Sovente le dispute sulle tematiche internazionali si concludono con incomprensioni reciproche e prese di posizioni nette e trancianti. Credo che questo dipenda da una dissonanza cognitiva – o semplicemente incompatibilità – intrinseca tra due attitudini, quelle dell’idealista e del realista. Per ragionare attorno a questa incompatibilità devo però partire da due assunti. Il primo è di tipo antropologico e consiste nel sostenere che l’essere umano ha necessità di fare calcoli e previsioni per progettare il suo futuro. Questa assunzione risale a Bertrand de Jouvenel, che ne L’arte della congettura (1964) definiva l’uomo un essere previsionale, cioè votato a formulare visioni sul futuro in vista di decisioni da prendere e per selezionare quelle che arrecano più vantaggi. Risulta evidente che tra previsione e decisione c’è un legame molto stretto di consequenzialità: sulla base di una certa previsione, di calcoli e di dati, l’essere umano seleziona una decisione tra le molte alternative che gli si presentano davanti.
La seconda assunzione riguarda i processi decisionali e qui riprendo le posizioni di Charles Lindblom, il quale sosteneva che questi sono condizionati da due fattori, la «magnitudine» – o potremmo dire l’impatto – del cambiamento atteso da una certa decisione e il quadro informativo a nostra disposizione. Osserviamo che alcune decisioni possono avere un impatto piuttosto limitato e sono basate su un quadro informativo completo; altre, all’opposto, possono procurare cambiamenti epocali e vastissimi, ma disgraziatamente poggiare su elementi conoscitivi molto limitati o addirittura assenti. Lindblom sosteneva che le pratiche e decisioni amministrative sono del primo tipo, pensiamo per esempio alle decisioni di una amministrazione circa la distribuzione di un sussidio scolastico: basta incrociare i dati completi a disposizione (reddito, composizione famigliare, regolarità e profitto negli studi e similari dei richiedenti) per formulare una graduatoria insindacabile, generando degli esiti di micro-impatto (a qualcuno sarà dato, ad altri no). Le decisioni amministrative corrispondono ad un modello di selezione sinottico e perfettamente razionale delle alternative. Invece, in guerra e nei processi politici rivoluzionari o fondativi chi deve decidere ha pochi dati a disposizione o addirittura non ne ha alcuno ed è conscio che l’impatto dei processi che cerca di governare (una guerra, una rivoluzione) saranno immensi (distruzione, morte, moltitudini d’individui che perderanno le loro proprietà, che metteranno a repentaglio le loro identità etico-sociali, che saranno ridotti in una condizione esistenziale di alienazione nel ‘nuovo ordine’). Secondo Lindblom, questo tipo di decisioni non corrispondono ad alcun modello, non sappiamo come affrontarle e risolverle.
Sto evidentemente suggerendo che nelle nostre discussioni sulle crisi internazionali odierne (la guerra russo-ucraina, il perenne conflitto israelo-palestinese, la guerra tra Iran e USA), quando entrano in gioco previsioni da formulare per gettare le basi della scelta ‘migliore’, ci troviamo proprio nella condizione di ‘inferiorità’ cognitiva e previsionale che ha descritto Lindblom. Qui entrano in gioco i due caratteri dell’idealista e del realista, che provo a descrivere come ‘tipi puri’. L’idealista tende a risolvere il problema conoscitivo-previsionale assumendo alcuni valori di fondo o di lungo periodo (libertà, democrazia, autodeterminazione dei popoli e similari), che lo portano ad aggirare le secche conoscitive-previsionali. La prospettiva dell’idealista è invariabilmente di ‘lungo periodo’, per lui non contano le condizioni oggettive della distribuzione del potere e delle risorse, conta realizzare quei valori fissati forse nella storia o che comunque egli considera come un punto d’arrivo inevitabile del processo, appunto laddove poi ‘la storia finirà’. Questo atteggiamento può portare l’idealista a trascurare i dati oggettivi, oppure a mascherarli a sé stesso, secondo i meccanismi ben noti della razionalizzazione ideologica o della falsa coscienza. Qualunque cosa dicano i dati e le conoscenze, quei valori vanno perseguiti perché su di essi si fonda la nostra civilizzazione e per essi occorre sacrificarsi. I valori ultimi dell’idealista sono ciò che stempera nella sua mente le conseguenze terrificanti di cose come il conflitto interetnico, la guerra, la rivoluzione, nel senso che per quei valori non c’è conseguenza nefasta che non valga la pena di correre.
