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Il paradosso dei paradossi di Davide Casaleggio

26 Settembre 2019 di Andrea Bixio Lascia un commento

Nella prima pagina del «Corriere della Sera» è apparso un articolo di Davide Casaleggio dal titolo Casaleggio: i 7 paradossi della democrazia; a sbagliare non è mai chi vota. In esso si ripropongono le supposte virtù della democrazia diretta e in particolare di quella digitale. Attraverso la denuncia di sette paradossi si finisce per affermare alcuni principi ritenuti quasi indiscutibili: il rappresentato dovrebbe decidere sempre; lo Smartphone è un semplice strumento, e non un medium, quando si partecipa; ci si preoccupa più che chi vota sbagli, piuttosto di spiegargli le nostre ragioni; una comunità decide meglio della propria intellighenzia; ascoltare i cittadini fuori dal voto non collide con il rispetto delle istituzioni; una comunità che vota si unisce anche se al suo interno vi siano opinioni diverse.

Queste le sette proposizioni enunciate; alcune condivisibili, altre non accettabili. In generale vien voglia di contrapporre ad esse altre affermazioni in controtendenza con gli elementi fondamentali espressi nell’articolo citato.

Prima di tutto qualcosa sulla dimensione digitale della democrazia. Casaleggio, naturalmente, è a favore, perché in essa vede una partecipazione libera ed integrale, priva, cioè, di utilizzazioni improprie o strumentali. Apparentemente sembra che effettivamente la cosa possa andare in questo modo. Tuttavia, spiace dover rilevare che nello stesso momento nel quale si dovesse esprimere liberamente il voto, nel momento stesso nel quale si dovesse ritenere di non subire alcuna strumentalizzazione della propria volontà, come è noto si sarebbe costretti a trasformare le proprie espressioni di voto in una serie di informazioni aventi valore commerciale e politico, oggetto di transazione economica (e politica) a vantaggio di qualcuno di cui non so nulla che in tal modo lucra valore economico (e politico) ai danni di altri. Si ha, cioè, lavoro non remunerato, sottrazione dei diritti politici, ovvero una nuova surrettizia forma di schiavitù.

Sulla democrazia diretta vanno poi segnalati altri ben noti paradossi.

  1. La democrazia digitale (non solo questa) moderna fa riferimento ad individui; sostituisce cioè questi ultimi al demos dissolvendolo in modo surrettizio. Come può esserci, tuttavia, una democrazia senza demos?
  2. La democrazia diretta suppone che i soggetti esclusivi siano tutti i singoli di una totalità sociale. Se, tuttavia, abbiamo a che fare solo con questi, dovremmo dare a ciascuno la capacità di affermare il tema da decidere. Con il paradosso di avere una indefinita schiera di soggetti e una indefinita quantità di temi da decidere.
  3. L’alternativa a questo paradosso consiste nel sottrarre a ciascuno quella capacità. Con la conseguenza di dover attribuire la decisione sul tema ad un soggetto totalmente esterno ed estraneo agli aventi diritto.
  4. In questo caso si ha, però, una sottomissione illecita ad un decisore estraneo e spesso occulto, ovvero una sottomissione ad un rapporto autocratico.
  5. Il risultato è che la riduzione della volontà di tutti al decisore estraneo implica l’esclusione di chi non si sottomette o la riduzione della libertà propria a quella definita dal decisore estraneo.
  6. Poiché ciascun individuo esprime non una medesima volontà individuale, ma una differente volontà il cui contenuto è collettivo, si avrà o una riduzione ad una medesima volontà collettiva o la soppressione delle volontà collettive minoritarie.
  7. Che una comunità in ogni caso si ritenga che decida per il meglio, lo si può affermare solo perché si presuppone che le volontà siano state sottomesse fino ad unificarle, con la conseguenza che il ‘meglio’ non può essere valutato dal momento che non si ha altro metro con il quale paragonarsi. (Si ricade cioè in una sorta di sogno hegeliano?).
  8. È illusorio che lo Smartphone sia solo uno strumento di partecipazione libero dalle insidie della comunicazione. Esso è sempre al servizio di quest’ultima, la quale non è l’emergere di un essere comune, ma un porre in essere azioni per rendere comune ciò che è riottoso ad accettare una qualche forma di sottomissione.

Le vie proposte da Casaleggio in realtà sono già state più volte percorse, con effetti dai quali nella maggior parte dei casi si vorrebbe in tutta sincerità rifuggire. Perciò, si potrebbe dire che quelle proposizioni sono vere quando non pubblicate su un giornale.

Il paradosso che Casaleggio ha dimenticato di denunciare è quello di aver difeso la democrazia diretta nel momento stesso nel quale in ogni caso si sarebbe potuto votare, optando per una decisione politica a favore del più classico trasformismo e dei noti vizi del parlamentarismo; nel momento stesso nel quale si è cercato di evitare ad ogni costo la partecipazione stessa dichiarandosi contro l’appello agli elettori.

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