Per Larry Diamond, autore e curatore del libro Authoritarianism goes global?, c’è una politica delle potenze non democratiche, fatta di investimenti, aiuti, media nuovi e tradizionali, organizzazioni non governative attraverso cui i nuovi totalitarismi guidano l’assalto alle democrazie. Uno strumento particolarmente efficace sembra essere quello di organizzazioni non governative filo-regimi autoritari che contrastano o affiancano le versioni delle Ong occidentali attraverso operazioni di contro-propaganda.
Ai tempi della Rete hard e soft power trovano una rinnovata ibridazione nel termine sharp power, termine coniato nel 2017 dal National Endowment for Democracy per descrivere una strategia politica e comunicativa in grado «perforare, penetrare gli ambienti politici e informativi dei paesi presi di mira». Sharp power come capacità di uno Stato di attrarre a sé altri Stati e altre opinioni pubbliche verso le sue politiche e i suoi valori. E questo è l’aspetto più interessante, e allo stesso tempo più sfidante, del nuovo rapporto tra autoritarismi, capitalismo e democrazie liberali. La sfida al pluralismo e alle libertà individuali è diventata più efficace e subdola, complice anche la debolezza strutturale delle democrazie occidentali nell’organizzare il proprio consenso domestico e le proprie strategie militari esterne.
La dawah 4.0 cioè il proselitismo islamista nel tempo dei social media è fatto sì da scuole coraniche in mezzo mondo. Ma sopratutto è una strategia affinata da paesi come l’Arabia Saudita, l’Iran, il Qatar che molto hanno investito su think tank, università, rapporti con istituzioni occidentali e internazionali, media per favorire la loro reputazione negli scenari globali. Non potendo parlare bene di loro stessi usano fiancheggiatori più o meno consapevoli come cavalli di Troia per rendere seducente la predicazione dell’islamismo sunnita salafita e wabita, come di quello sciita, che finanziano scuole coraniche in mezzo mondo.
E mentre le dinamiche della rivoluzione comunicativa all’interno degli Stati autoritari sono incerte anche perché poco studiate, se non altro per la difficoltà di effettuare studi indipendenti nei paesi dominati da regimi autoritari e teocratici quello che colpisce è che troppo sovente sono per nulla rilevate le evidenti trasformazioni che i media globali stanno provocando nella conduzione della politica estera dei paesi democratici e nella politica delle grandi organizzazioni internazionali.
David Goldman nell’articolo di How Civilizations Die (and Why Islam Is Dying, Too) affronta come attraverso l’offensiva tecnologica la Cina sta espandendo gradualmente la sua influenza al sud-est asiatico, all’Asia centrale, all’America latina e a parti del medio oriente e dell’Africa. Le stesse tecnologie cinesi che hanno tirato fuori dalla povertà assoluta miliardi di est asiatici, nonché trasformato l’eterno rischio di far la fame in prosperità e sicurezza economica, possono dare ai regimi non democratici strumenti di controllo sociale fino ad ora inimmaginabili.
L’ambizione di Pechino è quella di diventare il leader entro il 2030 nell’intelligenza artificiale (IA o Intelligenza aumentata AI) e il campo nel quale la Cina intende eccellere è quello del riconoscimento facciale. Il software è presente in oltre 100 milioni di dispositivi mobili made in China. Ed è già stato sperimentato anche sulle telecamere di sicurezza che contano in Cina una rete di 176 milioni di telecamere di sorveglianza che controllano 1,3 miliardi di persone. Questa rete diventerà sei volte più grande nel 2020. A confermare la passione del Governo cinese sulla sorveglianza globale. Pechino gode anche di un altro ‘vantaggio’ competitivo, se così possiamo definirlo, peculiare del suo controllo: l’assenza di regole in materia di privacy in difesa dei suoi cittadini.
Nel 2019 l’autoritarismo illuminato di Xi, come lo chiama Robert Kaplan, sfida il nostro modello liberal-democratico in crisi. La Cina sta tentando con successo «il ripristino dell’armonia regionale sotto una nuova e molto più sfumata versione dell’ordine imperiale». Con la Nuova Via della Seta Pechino ridisegna gli equilibri geopolitici dell’Eurasia (non senza problemi). Una strategia di estensione del sharp power cinese che spesso è riassunta con una massima di Mao Zedong: «prendere in prestito una barca per navigare nell’oceano», ossia: raggiungere un obiettivo con mezzi altrui.
Sui russi abbiamo un immaginario di decenni di spy story, una conoscenza sicuramente superficiale ma che ci permette di orientarci. Sui cinesi, invece poco e niente. L’intelligence cinese agisce con modi differenti da quelle russa e statunitense. Eppure i loro uomini si stanno infiltrando nei governi occidentali, in maniera più lenta, ma con una capacità di penetrazione molto elevata. Mettiamo come obiettivo una banalissima ‘spiaggia’. Come racconta il decano del giornalismo spionistico David Wise, i russi ci manderebbero un sottomarino e i loro sommozzatori con il favore della notte riempirebbero secchi di sabbia e li riporterebbero a Mosca. Gli Usa userebbero un satellite per collezionare milioni di informazioni. E la Cina? La Cina ci manderebbe migliaia di turisti, ognuno con il compito di raccogliere un granello di sabbia. Al loro ritorno dovrebbero solo scrollare gli asciugamani, e alla fine Pechino conoscerebbe la sabbia di quella spiaggia molto meglio di ogni altro.
Imbavagliati dalla illusione che per non alimentare il nemico sia ‘politicamente corretto’ tacere, o camuffare la verità, non è ancora troppo tardi per immaginare una grande proposta politica come durante la Guerra fredda venne realizzata a favore dei dissidenti contro il totalitarismo dei regimi autoritari.
Nel 1975 gli Accordi di Helsinki insistettero su un preciso collegamento fra valori politici ed economici, da un lato, e diritti umani dall’altro. L’idea di Helsinki era che la sicurezza, fra le nazioni, non può essere garantita dai regimi non democratici. Solo leader che rispondono al proprio elettorato, leader che hanno interesse a migliorare le condizioni della propria gente possono dare un contributo alla sicurezza internazionale.
I dissidenti di ogni regime totalitario, di ogni latitudine cultura e religione hanno insegnato al mondo che la libertà è un’aspirazione per cui si dona tutto senza esitare e la libertà di un popolo esiste quando c’è l’opportunità di scegliere tra società basate sulla paura e società aperte.
Dare volti e voce ai dissidenti, descrivere, riconoscere, analizzare le loro parole significherebbe rivalutare noi stessi, trovare la bussola in quella ‘crisi di valori’ di cui si parla spesso soprattutto nella nostra contemporaneità dove il destino democratico di ogni Paese è cruciale per la stabilità dentro i disequilibri dinamici innescati dalle Rete e dalle nuove geopolitiche della comunicazione.

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