Il realista ha un atteggiamento per molti versi opposto e non è necessariamente detto che costui sia un cinico privo di valori, solo che egli non è in grado di apprezzare gli effetti di lungo periodo, perché è vincolato emotivamente e pragmaticamente dalle preoccupazioni di ciò che gli potrebbe accadere nell’immediato, nel breve periodo che ancora ci vede tutti vivi piuttosto che nel lungo periodo quando «saremo tutti morti». Se l’idealista è affascinato dall’estensione del cambiamento futuro (un mondo tutto libero e democratizzato, dove non ci siano più ingiustizie sociali e i popoli autoaffermati vivano in armonia), che attribuisce all’effetto generato dal perseguimento dei suoi valori, il realista ne è spaventato, o semplicemente guarda a questi cambiamenti con scetticismo, così è portato invece ad enfatizzare le conseguenze immediate o di breve periodo dei conflitti internazionali, l’insicurezza generalizzata, i rischi per le economie domestiche, i costi sociali e politici, affidandosi ai pochissimi ‘dati oggettivi’ di conoscenze dei quali dispone.
Tutta questa contrapposizione la possiamo rapportare oggi alle posizioni delle parti politiche e del dibattito sulla guerra russo-ucraina. Gli idealisti vogliono impartire una severa lezione alla Russia e difendere l’autodeterminazione del popolo ucraino, quale che siano le conseguenze, perché se così non si facesse non solo la storia non raggiungerebbe la sua naturale conclusione (la pace mondiale e il trionfo inevitabile di libertà, democrazia e volontà popolare sovrana), ma anche la nostra civiltà occidentale sarebbe messa a repentaglio. I realisti guardano all’oggi, pensano che la Russia sia un boccone troppo grosso per le modeste fauci dell’Unione Europea e che probabilmente risulterebbe piuttosto indigesto anche alla maestosa aquila americana. Non credono nell’autodeterminazione dei popoli, se non nella limitata prospettiva che viene aperta alle nazioni dalle condizioni storiche contingenti, riconoscono che se affermarsi e autodeterminarsi sono aspirazioni degli ucraini e degli europei, lo sono anche dei russi e di altri popoli.
Da qui discussioni infinite, accese ed inconcludenti, perché la prospettiva di lungo periodo (perseguire valori ultimi e assoluti) non è compatibile con quella di breve periodo (salvare la pelle e continuare a prosperare).

Giuseppe Ieraci dice
Chiedo scusa, forse ho generato un equivoco, che ha destato l’ attenzione di Alessandro Cavalli, che ovviamente ringrazio.
I “tipi” weberiani sono “ideali”, che non esistono nella realtà ma astrazioni concettuali che servono per affrontare e confrontare i casi reali e “storici” (cito, parafrasandolo, M. Weber a memoria, alle 1:50 del mattino e chiedo a Cavalli di avere pazienza se non riporto a puntino le parole del nostro). Talvolta, si usa – almeno così mi pare di avere riscontrato talvolta in letteratura – l’espressione “tipo puro”, come sinonimo di tipo ideale. Quindi “idealista” e “realista”, se piace a Cavalli che su Weber è una autorità, come io li descrivo sono tipi ideali, senza necessità di qualifica di purezza.
Resta che la puntualizzazione di Cavalli non sposta di una virgola il mio ragionamento, giusto o sbagliato che sia, a giudizio di che legge.
Alessandro Cavalli dice
I “tipi ideali” sono uno strumento metodologico indispensabile per ragionare/argomentare: Nel caso specifico però cerco di essere sempre consapevole di non aver mai incontrato (se non in letteratura) un “idealista puro” e un “realista puro”.
Dino Cofrancesco dice
Condivido toto corde l’analisi di Giuseppe Ieraci ma non capisco il commento di Alessandro Cavalli. Nessuno di noi ha incontrato un ‘idealista’ puro e un ‘realista puro? e tanto meno li aveva incontrati Max Weber . E con questo?
Giuseppe Ieraci dice
Infatti, i tipi puri (ops…ideali) non s’incontrano in alcun luogo, perché come sosteneva M. Weber “non esistono nella realtà”.