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Gli orfani del ‘68 e il loro strano mentore

2 Febbraio 2026 di Dino Cofrancesco Lascia un commento

Se si dialoga con un reduce del ‘68 e delle lotte studentesche degli ‘anni formidabili’, raccontati da Mario Capanna, una sensazione di profondo sconforto s’impadronisce dell’animo. Il pensiero va alla scena finale del film del 1954 Un americano a Roma del grande Steno dove si vede il padre di Nando Mericoni (interpretato da uno straordinario Alberto Sordi) che, chino sul figlio bendato sul letto d’ospedale, alludendo alle manie che lo hanno quasi ridotto in fin di vita, sospira «Speriamo che ora sia guarito!». Il film si chiude con la voce fuori campo di Sordi: «ma guarito de che?».

Al nostro interlocutore antagonista, neppure la caduta del Muro di Berlino ha portato la guarigione. Se gli si chiede di pronunciarsi sui regimi comunisti al di là della cortina di ferro, lo fa con fastidio e insofferenza. Quei regimi, per lui, appartengono ormai al passato e furono risposte sicuramente inadeguate a problemi che continuano ad essere più irrisolti che mai nel nostro tempo. I partiti comunisti crearono rigide burocrazie che realizzarono alcune importanti riforme, nel segno dell’eguaglianza e della giustizia sociale, ma crearono pure democrazie popolari incapaci di garantire la partecipazione e la libera discussione sulle scelte dei governi. Di qui le repressioni del dissenso, giustificate anche da un accerchiamento internazionale che costringeva a serrare le file e a vigilare sulle quinte colonne e i loro (spesso inconsapevoli) alleati.

Non si parli, però, di totalitarismo, categoria della guerra fredda con la quale si volle accreditare l’idea che le ‘democrazie totalitarie’ – rosse o nere – avessero un’unica matrice ideologica e culturale.

E quanto alle esaltazioni di spietati dittatori come Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Castro che inducevano i ‘contestatori’ non solo a ripetere gli slogan dei loro libretti rossi ma anche, talora, ad adottarne modi di vestire e hobbies (ad es., la pipa, la divisa, gli scacchi), si tratta di cose da rimuovere, illusioni generose di gioventù giustificate, peraltro, dall’imperialismo americano, dal Vietnam, dal crollo della democrazia in Cile, con il colpo di Stato di Augusto Pinochet del 1973. Le repressioni di Budapest nel 1956 e di Praga nel 1968, al confronto, furono episodi tutto sommato secondari, da attribuirsi ai «compagni che sbagliavano». In ogni caso, rievocarli significa fare del bieco, strumentale, anticomunismo, inteso a riattizzare una guerra civile utile solo a far dimenticare le vere tragedie del presente.

L’orfano del ’68, che non vuol sentir parlare del comunismo, ritiene, in linea puramente teorica, che anche il fascismo appartenga ormai alla storia ed è portato a snobbare quanti se ne occupano ancora.

Curiosamente, però, se il fascismo non è attuale, l’antifascismo, per lui, continua ad esserlo giacché oggi non ci sono più i moschettieri del duce ma qualcosa di ben più inquietante e di più nero delle camicie nere: la globalizzazione capitalistica e finanziaria che a Washington ha la sua centrale operativa e i cui tentacoli planetari rappresentano una minaccia di estinzione per i popoli e le culture non occidentali. Davanti al Moloch statunitense e ai suoi alleati, che massacrano a Gaza decine di migliaia di palestinesi, il richiamo all’antifascismo è una sana e fisiologica reazione naturale.

