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Il riformismo italiano e il masochismo referendario

2 Aprile 2026 di Giuseppe Ieraci Lascia un commento

Dopo questi continui fallimenti della ‘strategia referendaria’, viene da chiedersi perché in Italia si tengano così tante ‘consultazioni popolari’. Siamo infatti la terza democrazia referendaria al mondo, dopo la Svizzera e la California. Tuttavia, se si consideri che dal 1946 ad oggi in Italia si sono svolti 83 referendum, dei quali 77 abrogativi, uno istituzionale (quello del 1946 per la repubblica o la monarchia), uno di indirizzo (quello del 1989, sul conferimento del mandato costituente del Parlamento Europeo) e cinque costituzionali (2001, 2006, 2016, 2020, 2026), il loro success rate è molto basso. Dei 77 abrogativi tenuti, solo 39 hanno raggiunto il quorum del 50% più uno degli aventi diritto e di questi 39 solo 23 hanno avuto successo, con un rate dunque del 29,9%. Se però ampliamo il raggio, contiamo ben 145 referendum promossi dal 1974 al 2005, in buona parte su iniziativa dei Radicali che sono stati per decenni gli artefici della strategia referendaria accanto ai sindacati più recentemente. Di questi 145 tentativi referendari, 43 non sono stati presentati al giudizio della Corte perché mancavano i requisiti formali, 48 sono stati bocciati dalla Corte Costituzionale e dunque non svolti, 8 referendum passati al vaglio della Corte non si sono tenuti per altri motivi istituzionali (ad esempio, l’intervento ex ante del legislativo a modificare la legge oggetto di referendum), tra quelli svolti 9 risultano persi e 20 invalidati per quorum insufficiente, il che porta il conto finale a 128 fallimenti su 145 tentativi e solo 17 vittorie (dal punto di vista degli scopi dei proponenti, s’intende). Guardando a quelli costituzionali, dei cinque tenuti solo due hanno raggiunto l’obiettivo dei proponenti ma su temi di relativo impatto sulla forma di governo (nel 2001: riforma del Titolo V; nel 2020: riduzione del numero di parlamentari), mentre le riforme promosse dai governi Berlusconi (2006), Renzi (2016) e infine Meloni (2026), tutti riguardanti gli assetti istituzionali di vertice, sono state bocciate.

Va detto che riformare la nostra Costituzione, per limitarci ora a considerazioni su questo, è un’impresa quasi impossibile, per via del suo carattere rigido, voluto dai Costituenti con la scrittura dell’art. 138, in base al quale il referendum di conferma di una riforma costituzionale, non necessario se la stessa passa con la maggioranza del due terzi delle due Camere, negli altri casi deve essere tenuto «quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali». Con la riduzione dei parlamentari, oggi significa che basta la richiesta di 80 deputati o 40 senatori per tenere un referendum confermativo. Non una grande difficoltà per qualsiasi opposizione parlamentare organizzata.

Si dice che la vita impartisca dure lezioni e che da queste s’impari, ma ciò non sembra valere per la classe politica italiana che si ostina nei suoi errori. In una intervista a «La Repubblica» (29.3.2026), Giuliano Amato ha sostenuto che non è la Costituzione ad essere intangibile, ma che si tratta sempre di difendere «l’intangibilità degli equilibri democratici». Il Dottor Sottile mente sapendo di mentire, la nostra Costituzione è immodificabile o quasi per le ragioni della sua ‘rigidità’ sopra esposte, ma forse anche per altre due motivi, uno culturale e l’altro di metodo.

Sul piano culturale, è fin troppo evidente che la nostra classe politica pensa ancora seguendo schemi tardo ottocenteschi o primo novecenteschi. A destra, la Presidente del Consiglio Meloni recentemente si è scagliata contro gli europeisti, citando a sproposito il Manifesto di Ventotene in modo da far apparire questi stessi come pericolosi sovversivi comunisti. A sinistra, la leader dell’opposizione Schlein bolla qualsiasi politica del governo come l’anticamera della restaurazione del fascismo, ossessionata come è dalla sindrome del backsliding democratico. Una sessantina di anni fa, gli studi sulla cultura politica italiana, condotti da Gabriel Almond, e quelli sul cosiddetto familismo amorale di Edward Banfield, descrivevano un’Italia vittima di una mentalità provinciale e suddita, che peraltro era stata ben descritta dai romanzi di Ignazio Silone (Fontamara) e Carlo Levi (Cristo si è fermato ad Eboli). Oggi naturalmente quell’Italia non c’è più, ma è rimasta la sua forma mentis, fatta di una sensazione di distanza massima dei luoghi del potere, della loro estraneità rispetto al vivere quotidiano, della loro inaffidabilità perché gli interessi di chi sta a Roma non sono i nostri. Fedeli a questa mentalità, le opposte fazioni della classe politica tendono a delegittimarsi, a coltivare il sospetto che in qualunque cosa faccia l’altra parte ci deve essere una motivazione recondita e inconfessabile, l’europeismo magari per collettivizzare l’economia e abolire la proprietà privata, la separazione delle carriere dei giudici per favorire una svolta autoritaria e l’azione sfrenata del governo. Venendo a questo tema oggetto dell’ultimo referendum costituzionale, è apparso evidente che l’opinione pubblica non ha minimamente considerato la sostanza della questione, anche perché – diciamolo – per affrontarla con cognizione di causa sarebbero occorse competenze giuridiche e conoscenze dottrinali in possesso probabilmente di una sparuta minoranza. Si è così cavalcata l’onda emotiva della difesa della «Costituzione più bella del mondo», della lotta contro il fascismo e l’autoritarismo, dell’antipatia e avversione che ormai forse comincia a suscitare la nostra Presidente del Consiglio. Peccato che i principi che la riforma costituzionale bocciata avrebbe reso possibile realizzare siano presenti negli ordinamenti giuridici di tutte le più antiche e consolidate democrazie del mondo occidentale.

