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Emergenza ‘populista’ e ignavia riformatrice

15 Marzo 2018 di Maurizio Griffo 2 commenti

Per comprendere l’esito, tutt’altro che rassicurante, delle elezioni del 4 marzo, anziché aggiungere una nuova analisi impressionistica, può essere utile riportare alla mente del lettore degli avvenimenti non lontani nel tempo, ma forse già dimenticati. Nell’estate del 2011 la Banca Centrale Europea chiese al governo italiano di realizzare alcune riforme, per meglio fronteggiare la crisi economica cominciata nel 2008. Si trattava nell’ordine di: riforma delle pensioni, riforma del mercato del lavoro, liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Non si era di fronte ad una imposizione proterva da parte di un potere forte, né quella richiesta esprimeva le pretese assurde di una burocrazia ottusa e opaca; al contrario si trattava di un suggerimento che proponeva un’agenda liberale di buon senso. Cosa che avrebbe dovuto risultare di sprone per il governo di centro destra guidato da Silvio Berlusconi, che aveva perso smalto, riportando in auge quella definizione di ‘governo del fare’ che aveva caratterizzato i primi mesi della legislatura. Purtroppo non accadde nulla. Il fatto è che la compagine ministeriale era divisa. La Lega nord, che aveva dalla sua il ministro dell’economia, pose il veto a quelle misure che avrebbero potuto risultare sgradite al bacino elettorale di riferimento. L’azione dell’esecutivo si risolse in un burocratico e poco liberale aumento della pressione fiscale. Nel frattempo, però, la incapacità operativa del nostro governo era stata percepita dai mercati, producendo un divario crescente con i titoli di stato tedeschi minacciando la sostenibilità del nostro debito pubblico. In sostanza il governo in carica, pur legittimato dal voto popolare, era paralizzato. Andare ad elezioni anticipate non fu possibile perché il maggior partito di opposizione, il PD, non voleva assumersi responsabilità di misure impopolari dopo la probabile vittoria elettorale. Si arrivò così al governo ‘tecnico’ di Monti.

Il commissariamento della democrazia italiana non portò a iniziative risolutive. Sacrificando un professore di materie attuariali, chiamato al ministero della previdenza, si varò una buona riforma delle pensioni. Ma questo fu tutto. Per mettere mano alla seconda riforma si dovettero aspettare altri tre anni. Nel frattempo ci furono le elezioni politiche, con il grande successo di un partito non democratico animato da un ex comico, cui seguì l’avvicendamento di altri due governi. In sostanza, per varare la riforma del mercato del lavoro si dovette arrivare al dicembre 2014, cioè fu necessario attendere oltre tre anni dalla lettera della BCE. Della terza riforma, nel frattempo, si sono perse definitivamente le tracce. La riforma delle pensioni è sempre al centro della discussione pubblica, mentre si lanciano proposte, non si sa più grottesche o più assurde, di cancellarla. La riforma del mercato del lavoro è oggetto di accanite discussioni e controverse valutazioni. Invece la liberalizzazione dei servizi pubblici locali è del tutto fuori dall’agenda politica, non solo nessuno ne parla ma quasi nessuno ricorda che si tratta di un settore bisognoso di interventi volti a migliorarne l’efficienza.

Certo, l’esempio fatto non spiega tutto, ma, ponendo mente a simili tassi di efficacia riformatrice del sistema politico, non deve meravigliare che da noi la ventata cosiddetta ‘populista’ si sia manifestata con una virulenza superiore a quella di altri paesi; tanto è vero che solo nel nostro paese due partiti antisistema raccolgono la maggioranza assoluta dei voti validi espressi.

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Commenti

  1. Biagio Mauriello dice

    18 Marzo 2018 alle 11:47

    Analisi sicuramente lucida e realistica, ma come dare torto ai cd. “populisti” quando percepiscono lo Stato come nemico, come canaglia, per usare un termine di Ostellino. Nulla è stato fato per risollevare l’economia anzi, tutt’altro, si è talmente e smisuratamente aumentata la pressione fiscale che la gente non se la sente più di pagare perché la percepisce come ingiusta e, dà la priorità alla propria sopravvivenza piuttosto che al fisco. Per esperienza personale dico che i cittadini si stanno perfino abituando a pignoramenti e ipoteche sui propri beni ed ormai non considera più la casa come bene primario. Pertanto fino a quando il popolo non percepirà lo Stato come garanzia dei propri diritti, come tutore del bene comune, la situazione non migliorerà ed i cd. populisti avanzeranno ed i nazionalisti prevarranno; e così addio Europa.

    Rispondi
  2. Michele Magno dice

    15 Marzo 2018 alle 16:34

    Ricostruzione dei fatti corretta e giudizi condivisibili. Considero tuttavia “malata” la parola populismo. Bisognerebbe usarla con maggiore parsimonia e, quando la si usa, specificare in che senso (ps. non è un appunto all’autore, ma una considerazione di carattere generale)

    Rispondi

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