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Il presunto fascismo della Lega: una noiosa coazione a ripetere

22 Luglio 2019 di Maurizio Griffo 1 commento

In questi ultimi mesi la discussione politica ha registrato un motivo polemico ricorrente, intendiamo riferirci alla denuncia del pericolo fascista che sarebbe costituito dalla Lega di Salvini; accusa che ha costituito l’argomento principale di una parte consistente dell’opposizione di sinistra.

A parere di chi scrive queste righe, la Lega è certamente un partito antisistema, estraneo alla liberal-democrazia, animato da una pulsione demagogica. Tutte caratteristiche che non dipendono da una evoluzione recente ma che hanno contraddistinto il partito leghista fin dalle origini. Tuttavia, il paragone con il fascismo appare improponibile, troppo diverse essendo le condizioni storiche e politiche. Tutto quello che si può dire è che la Lega e segnatamente il suo leader, Salvini, ha negli ultimi tempi civettato con motivi propri dell’arsenale della destra estrema.

Peraltro, ed è la cosa che interessa mettere a fuoco in questa sede, l’accusa di fascismo non è nuova ed è stata rivolta in passato a molti uomini politici. In tempi oramai remoti, di fascismo o di cripto-fascismo sono stati accusati, ad esempio, Fanfani e successivamente Craxi, e in tempi più recenti la stessa accusa è stata rivolta a Berlusconi e poi a Renzi. Una monotonia che illustra bene come ci troviamo di fronte a un argomento polemico poco capace di insegnare qualcosa, se non sul piano clinico, mostrando l’importanza della sindrome che in psicoanalisi si denomina ‘coazione a ripetere’.

Tuttavia, se si dovesse stilare una graduatoria di chi, con maggiore intensità, sia stato indiziato di essere una reincarnazione del fascismo, la palma andrebbe certamente a Silvio Berlusconi. Molti di coloro che si sbracciano a denunciare il presunto fascismo di Salvini alcuni lustri addietro strepitavano ossessivamente contro il subdolo neofascismo berlusconiano. A tutti costoro rivolgiamo l’invito a soprassedere, almeno per un momento, dagli sfoghi umorali e a dare una occhiata alla serie storica delle percentuali elettorali. Se lo facessero scoprirebbero una realtà ben diversa.

Alle elezioni politiche del 1992 la Lega superò l’8% dei voti, un risultato eccezionale se si considera che, durante la cosiddetta prima repubblica, la vischiosità elettorale era molto elevata. Alle consultazioni elettorali seguenti, due anni dopo, pur in presenza della neonata formazione berlusconiana (Forza Italia), il partito leghista vedeva confermati i propri suffragi (8,4%). Ancora più significativo era il risultato delle successive elezioni del 1996, quando la Lega, che aveva rotto con Berlusconi, otteneva un lusinghiero 10,4%. Questa tendenza si invertiva repentinamente cinque anni dopo quando, riconfluita nell’alveo del centro destra a guida berlusconiana, la Lega toccava il suo minimo storico con un misero 3,9%. Queste percentuali modeste erano all’incirca confermate alla successiva tornata elettorale del 2006 con un poco lusinghiero 4,6%. Ma quando, per un insieme di motivi (anagrafici e politici), la leadership Berlusconiana cominciava a logorarsi, la Lega tornava a salire nei consensi a un significativo 8,3%, come è accaduto nel 2008. Il successivo risultato assai modesto del 2013 (4,1%) si spiega con ragioni strutturali (la fine dell’equilibrio bipolare della seconda repubblica) e contingenti (gli scandali che avevano coinvolto la leadership leghista). Il declino inesorabile della leadership berlusconiana spiega, in gran parte, anche il clamoroso successo che la Lega ha registrato alle elezioni del 4 aprile 2018 (17,4%).

La lezione che si può ricavare da questa serie storica è semplice: Berlusconi è stato un argine al leghismo, rendendo a lungo marginale un pericoloso partito antisistema. A quell’epoca occorreva legittimare pienamente l’imprenditore milanese, anziché denunciarne le presunte propensioni fasciste. In questo modo sarebbe stato possibile emarginare in modo definitivo la Lega, rafforzando così la nostra fragile democrazia.

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Commenti

  1. Dino Cofrancesco dice

    23 Luglio 2019 alle 14:37

    Un articolo chiaro, preciso, antiretorico. La fascistizzazione dell’avversario, da parte della sinistra, è dovuta alla spaventosa voragine ideologica in cui sono sprofondati l’albero comunista e i suoi cespugli (post-azionisti, cattolici di sinistra, marxisti vari, orfani del 68 etc. etc.). Forse non solo in Italia, l’antifascismo è diventato ormai l’ultima risorsa. Naturalmente un fascismo immaginato di cui si cancellano i tratti socialisti e si ricordano solo le derive razziste.

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