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Giustizia penale internazionale

19 Marzo 2018 di Riccardo Pozzo Lascia un commento

  1. Come procedere affinché le controversie internazionali non siano più decise con le armi, ma affidate, e risolte da, un tribunale internazionale permanente? Osservava il 15 novembre 2016 Francesco D’Agostino in uno dei primi post di questo forum, che l’Occidente «non vuole sentir parlare di guerra, anche quando la fa»; e preferisce interpretare «le violenze che continuano a colpire in modo particolare la cristianità orientale e africana come un fenomeno di criminalità comune, da fronteggiare più col codice penale e con azioni di polizia internazionale che con pratiche politiche». Ma pensando alle tensioni di questi mesi, soprattutto alle tensioni tra Corea del Nord e Stati Uniti, sembra opportuno continuare a chiedersi se non sia possibile prevenire la guerra con lo strumento del diritto, questione affrontata in un recente volume da Daniele Archibugi e Alice Pease (Delitto e castigo nella società globale, Castelvecchi, Roma 2017).
  2. In effetti, nell’ultimo quarto di secolo è emerso un nuovo sistema di giustizia penale. Abbiamo visto giudici nazionali sempre più audaci nel perseguire reati commessi altrove, abbiamo visto l’ONU istituire specifici tribunali internazionali e soprattutto abbiamo visto creare a Roma, con una cerimonia in Campidoglio il 17 luglio 1998, la Corte Penale Internazionale (CPI), costituita oggi da 123 Stati (su 193 Stati membri dell’ONU, senza però l’adesione di Cina, India, Russia e Stati Uniti), la cui giurisdizione è internazionale, appunto, nel senso che può processare individui responsabili di crimini di guerra, genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di aggressione commessi sul territorio (secondo l’art. 5, par. 1 dello Statuto di Roma del 1 luglio 2002).
  3. Ricordiamo il processo di Norimberga e poi i processi a Augusto Pinochet, Slobodan Milošević, Radovan Karadžić e Saddam Hussein e chiediamoci francamente se siano stati l’avvio di una oggi tanto acclamata nuova giustizia globale o se siano stati invece, e ben più prosaicamente, l’espressione della volontà dei più potenti di processare i propri nemici. Questione che Archibugi e Pease ripensano a fondo, proponendo di recidere il cordone ombelicale che lega le corti di giustizia internazionali agli Stati e alle organizzazioni che le hanno istituite. Di fatto, oggi «la giurisdizione universale è esercitata da magistrature statali, e i tribunali internazionale sono il risultato di complesse negoziazioni intergovernative». A tal fine, occorre predisporre un tessuto autonomo di norme e procedure sulle quali operare, nella prospettiva autenticamente cosmopolita tracciata dal progetto kantiano per la pace perpetua, un tessuto che si ponga come condizione di possibilità per il futuro di una giustizia penale internazionale che sottragga agli Stati il «potere monocratico di giudicare e punire».
  4. Concludono Archibugi e Pease: la società civile «ha un ruolo cruciale nel chiedere un progetto di giustizia cosmopolita. Uniamo le forze, pretendiamo che i giudici non vengano scelti dai governi, ma da una internazionale dei giudici. E non dimentichiamo la lezione di Mandela: la giustizia non solo punisce, ma riconcilia». Parole forti, queste, che però aprono una via da percorrere nel ventunesimo secolo, una via, ripetiamolo, che è stata aperta da Immanuel Kant.

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