«Per intanto, già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate». Capita spesso di veder citate le nobili parole con le quali Benedetto Croce concludeva idealmente la sua Storia d’Europa nel secolo decimonono (1932). Raramente, però, si è riflettuto sul loro significato reale. Dello stile retorico l’Italia può dire, con orgoglio, ciò che Francesca diceva del suo amato Paolo: «questi che mai da me non fia diviso». L’auspicio di Croce, pertanto, è divenuto un orpello retorico, un festone di cartapesta da appendere al palco di uno dei tanti inutili convegni sulla necessità di unire l’Europa.
Si è così finto di non vedere che il filosofo non parla di ‘federazione europea’ ma di Stato europeo. Contrario alle autonomie regionali, per lui l’appartenenza a una comunità politica significa che le divisioni politiche e ideologiche che vi si manifestano non sono determinate dai diversi interessi degli stati e staterelli cancellati dalla storia, ma riguardano la salus rei publicae. Si sta con Giolitti o con Sonnino non perché si pensa di fare gli interessi di Napoli o di Milano ma perché si guarda a quelli della nazione (anche se, ovviamente, si ritiene che un programma di governo piuttosto che un altro possa giovare di più alla propria regione).
Sono portato a credere che l’Europa, alla quale tutti portano incensi, sia una cosa seria – indipendentemente dalla sua realizzabilità invero assai dubbia – soltanto se, crocianamente, sia qualcosa di simile allo stato nazionale classico. Parlare di ‘Stati Uniti d’Europa’ – come già si faceva nell’800, sol che si pensi al nostro grande Cattaneo – può ingenerare equivoci e incomprensioni tali da giustificare il crescente scetticismo di quanti vengono accusati, spesso in malafede, di sovranismo e di antieuropeismo. Una federazione di stati, quale sempre di più si configura quel poco di Europa costruita finora, infatti, si traduce nell’egemonia dei più forti, dei più industrializzati, dei più armati sugli altri. L’unità politica, al contrario, significa che a contare non sono i governi tedesco, francese, italiano etc., ma i cittadini tedeschi, francesi, italiani etc. Per esemplificare, i voti degli elettori europei vanno depositati in un unico calderone e il Parlamento e il governo, che verranno formati in base al consenso ottenuto dai vari partiti, potranno pure varare leggi favorevoli, ad es., agli agricoltori francesi o agli industriali tedeschi, ma solo se i francesi e i tedeschi interessati (e che non sono tutti i francesi e i tedeschi, giacché i paesi sono divisi al loro interno, avendo le varie classi interessi non sempre convergenti) possono contare sui voti di quegli italiani, greci, spagnoli etc., che ritengono (a ragione o a torto) quelle leggi giovevoli all’intera Europa.
Gli antieuropeisti – nella retorica ufficiale assimilati tout court ai fascisti – non temono la perdita delle sovranità nazionali a favore della Federazione o la ‘morte della patria’ (l’indebolimento del senso dell’appartenenza a una comunità di destino fa ogni giorno passi da gigante), ma la riduzione dell’Europa a un direttorio degli stati più forti che dettano agli altri l’agenda politica e interferiscono nelle scelte governative che possono danneggiarli.
A mio avviso, costruire l’Europa non significa abolire il potere di veto che paralizza i vertici di Bruxelles – un potere che talora garantisce a uno stato di non essere vittima degli ‘interessi superiori dell’Europa’ («ce lo chiede l’Europa» è il vecchio refrain), che poi sono solo gli interessi degli stati che contano di più – ma spalancare le porte del Parlamento europeo al fiume impetuoso della democrazia. Quest’ultima, come la punta della mitica lancia di Achille, ha la virtù di guarire dai mali che essa provoca e, in ogni caso, è la fonte suprema della legittimità politica. Democrazia significa lasciare che sia il popolo a decidere se volere la guerra o la pace, se rafforzare il Welfare State o ridimensionarlo, se riconoscere o meno determinati diritti civili e politici, non ricompresi nelle Costituzioni d’antan.
È un fatto, però, che gli europeisti doc sono sempre più diffidenti nei confronti della democrazia, parlano continuamente della sua crisi e, nel timore dei populisti, sono costantemente tentati di manipolare le elezioni indette nei ‘paesi a rischio’ (e spesso con successo). Scriveva Alexis de Tocqueville, nella Democrazia in America del 1835: «il mezzo più potente e forse il solo che ci resta per interessare gli uomini alla sorte della loro patria è farli partecipare al governo della cosa pubblica. Ai nostri giorni, lo spirito civico mi sembra inseparabile dall’esercizio dei diritti politici». Perché ciò non dovrebbe valere anche per l’Europa? L’Unione politica è ancora di là da venire ma non sarebbe opportuno, per chi intenda seriamente prepararla, consultare l’opinione pubblica europea sui grandi problemi di politica estera che ci assillano in questi anni? Chiedere, ad esempio, agli europei se intendessero destinare più fondi agli eserciti, per fronteggiare il pericolo russo, sarebbe segno di quello spirito democratico che non dovrebbe venire mai meno tra i popoli del vecchio Continente.
Predicare ‘più Europa’ – come fa un partitino impegnato più a denunciare i sovranisti che non a rivendicare al popolo europeo il diritto di decidere liberamente in campo economico, sociale, militare quali leggi darsi, quali linee politiche seguire – oggi significa rimettere nelle mani del club dei paesi che contano, più diritti, più competenze. Significa sottrarre alla democrazia reale, che negli stati nazionali determina maggioranze e minoranze politiche, materie cruciali d’ora in poi sfuggenti al controllo della volontà popolare.
Non semplicemente più Europa, quindi, ma più Stato, più democrazia dovrebbe essere la bandiera dei sinceri europeisti. Dopo il 1861, per tornare a Croce, gli Italiani non si sentirono più siciliani, toscani o lombardi: a dare ad essi identità politica era il definirsi conservatori, socialisti, liberali, radicali etc. Chi si batte per l’unità continentale, convinto a ragione che, nella nuova anarchia internazionale, non si può rimanere vasi di coccio stritolati dai vasi di ferro costituiti dalle unità imperiali, deve coinvolgere il popolo europeo nel processo unitario. Non è nei «labirinti de’ politici maneggi» che, in un’epoca laica e secolarizzata come la nostra, possono nascere le istituzioni politiche.
Forse è anche vero che dando la parola all’uomo della strada diventa difficile mettere in piedi un edificio complesso come l’Europa, ma è ancora più vero che la sfiducia nella democrazia, motivata dalle sue tentazioni populistiche, porta a sopprimere non solo la democrazia ma a mettere a repentaglio le libertà civili e politiche faticosamente conquistate nel corso degli ultimi due secoli. Quando un numero ristretto di ‘saggi’ ha il diritto di mandarci in guerra, di tassarci per acquistare armi, sottraendo risorse a scuola o a sanità, di stabilire chi sono i nostri nemici e di imporre ad essi sanzioni rovinose per le nostre economie, ci si chiede se per civiltà europea non stia suonando la campana a morto.

Maurizio Griffo dice
L’Europa sta ancora scontando il fallimento della CED