Mi permetto di sottoporre qui alcuni dati di confronto della situazione politica italiana odierna – in particolare, dell’atteggiamento degli elettori nei confronti della politica e della scelta elettorale – rispetto a quelli di quarant’anni fa. L’occasione è la recente uscita di un libretto, che ho curato con Pasquale Pasquino, dal titolo Gli italiani e il voto, che compara i dati odierni con quelli raccolti in un altro piccolo volume pubblicato quarant’anni fa a cura mia e di Giacomo Sani.
Una prima considerazione che emerge è che, in questi 40 anni, si è notevolmente incrementata l’informazione politica, vale a dire la conoscenza da parte dei cittadini sui vari fatti e avvenimenti politici, amplificata molto dai social media e da altri mezzi di comunicazione. A titolo esemplificativo, valga il dato seguente: mentre nel 1985 il 33% degli italiani dichiarava di non conoscere il nome del Presidente del Consiglio allora in carica (era Craxi), oggi questa percentuale è ridotta al 12%. Certo, il fatto che più di un cittadino su dieci non sappia che Giorgia Meloni è l’attuale presidente del Consiglio può apparire ancora deprecabile, ma la situazione è molto migliorata rispetto a qualche decennio fa.
Al tempo stesso, però, è significativamente diminuito il livello di partecipazione politica, al di là della mera conoscenza di nomi e avvenimenti. Oggi solo il 7,4% dei cittadini dichiara di interessarsi ‘molto’ di politica. A costoro possiamo ragionevolmente aggiungere il 32,5% che afferma di occuparsene ‘abbastanza’. Ma il restante 60% sostiene tranquillamente di non curarsi del tutto di politica, pur avendone sentito spesso parlare. In particolare, sono i giovani ad avere meno interesse per la politica, mentre la vecchia generazione dei baby boomers – coloro che hanno passato un’esperienza politica molto importante alla fine degli anni ’60 – è, ancora oggi, la classe di età che si interessa di più di politica in assoluto.
Ma, al di là della partecipazione, ciò che è forse ancora più significativo sono i mutamenti degli atteggiamenti e delle considerazioni espresse nei confronti della politica. Infatti, in quarant’anni sono diminuiti coloro che esplicitano un sentimento positivo verso la politica e sono molto aumentati coloro che invece ne hanno una visione negativa: erano il 27% nel 1985 e sono oggi il 40%. In particolare, si accentuano le valutazioni di disgusto e di diffidenza, espresse rispettivamente dal 22 e dal 24%. Questi atteggiamenti si rilevano con maggiore frequenza tra i votanti per la Lega e quelli del Movimento Cinque Stelle e, in generale, nei ceti meno centrali socialmente e professionalmente.
L’insieme di questi orientamenti porta inevitabilmente ad un più accentuato distacco dalla politica che, sul piano del comportamento elettorale, si traduce in una conseguente diminuzione della fedeltà: tanto che se osserviamo quanti sono gli elettori ‘mobili’ (vale a dire coloro che hanno cambiato voto nelle ultime due elezioni politiche) sul complesso dei votanti, troviamo un vero e proprio raddoppio dal 1985 ad oggi. Allora costituivano il 17%, mentre, nell’ultima rivelazione condotta nel maggio 2025, risultano il 39%.
Tutto ciò porta alla formazione di un mercato elettorale assai più ampio e articolato di un tempo caratterizzato da una molto maggiore volatilità rilevata nelle scelte dei cittadini.
Una delle conseguenze principali è l’esistenza di un più o meno vasto bacino potenziale per ciascun partito, costituito da coloro che magari hanno non hanno ancora deciso di votarlo, ma lo ‘prendono in considerazione’ per un possibile voto in futuro. Risulta dai sondaggi come molti di noi, oggi, ‘prendano in considerazione’ più partiti contemporaneamente (mediamente 2,5 partiti), quando una volta, come si ricorderà la scelta di voto era molto più determinata. Ciascuna forza politica, dunque, deve cercare di catturare la porzione massima possibile del proprio mercato potenziale, da aggiungere a quello più ‘certo’ già posseduto: una impresa non facile, che rende la campagna elettorale determinante e cruciale.
Nel tempo è mutata anche l’autocollocazione degli elettori sull’asse sinistra-destra, vale a dire la posizione percepita da ciascuno su questa dimensione. Nel 1985, Il 41% degli italiani si collocava direttamente al centro: era l’effetto della presenza della Democrazia Cristiana, che attirava molti di questi consensi. Oggi il centro tout court è meno attraente e coinvolge solo il 12% dei cittadini, che dichiarano di assumere questa posizione politica. Ancora, quarant’anni fa solo una minima parte, il 15%, dichiarava di sentirsi di centrodestra o destra: oggi le cose sono molto mutate e questa percentuale si è triplicata ed è divenuta addirittura il 46%, segno che la destra è stata davvero ‘sdoganata’. È ragionevole pensare che buona parte degli elettori della Democrazia Cristiana di una volta siano confluiti in questo settore politico. Anche perché, invece, le dimensioni di coloro che si collocano nel centro-sinistra o nella sinistra tout court non sono molto cambiate: è un po’ diminuita quest’ultima (dal 22% al 16%), ma è aumentato, seppur di poco, il numero degli elettori che si dichiara di centrosinistra (dal 22% al 26%). In ogni caso, al di là di questi dettagli, l’insieme degli elettori che si colloca a sinistra è rimasto sostanzialmente Invariato.
Può essere interessante anche vedere l’autocollocazione specifica dell’elettorato dei singoli partiti: si rileva così come tra i votanti per Fratelli d’Italia, la maggior parte (56,4%) si consideri di centrodestra e non di destra estrema. Mentre l’opposto accade per i votanti della Lega, che si sentono assai più di destra dei loro ‘cugini’ di Fratelli d’Italia. In Forza Italia prevale, come era prevedibile, specialmente la posizione di centro (44,8%), mentre il Movimento 5 Stelle appare un insieme variegato di più posizioni anche contraddittorie.
Ma, oltre al posizionamento assunto dagli elettori, sono cambiate anche le motivazioni di voto che li spingono a scegliere l’uno o l’altro partito. È diminuito in questo periodo il voto ‘per appartenenza’ (oggi al 14,5%) e anche quello ‘di scambio’, che pure rimane con una diffusione del 12,5%. Mentre si sono accresciuti il voto ‘di protesta’ (‘scelgo il meno peggio’ è indicato dal 22%) e, specialmente, quello ‘di opinione’, basato sul confronto tra programmi o più spesso tra la personalità dei leader dei diversi partiti. Ancora una volta, si tratta di un indicatore della forte mobilità e volatilità elettorale che dobbiamo affrontare di consultazione in consultazione.

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