Ha scritto Franco Cardini – in Neofascismo e neo-antifascismo, Ed. La Vela 2018 – che, con tutti i crimini che il totalitarismo – nelle due forme classiche nazista e comunista – possa aver commesso, «non riesce a eguagliare quelli commessi dal capitalismo liberal-liberista: che è peggiore di entrambi messi insieme e che – se essi hanno insanguinato una parte del mondo, senza dubbio con spaventosa intensità, per pochi decenni – ha invece infierito sulla totalità del pianeta per lunghi secoli predicando libertà, giustizia e diritti umani ma seminando intanto ingiustizia e violenza e mietendo sofferenze e massacri pur di realizzare il suo spietato progetto di oppressione finalizzata alla rapina di materie prime e di forza-lavoro. Quel che sul serio, e profondamente, i liberal-liberisti non sanno, non possono e non vogliono perdonare al totalitarismo è di avere introiettato nella vita europea quei metodi dei quali il capitalismo colonialista si è per secoli servito fuori dal nostro continente mentre mostrava entro i confini di esso, una maschera civile e ben educata».

Non riesco a capacitarmi del fatto che uno storico serio e prestigioso come Franco Cardini porti al Tribunale della Storia – e sottoponga a giudizio universale –, da una parte, due ‘individui’ con nomi e cognomi – fascismo e comunismo – e, dall’altra, vicende di popoli diversi in tanti secoli diversi, come se fossero imputabili ad un unico Soggetto – tanto cinico quanto consapevole – che, nel tempo, assume varie e impreviste forme. È come portare davanti ai magistrati, da un lato, Jack lo squartatore e, dall’altro, il dio Proteo al quale si imputano tutte le nefandezze del capitalismo liberal-liberista, per saecula saeculorum. «Vuoi mettere le decine di donne londinesi ammazzate e sfigurate dal mostro con i milioni di vittime immolate da Proteo sull’altare del bieco denaro?» È uno stile argomentativo che lascia sinceramente perplessi… Costruzioni della mente e categorie ideali diventano vere e proprie Persone, «individui cosmico-storici», per dirla con Hegel, più reali degli uomini in carne ed ossa.

Forse andrebbe ricordato Max Weber quando scriveva che «i tipi ideali hanno sempre, e necessariamente solo una validità molto relativa e problematica, se vogliono essere considerate come una rappresentazione storica di ciò che esiste empiricamente» anche se poi sono indispensabili «mezzi concettuali per la comparazione e per la misurazione della realtà». Nello stile di pensiero olistico (che caratterizza anche se non esaurisce il pensiero totalitario) il metro diventa la ‘cosa’ e la cosa un transeunte fantasma storico.

Sennonché, ci si chiede, perché dovrebbe esserci un nesso forte tra i massacri coloniali di stati dediti alla «rapina di materie prime e di forza-lavoro» e le loro istituzioni – democratiche, conservatrici o liberali che siano? Non è forse vero, ad es., che in nome degli ideali dell’89 – v. Georges Clemenceau – come in nome di una ideologia tradizionalista – v. Charles Maurras –, non pochi cittadini, partiti, movimenti politici si opposero alle conquiste coloniali? E perché queste ultime dovrebbero indurre a mettere nello stesso calderone gli stati e i regimi politici più opposti e lontani nel tempo? La violenza coloniale, in realtà, negli scritti dei nemici implacabili del modello occidentale, fa scendere sulla Terra la classica notte nera in cui tutte le vacche diventano nere.

Quando Cardini dismette l’abito severo dello storico medievista e impugna la penna del polemista – dell’intellettuale impegnato e indignato, «cattolico, europeista, socialista» (sic!) –, diventa suo malgrado, l’ideologo del più superficiale reducismo sessantottesco. Con una differenza fondamentale: che al liberal-liberismo Cardini non perdona la distruzione della Tradizione, delle culture diverse da quelle occidentali, delle religioni che l’albagia dell’uomo bianco considera mere superstizioni, laddove il reduce degli ‘anni formidabili’, vede nell’area euro-atlantica l’ostinata resistenza del ‘mondo di ieri’ a non lasciarsi travolgere dalle forze della modernità e del progresso sociale. Certo è che l’uno e l’atro non lavorano per la convivenza pacifica ma foggiano armi concettuali per la guerra civile.

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