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Il declino dell’UE e il viaggio senza meta e senza ritorno dell’integrazione europea

20 Febbraio 2017 di Fulvio Attina Lascia un commento

Nelle attuali circostanze, dicono alcuni, l’Unione Europea dovrebbe fare di più ma non può. Le circostanze sono quelle che sono. È vero, ma potrebbe esserci qualche altra ragione che devitalizza il processo di integrazione. Dopo i trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza che l’avevano potenziata, alcune novità del trattato di Lisbona possono avere indebolito strutturalmente l’Unione, e bisognerebbe intervenire. Mettere al vertice del policy-making il Consiglio Europeo è stata una buona scelta? Credo di no anche se non era affatto una mossa imprevista. La riforma per tappe è iniziata 50 anni fa con il Compromesso di Lussemburgo, che ha autorizzato i capi di governo a metter voce in capitolo sulle cose fatte e da fare, ed è finita appunto a Lisbona dando voce solo ai capi di governo.

Prendiamo il caso Renzi-Orban. Come si sa, l’ex premier ha espresso l’intenzione di bloccare il bilancio comune per fare aumentare l’impegno sull’immigrazione. In particolare, ha detto Renzi, l’Ungheria e i paesi di Visegrad devono prendersi la porzione di rifugiati che è stata decisa dal Consiglio Europeo. Che ha fatto il premier ungherese?

Non ha trovato nessun elettore di nome Renzi nelle liste elettorali del suo paese e ha pensato che lui resterà nel Consiglio Europeo finché gli ungheresi lo eleggeranno. Così fanno tutti i capi di governo che firmano le Conclusioni del Consiglio Europeo dalle quali dovrebbero scaturire le politiche europee. Nei regimi democratici chi decide le politiche è sanzionabile dagli elettori per le politiche che decide e per gli effetti che queste hanno quando sono eseguite. Nell’Unione non è così. Non viene sanzionato con il voto chi prende le decisioni ma chi, il singolo governo, le esegue; anzi, se e come le esegue. La customizzazione nazionale delle politiche europee è ormai una prassi che si attua senza autorizzazione formale che i Trattati prevedono ma anche regolano. L’ha riconosciuto più volte il presidente della Commissione Junker.

Se riflettiamo su questa stranezza, non possiamo sorprenderci che ‘coordinazione’ abbia ormai sostituito il termine ‘integrazione’ nei documenti dell’Unione. Le decisioni dei capi di governo nel Consiglio Europeo indicano alla Commissione quali proposte legislative deve avanzare per coordinare politiche, regole e agenzie nazionali piuttosto che lanciare nuove politiche. Non solo. Le Conclusioni del Consiglio Europeo danno ai parlamentari europei dei partiti di governo il messaggio su come conviene votare sulle proposte legislative per essere rieletti. Come non considerare questa rivoluzione delle relazioni inter-istituzionali dell’Unione che toglie alla Commissione il ruolo di apripista del processo integrativo una ragione importante del declino della produzione di nuove politiche? Dove ci porta questa rivoluzione?

Qualcuno forse ricorda che più di 40 anni fa un economista britannico, Andrew Shonfield, ha definito l’integrazione europea «a journay to an unkown destination». Non sappiamo se lo stallo attuale sia la destinazione sconosciuta. Se così fosse, tuttavia, possiamo essere contenti. Abbiamo messo su un’organizzazione internazionale ben dotata e unica nel suo genere! C’è un Consiglio di capi di governo ognuno dei quali ha praticamente diritto di veto – non succede nemmeno nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – e comunque ognuno ha facoltà di customizzare a suo piacere le decisioni comuni che ha votato! Il segretariato generale, la Commissione, è un’amministrazione autonoma, molto articolata e competente ed anche attenta agli interessi degli stati membri. C’è anche un parlamento eletto che legittima le decisioni dei governi; una corte di magistrati che sorveglia i trattati; una corte dei conti che controlla il denaro pubblico.

Il viaggio, comunque, dovrebbe continuare. Verso la meta federale come qualcuno prevedeva all’inizio o un’unione sempre più stretta? Tenuto conto della nostalgia dilagante per quello che c’era alla partenza, gli stati sovrani, è già tanto che il viaggio sia senza ritorno – se la ragione non soggiace. Difficile fare a meno delle politiche comuni già ‘interiorizzate’ dagli stati. Vediamo cosa costa (costerebbe?) agli inglesi fare diversamente! Fra l’altro, le politiche comuni hanno evitato il rischio più importante che Jean Monnet aveva dato al progetto, i conflitti violenti tra gli stati europei. Restano incerti e incompiuti, invece, gli obiettivi che Jacques Delors aveva proposto con il mercato unico e la riforma dei trattati, cioè attrezzare l’Europa per restare competitiva nel sistema mondiale e dare conseguenti servizi e beni ai cittadini. Difficile raggiungere questi obiettivi con un’organizzazione internazionale che coordina le politiche nazionali. Esiste ancora una via per rimettere l’UE in condizione di produrre politiche legittimate dal consenso dei cittadini, dei partiti, delle organizzazioni sociali e specialmente dalla leale adesione dei governi?

Il consenso permissivo dei cittadini, che in passato ha permesso ai leader europei di creare le politiche comuni, è tramontato. L’integrazione europea è entrata nella competizione politica e partitica di tutti gli stati membri. La contestazione dell’integrazione ha messo ovunque radici nella politica interna. Lo scontro tra il progetto, voluto dalla Germania, di un’Europa prima di tutto economicamente stabile e competitiva nel sistema globale e il progetto di un’Europa anche sociale e vicina ai cittadini, messo in campo da Jacques Delors, è stato risolto a vantaggio del primo con le regole dell’unione monetaria. Il Consiglio Europeo, con le sue regole di funzionamento, non è stato in grado di risolvere gli effetti che la crisi economico-finanziaria ha prodotto negli stati. Ne è seguito il riemergere di istanze di conservazione dei sistemi sociali nazionali garantiti dall’intervento statale, cioè dai governi. Riusciranno i leader e i partiti politici a varare nuove politiche comuni che salvaguardino la sicurezza sociale e riaprano lo sviluppo economico lavorando dentro un’organizzazione che può soltanto coordinare attese e pretese nazionali? E il peggio potrebbe ancora venire se l’uscita della Gran Bretagna farà saltare le condizioni sulle quali si sono costruite le attuali politiche comuni.

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