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L’identità immateriale tra concorrenza e privacy

23 Novembre 2020 di Stefano Quintarelli Lascia un commento

La pandemia ha spostato online buona parte delle attività che prima si svolgevano offline, consentendo alle nostre società di mitigarne l’impatto.

Questa migrazione, tuttavia, ha palesato ad una più ampia fetta della popolazione il ruolo di accentramento svolto dai grandi intermediari digitali, in genere chiamati ‘piattaforme’, un termine che ritengo fuorviante perché sottende una neutralità nella gestione delle comunicazioni che in realtà non esiste: gli intermediari sfruttano e valorizzano le attività che intermediano.

Nella dimensione materiale, quando parliamo o assistiamo a una conferenza, l’aria non discrimina. Le onde acustiche, che sono trasmesse dalla bocca di chi parla alle orecchie di chi ascolta, sono condotte senza possibilità di discriminazione. Quando camminiamo in una strada di negozi, l’aria non blocca l’accesso a un negozio discriminando potenziali clienti. Questa garanzia di non discriminazione è insita nelle proprietà della dimensione materiale. Spostandoci verso l’immateriale, la possibilità di discriminazione aumenta perché l’accesso alle informazioni viene mediato da strumenti che, a seconda degli algoritmi che implementano, possono prestarsi a discriminazioni.

Passando a Internet, ogni acquisto, ogni comunicazione non è più effettuata su un mezzo intrinsecamente non discriminatorio, ma viene intermediata da un insieme di soggetti (dall’operatore di rete al fornitore del dispositivo, al fornitore dell’applicazione), ciascuno dei quali può acquisire dati e attuare delle discriminazioni.

L’identità delle persone diviene centrale, se considerata in una accezione più estesa. Cosa ci definisce con maggiore precisione? Nome e cognome, sesso, altezza, colore degli occhi e indirizzo, o tutto l’insieme dei nostri luoghi, delle interazioni, di relazioni e attività, integralmente registrati nella dimensione immateriale? Siamo abituati a considerare una ‘identità’ limitata ai primi aspetti, quelli anagrafici ma, nella dimensione immateriale, gli aspetti più rilevanti sono i secondi, che definiscono con grande accuratezza ‘chi’ siamo.

I dati, l’identità degli utenti (secondo questa definizione estensiva), sono un ingrediente utilizzabile per fare una personalizzazione dei messaggi nel contempo di massa ma anche individualmente specifica. La ‘personalizzazione di massa’ non è un ossimoro.

Ogni contenuto che riceveremo da un dispositivo connesso, sempre più veicolerà a ciascuno di noi messaggi differenti. Messaggi personalizzati su base individuale per ciascuno degli utenti e per ogni comunicazione o acquisto. In futuro si potrebbe arrivare al limite in cui viene meno la funzione del mercato di fissare i prezzi tra domanda e offerta in quanto, con una perfetta conoscenza dell’identità del consumatore e una transazione personalizzata individualmente, ogni cliente può avere un prezzo diverso, corrispondente al massimo valore che egli è disponibile a pagare.

Questa grande conoscenza di ciascun singolo cliente, della sua identità in questa accezione estesa, potrebbe risultare una barriera all’ingresso di nuovi entranti che non dispongano di tale conoscenza, in quanto non c’è più un prezzo noto da battere, formato su un mercato pubblico ove avvengono transazioni, ma un insieme di prezzi individuali determinati in altrettante transazioni private. Un nuovo entrante che non disponesse della perfetta conoscenza di ciascun cliente non sarebbe in grado di competere efficacemente.

Negli USA, dove l’aspetto economico è prevalente, la privacy è tuttora considerata un diritto commerciale: può essere scambiato per un servizio ottenuto. In Europa è soprattutto un diritto fondamentale dei cittadini. È incluso nel Trattato d’Europa (costitutivo dell’Unione Europea), dove viene prima della libertà di espressione, la quale invece è prioritaria negli USA. Ecco perché il diritto all’oblio (possibilità di cancellare i propri dati dal web, per esempio dal motore di Google) è percepito come importante in Europa, mentre negli USA no.

L’importanza che l’Europa attribuisce ai dati personali ha radici profonde, che risalgono a ferite drammatiche della nostra storia, come le esperienze totalitarie e i conflitti mondiali che hanno avuto come teatro il nostro territorio, le nostre città.

Lo scandalo delle intercettazioni di massa (Datagate) prima e Cambridge Analytica poi, hanno iniziato a creare una consapevolezza dell’ampiezza del patrimonio rappresentato dai dati dei cittadini, raccolti e accessibili ai servizi di intelligence grazie alle piattaforme. Anche negli USA iniziano ad apparire segnali di una maggiore attenzione dei cittadini alla tutela dei dati personali.

L’Europa è impegnata ad armonizzare la normativa dei diversi Paesi sul trattamento dei dati personali, scontrandosi con i termini contrattuali delle grandi piattaforme immateriali.

Di fatto queste piattaforme fanno legge, imponendo le proprie condizioni in forma di clausole contrattuali accettate dagli utenti. Per esempio, un utente può essere bandito da Facebook senza sapere il motivo. È da vedere se tale misura sia o non sia una lesione di un diritto. È vero che Facebook è una piattaforma privata, ad adesione volontaria, ma ospita i dati di milioni di cittadini europei ed è uno strumento fondamentale della dimensione immateriale per la socializzazione delle persone.

Teniamo conto che questa evoluzione dell’assetto regolamentare non sarebbe una novità per lo scenario delle regole: i servizi di telecomunicazione sono stati sempre regolamentati in modo tale da garantire al massimo gli utenti.

Si pensi agli obblighi privacy a cui sono sottoposti gli operatori telefonici: l’impossibilità di usare i dati degli utenti (posizione, sistema di pagamenti, grafo sociale) a scopi diversi dal normale servizio telefonico. La regolamentazione è stata pensata anche per tutelare al massimo la concorrenza tra servizi; di qui l’obbligo a concedere la portabilità del numero.

Le piattaforme web fanno invece fonte di reddito dall’uso dei dati degli utenti e hanno modelli di business basati su effetto rete e lock-in dell’utente, cioè l’opposto dei principi di portabilità tra servizi. L’effetto rete riduce i costi di acquisizione dei clienti perché l’utente ha un vantaggio naturale a far parte del network dove ci sono tanti utenti. Il lock-in si traduce nella difficoltà dell’utente a cambiare fornitore di servizio. Andar via da Whatsapp (o altri servizi simili) significa perdere tutto il proprio network di amici.

La conseguenza di tutto questo discorso è che la regolamentazione futura impatterà sugli intermediari preoccupandosi di come gli utenti possono controllare la propria identità (sia i dati personali che quelli delle proprie cose) e spostarsi da un fornitore all’altro. Adesso Whatsapp è un sistema chiuso; domani la legge potrebbe obbligarlo all’interoperabilità, per ragioni Antitrust o per tutela dei diritti fondamentali. Affermare il diritto alla autodeterminazione della propria identità implica il diritto di trasferire il nostro profilo su un’altra piattaforma continuando a interagire con tutti gli amici di Whatsapp come abbiamo sempre fatto.

Naturalmente, oggi non riusciamo a vedere come una evoluzione potrebbe essere possibile, ma come è già avvenuto in passato, lo sviluppo tecnologico offre nuove possibilità ai legislatori. Il passo fondamentale, perché gli utenti si riapproprino del controllo sui propri dati personali, sarà rappresentato da nuovi sistemi per la gestione online della propria identità. L’effetto sarà anche un riequilibrio del mercato.

identità immateriale

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