La questione del metodo è più intrigante, e se mai si riuscisse a risolverla potrebbe anche avere impatti sulla cultura politica e rendere davvero riformabile la «Costituzione più bella del mondo». Quando si cominciò a parlare di riforme costituzionali (verso la fine degli anni ‘70 del secolo scorso), s’introdusse il metodo delle Commissioni bicamerali (Bozzi 1983-85; De Mita-Iotti 1993-94; D’Alema 1997) che effettivamente produssero proposte condivise, ma disgraziatamente poi affossate dalle Camere. Vi è una causa, che attiene alla ‘logica decisionale nei comitati’, che può spiegare questo fallimento. Infatti, i comitati (cioè le Commissioni) agiscono in base a relazioni interpersonali molto strette tra i decisori che instaurano relazioni di scambio nelle decisioni prese, nella logica che se io oggi favorisco con il mio voto un contenuto che ti aggrada, domani tu mi restituirai il favore, appoggiando un provvedimento a me gradito. In questo modo, i costi delle decisioni si abbassano molto perché nel lungo periodo il gioco diventa a ‘somma positiva’, tutti hanno da guadagnarci. Ma così non può essere nelle Commissioni di riforma costituzionale, intanto perché non ci sono sequenze estese di decisioni che possano favorire tutti nel medio-lungo periodo, poi perché di fatto non si decide alcunché ma semmai si rinvia la decisione altrove (alle Camere), dove ‘i capi partito’ la possono vedere diversamente e far saltare il banco. Tutti ricordano la leggerezza di Berlusconi nel mandare all’aria il semi-presidenzialismo ben confezionato dalla Bicamerale D’Alema.

Dunque, alla fine degli anni ‘90, si riconosce che il metodo bicamerale non funziona e si torna a tentare la via disegnata dall’art. 138 della Costituzione. Con un’importante variante, che ora si passa al metodo della riforma a colpi di maggioranza, senza ragionare con l’opposizione, senza ascoltare le voci dissenzienti. Con questa metodologia vengono spazzate via dai referendum le riforme di Berlusconi (2006), Renzi-Boschi (2016) e ora Meloni (2026). E qui si salda il cerchio con il discorso sulla cultura politica. Se il ‘metodo dei comitati’ non funziona – nella specificità dei processi costituenti – perché non è capace di vincolare i decidenti nell’arena parlamentare allargata, il metodo ‘a colpi di maggioranza’ fallisce anch’esso, perché genera tutti i sospetti (Cui prodest? Perché vogliono cambiare la «Costituzione più bella del mondo»? Quale interesse hanno, restare in sella per sempre?) che la tagliola referendaria s’incarica di spazzare via. No pasaran! La nostra Costituzione non si deve toccare, per non rischiare di turbare gli equilibri tra i poteri, come teme per esempio anche Giuliano Amato, che pure in astratto si dichiara favorevole ad un suo processo riformatore. Mi chiedo se tra le due strade impervie della riforma via Commissione e di quella via maggioranza, non si possa tentare una ‘terza via’, come si diceva un tempo. Potrebbe essere quella di portare il processo riformatore dentro il Parlamento, inteso nella sua interezza e collegialità, promovendo le due camere come una sorta di Assemblea Costituente, che avanzi al popolo referendario davvero una proposta condivisa tra gli schieramenti, presentata senza contrapposizioni faziose, ma descritta nelle sue componenti, negli effetti desiderati, senza inutili e divisive campagne elettorali, così che il referendum non si trasformi nell’ennesima masochistica ghigliottina dalla quale cadono inesorabilmente le teste dei nostri politici. Così congegnata, una eventuale riforma non sarebbe più percepita come l’atto d’imperio di una parte sull’altra e forse servirebbe a superare i sospetti dei cittadini e a trasformare gradualmente la loro cultura politica in senso più civico. Pii desideri, lo so.

costituzione italiana

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