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Il ‘Backsliding’ democratico e l’orda delle destre

30 Ottobre 2025 di Giuseppe Ieraci 2 commenti

Parlando al congresso del PSE, Elly Schlein ha formulato queste precise parole: «La democrazia è a rischio, la libertà di parola è a rischio quando l’estrema destra è al governo». ‘Mettere a rischio’ è una frase abbastanza vaga da suscitare reazioni contrariate. Se dico a un amico ‘Stai mettendo a rischio la nostra amicizia’, la sua reazione più probabile sarà: ‘Ma cosa vuoi dire, scusa, cosa avrei fatto?’. Cosa avrebbe fatto il governo Meloni, Schlein lo aveva detto poche battute prima. I tagli della sanità pubblica impedirebbero a sei milioni di italiani di andare in ospedale, perché ‘they cannot afford it’. Sarebbero stati tagliati sei mila insegnanti della scuola pubblica. Infine, il governo Meloni ha detto di no alla proposta della sinistra d’istituire il salario minimo, in un paese che ha tra i salari più bassi dell’UE.

La prima osservazione banale è che né i tagli alla sanità né quelli alla scuola pubblica sono un’esclusività della destra, ma altresì praticati in questi decenni in Europa da molti governi di ogni orientamento e colore. Ma questi tagli fanno scivolare (backsliding) la democrazia verso l’autocrazia? I salari bassi riducono la libertà? Cioè, possiamo collegare i contenuti delle politiche al giudizio sull’effettività della democrazia?

Decenni orsono, J.A. Schumpeter, criticando la «dottrina classica della democrazia» (quella centrata sulla nozione di sovranità popolare e di ‘bene comune’), suggeriva di ribaltare i termini del problema è cioè di non porre al centro della definizione di democrazia ciò che i governanti fanno (o dovrebbero fare), perché non ci sarà mai accordo su quale operato davvero generi il ‘bene comune’, e di guardare invece al modo come sono selezionati i governanti. Il problema della democrazia non è il contenuto delle decisioni che vengono prese, anche se queste spesso possono non piacerci, ma il metodo che porta qualcuno a vincere la lotta per il potere di governo. Possiamo dire – in Italia e in Europa oggi – che le destre al potere abbiano alterato e manipolato a loro vantaggio questo metodo basato sulla competizione aperta per il voto? Certamente no. La stessa Schlein ha del resto esibito con orgoglio alla platea socialista ad Amsterdam le recenti vittorie della sinistra nelle elezioni amministrative e quindi o si è involontariamente contraddetta, o cercava di condizionare la platea. La democrazia può produrre leader che non ci piacciono e che decidono cose che ci offendono, ma è così se hanno vinto le elezioni e dobbiamo accettarlo senza concludere che il metodo democratico stesso sia in pericolo o addirittura venga meno per via di quella elezione.

Resta da capire se le politiche della destra estrema italiana citate da Schlein possano ridurre la nostra libertà, escluso che abbiano a che fare con il metodo democratico, cioè con la democrazia in quanto regime politico. Qui il discorso è un po’ più complicato, ma può aiutarci a dirimerlo I. Berlin. Il quale, come è noto distingueva tra libertà positiva e libertà negativa, forse riecheggiando la nota distinzione tra libertà degli antichi e dei moderni illustrata da B. Constant. La libertà negativa è soltanto ‘non impedimento’, cioè una misura di quante cose posso fare, senza subire controlli o restrizioni di qualsiasi tipo. Nessun regime politico, neanche la democrazia (che è per eccellenza il regime della libertà), può ammettere una situazione di totale assenza di impedimento, cioè una libertà assoluta di tutti e di fare qualsiasi cosa. I vari codici (penale, civile, amministrativo, commerciale, stradale ecc.) sono complessi sistemi di controllo e restrizione delle libertà individuali, penso si sia generalmente d’accordo che non possiamo abolirli anche se talvolta ci piacerebbe che non esistessero, come quando ci viene elevata una contravvenzione per eccesso di velocità, o la nostra banca ci ingiunge di pagare la rata del mutuo e noi siamo in difficoltà. Qualsiasi governo democratico di sinistra, di centro o di destra che sia, agisce su questa dimensione della libertà individuale, che credo sia anche la più importante e sulla quale occorra sempre vigilare.

Le libertà che potrebbero essere intaccate dalle tre politiche citate da Schlein fanno invece riferimento alla sfera della libertà positiva – molto cara alle ideologie di sinistra –, che riguarda la capacità di fare, o per dirla alla A. Sen le ‘capacitazioni’ individuali. La libertà positiva ci fornisce strumenti e capacità, risorse e opportunità che prima non avevamo e che ‘spostano’ la nostra posizione sociale, aumentando in nostro livello di benessere sociale, economico, psicologico. Per es., essere curati aumenta il nostro benessere fisico e psicologico, le nostre aspettative di vita; poter studiare aumenta le nostre abilità e conoscenze, che immetteremo nel circuito sociale, migliorando la nostra posizione di partenza.

Se abbiamo dovuto ammettere che il primo tipo di libertà (quella negativa) neppure in democrazia può essere estesa all’infinito, possiamo ora dire che questo secondo insieme di libertà (positive) sia parte costitutiva della democrazia e che quindi agendo su di esse la si intacchi nel suo nucleo costitutivo? Naturalmente no, in quanto si tratta in definitiva di giudicare il contenuto delle decisioni dei decisori e il loro impatto in termini di distribuzione di opportunità e ‘capacitazioni’ per gli individui. Dato che questo impatto genera costi e benefici variabili e riguarda la personale visione di ciascuno di noi circa cosa sia ‘bene per tutti’, il conflitto sulla loro attribuzione è sempre molto inteso. Naturalmente possiamo e dobbiamo esprimere il nostro giudizio su questo tipo di politiche, contrastarle se non ci piacciono, promettere o aspirare a qualcosa di diverso. Come in fondo la stessa Schlein ha fatto nel passaggio propositivo forse più lucido del suo intervento, quando ha portato al centro dell’azione politica dell’azione dell’opposizione al governo Meloni «i bisogni fondamentali della gente». Ma resta che – con Schumpeter – non possiamo non riconoscere che se i decisori di oggi hanno assunto il potere nel rispetto del gioco democratico, alle loro decisioni siamo vincolati finché al potere resteranno. Le politiche sono solo un sottoprodotto della democrazia, non sono la democrazia stessa.

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Commenti

  1. Guido Samarani dice

    1 Novembre 2025 alle 11:30

    Sono d’accordo con quanto annota Cofrancesco, veramente un testo esemplare…

    Rispondi
  2. Dino Cofrancesco dice

    31 Ottobre 2025 alle 7:29

    Esemplare l’articolo di Giuseppe Ieraci che andrebbe diffuso in tutte le scuole. E non per convertire gli studenti alla democrazia liberale (solo a un giacobino come Ernesto Rossi poteva venire in mente un ‘catechismo repubblicano’ di Stato come materia d’insegnamento) ma per spiegare cos’è la democrazia liberale. Indipendentemente dal fatto che ci si riconosca poi nei suoi valori.

    Rispondi

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