla barbarie. Gli alfieri del postmoderno, come Lyotard, Derrida, Rorty, Vattimo e Bauman, hanno da tempo rivendicato come un cammino di liberazione l’abbandono dei concetti di verità (si veda appunto Addio alla verità di Gianni Vattimo, Roma 2009), soggetto, oggettività, metafisica e addirittura storia (il concetto di post-histoire di Arnold Gehlen e la fine della storia di Francis Fukuyama) e filosofia (La filosofia dopo la filosofia di Richard Rorty, Roma-Bari 1989).

Per almeno un cinquantennio, una corrente rilevante della filosofia e della cultura contemporanea ha sostenuto e promosso la sistematica distruzione dell’ideale critico del pensiero, che è stato il cuore della modernità. Quest’ultima non è affatto, come pretendono i postmodernisti, il tentativo di fondare e sviluppare sistemi compiuti e assoluti del sapere, nonché progetti sociali totalitari radicati in pretenziose metafisiche razionalistiche. Questo si può forse dire della filosofia ottocentesca e di quella novecentesca che ha seguito i piani del positivismo, da un lato, e dell’idealismo dall’altro. Ma è assolutamente falso e fuorviante (a proposito di fatti) che la prima modernità (il Rinascimento e soprattutto l’Illuminismo) mirasse a sistemi chiusi e a programmi politici totalitari. L’ideale critico della ragione, che è il cuore dell’Illuminismo, consiste precisamente, invece, nel rivendicare contro il dogmatismo lo spazio di quello che Kant chiama «uso pubblico della ragione», ovvero la capacità di proporre le proprie tesi al vaglio delle persone pensanti e dotate di quel grado di cultura che le abilita a farsi opinioni ponderate, in particolare sulle questioni di interesse pubblico. Su queste fondamenta si basava, appunto, l’idea di opinione pubblica. In quest’ottica, la verità non è un possesso, come per i dogmatici, ma nemmeno è fuori dal quadro. Anzi, essa è il nerbo della critica ed è l’orizzonte cui il ragionamento, anche quello pubblico, aspira costantemente in base a due pilastri essenziali: la non contraddizione (o coerenza) e il rispetto dei fatti, che sul piano etico comportano il rispetto di tutte le persone in quanto capaci di pensiero e decisione.

Ora, se l’élite intellettuale postmoderna si è giocosamente immersa nella provocazione della fine del soggetto, della verità e degli stessi fatti, non può sorprendere che, quando questo gioco approda alle masse, queste ultime divengano non solo più manipolabili che mai, ma addirittura protagoniste della creazione e diffusione di ‘fatti alternativi’ e di opzioni politiche basate sul mero pregiudizio, di assalti agli individui perpetrati attraverso i social e di reazioni parossistiche come l’adozione, in un contesto relativistico, di fedi assolute, ideologie autoritarie e nazionalismi fuori tempo massimo. Il postmoderno è incorso in una dialettica che, con nozioni come la post-verità, ha posto le basi di un maggiore asservimento e della rinuncia all’esercizio della critica riflessiva, ponderata, aderente alla realtà nella misura in cui siamo in grado di conoscerla attraverso l’osservazione e la logica. Reagire a questa deriva è un compito ineludibile per le persone di cultura, cui spetta di avviare un’onda alternativa (di cui si colgono i segni nella ricerca diffusa di nuove forme di obiettività, realismo e verità dall’etica all’arte) che approdi all’opinione pubblica, prima che sia troppo tardi.

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Commenti

  1. Augusta De Piero dice

    18 Aprile 2017 alle 6:12

    Un testo prezioso che spero venga adeguatamente diffuso

    Rispondi

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