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Difesa liberale della raccomandazione

13 Giugno 2019 di Dino Cofrancesco 1 commento

In un’accezione forte, stando al Vocabolario Treccani, per raccomandazione deve intendersi una «intercessione in favore di una persona, soprattutto al fine di ottenerle ciò che le sarebbe difficile conseguire con i mezzi e i meriti propri o per le vie ordinarie». Si tratta di un (mal)costume che da sempre viene considerato una delle cause della nostra arretratezza civile e morale. Si ricorre al mafioso, al prete, al massone, al conte zio per sottrarsi alla legge, per sbarazzarsi della concorrenza, per conquistarsi un posto al sole. Nella raccomandazione celebra i suoi trionfi il familismo amorale di quella piccola borghesia italica che, per i custodi intransigenti dell’etica repubblicana, ha alimentato i peggiori istinti politici del paese sui quali hanno fatto leva movimenti – dal fascismo all’odierno populismo, passando per il qualunquismo – esiziali per le nostre libertà e/o per il nostro senso civico. Nel bellissimo film di Mario Monicelli, Un borghese piccolo piccolo (1977) tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, il protagonista Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) dice al figlio: «Pensa a te, Mario, pensa solo a te! Ricordati che in questo mondo basta fare sì con gli occhi e no con la testa, che c’è sempre uno pronto che ti pugnala nella schiena. D’altronde io e tua madre siamo soddisfatti: abbiamo un figlio ragioniere, che vogliamo di più? Per noi gli altri non esistono. Tu ormai sei sistemato, noi siamo vecchi: non c’abbiamo altre ambizioni. Tutto quello che vogliamo è morire in pace, con la coscienza a posto». Nel racconto fu un massone a ‘trovare il posto’ – da noi il lavoro, appunto, è un ‘posto’, una sistemazione definitiva, come spiega il senatore Nicola Binetto – Lino Banfi – al giovane Checco Zalone nel film del 2016 Quo vado? – al giovane Mario Cerami, ucciso poi casualmente da un brigatista. In un altro indimenticabile film Il mafioso (1962) di Alberto Lattuada fu, invece, un mammasantissima, don Vincenzo (Ugo Attanasio) a trovare un eccellente impiego in un’industria metalmeccanica lombarda ad Antonio Badalamenti (Alberto Sordi). Il ‘raccomandato’ viene costretto a pagare il favore con un’esecuzione mafiosa a New York ma, stando al film, risulta tutt’altro che indegno del ruolo affidatogli nella fabbrica ed è molto stimato dai colleghi (ignari della sua affiliazione a Cosa nostra).

La brutta nomea che pesa sulla ‘raccomandazione’ nell’immaginario collettivo sembra essere pienamente giustificata ma… Ma il problema è che tutti i costumi riprovevoli vanno forse contestualizzati e allora anche quello in esame vanno concesse le attenuanti generiche. Almeno per due buone ragioni. La prima è che in una società in cui tutti raccomandano tutti, la raccomandazione può avere una funzione di neutralizzazione e quindi riportare a criteri universalistici di giudizio. «Tra i nostri candidati – disse il Presidente di una commissione concorsuale ai suoi colleghi – uno solo non era raccomandato. Mi è giunta la lettera dell’Onorevole ** e l’anomalia è sanata. Ora stanno tutti sullo stesso piano».

Ci sono casi, sempre più frequenti, in cui enti e associazioni di grande prestigio e benemeriti per il lavoro svolto, non rientrando tra quelli fortemente sostenuti da partiti e da fondazioni legate ai partiti, vengono penalizzati, in base ai parametri di assegnazione dei contributi, senza contravvenire alle leggi certamente ma, guardando alla morale e all’equità sostanziale, in modo vergognoso. In questo caso, la richiesta rivolta a un alto funzionario di tutelare i legittimi interessi di un’associazione, invitando a vagliare bene i suoi titoli, formalmente è una raccomandazione, sostanzialmente una preghiera di tutela.

Ma c’è un’altra ragione che fa riflettere sulla possibile positività della raccomandazione. Ed è una ragione che fa riferimento all’essenza stessa della civiltà liberale. Via via che, per evitare trattamenti discriminanti, si estendono i regolamenti, si restringe la discrezionalità e con essa, a ben riflettere, gli spazi di libertà. Lo spiego con un esempio. Mio padre, funzionario di un ente previdenziale, segnalò a un amico imprenditore il caso di un operaio che aveva perso il posto per la chiusura della fabbrica. L’uomo venne assunto come guardiano e, trattandosi di bravissima persona, si rese così utile all’azienda che ogni volta che il titolare incontrava mio padre non finiva di ringraziarlo per quell’‘acquisto’. Se il buon uomo si fosse rivolto all’ufficio di collocamento o al sindacato, probabilmente, avrebbe fatto una trafila che chissà come sarebbe finita. I rapporti personali di fiducia, in realtà, non sono ruggine ma olio nella macchina della modernità. Quando zì pret (l’immancabile familiare che aveva preso i voti) raccomandava un suo protetto – ‘è un gran lavoratore, viene da una famiglia perbene’ etc.. – faceva riferimento a valori comunitari, ancestrali, divenuti oggi incomprensibili ma non pertanto degni di esecrazione.

Certo, l’assoluta discrezionalità, innegabile nel rapporto di raccomandazione, è innegabile ma a porvi rimedio sono le regole o l’etica sociale che le produce e le fa rispettare? Il Rettore di una grande Università statale, per compensare un suo elettore (che gli aveva procurato la decina di voti in più sufficiente per farlo eleggere) aveva fatto modificare lo Statuto di Ateneo per consentire al collega di non dimettersi dal Centro universitario da lui diretto al sopraggiungere della pensione: se lo avesse conservato nel suo incarico dietro una forte raccomandazione, si sarebbe gridato allo scandalo, con la copertura delle nuove disposizioni in materia, il suo sdebitamento elettorale risultava ineccepibile. Morale: brutta, bruttissima cosa è la raccomandazione, ma non dimentichiamoci che i ‘favori illeciti’ non hanno più bisogno di questa risorsa che ormai sa tanto di ‘piccolo mondo antico’.

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Commenti

  1. Francesco. D’Agostino dice

    2 Luglio 2019 alle 11:22

    Divertente il caso dell’Onorevole che arriva in extremis a raccomandare l’unico candidato che di raccomandazioni era privo: questo però non basta a mettere tutti i raccomandati sullo stesso piano, perché, per fare un esempio, una cosa è la segnalazione accademica dell’autorevolissimo On. prof. Dino. Cofrancesco, ben altra quella del prof. D’Agostino…
    Interessante il caso dell’operaio che, perso il lavoro, viene riassunto come guardiano; però il nuovo datore di lavoro è assolutamente libero di assumere chi vuole (se assume un incapace su raccomandazione danneggerà la sua azienda); diverso il caso di chi dirige un servizio pubblico: se assume un incapace raccomandato danneggerà gli utenti del servizio e forse (ma solo forse) la sua immagine.
    Quanto al Rettore: perché nel candidarsi non aveva inserito nel suo programma la riforma dello Statuto di Ateneo? Anche se lo avesse fatto solo per compiacere un suo potenziale elettore, avrebbe comunque sottoposto il progetto a un corpo elettorale e così evitato o almeno ridotto ulteriori malevolenze…
    La verità è che le raccomandazioni, come Cofrancesco ci aiuta a capire, non sono compatibili con la logica del diritto, che è fredda, ma sono compatibilissime con la logica calda delle relazioni interpersonali. E quando si cerca di formalizzare le relazioni interpersonali le si uccide…

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