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Irresponsabilità e fanatismo dell’antifascismo

23 Ottobre 2017 di Dino Cofrancesco 1 commento

Non so cosa sia passato nella mente di Mario Di Napoli, Presidente dell’Azione Mazziniana Italiana (AMI) e direttore dell’importante rivista «Il pensiero mazziniano». In una lettera aperta al leader dell’Esquerra Republicana de Catalunnya Oriol Junqueiras, che è poi il Vice di Charles Puidgemont, ha scritto: «A mio parere i repubblicani catalani dovrebbero cambiare obiettivo: non la secessione da Madrid ma la trasformazione dell’intera Spagna in una Repubblica federale, con il superamento della monarchia e la liquidazione dei residui franchisti in vista degli Stati Uniti d’Europa». È strano che il responsabile di un’associazione che si richiama a Giuseppe Mazzini proponga alla Spagna una soluzione – quella federalista – che il profeta genovese criticò aspramente non per contingenti motivi di polemica anti-municipalista e anti-proudhoniana ma per ragioni storiche e teoriche che non potevano sfuggire a un pensatore politico profondo come lui (e, aggiungiamo, tra i più prestigiosi esponenti della democrazia ottocentesca, assieme a Jules Michelet e a pochissimi altri).

È come se la sinistra filorisorgimentale (continua ad essercene una decisamente anti-) riproponesse quell’embrassons-nous – limitato però, nel suo caso, al fronte democratico – che i ‘revisionisti’ del processo unitario rimproverano alla storiografia tradizionale, rea di aver messo nei suoi santini, con la sua formuletta della concordia discors, tutti coloro che furono in qualche modo coinvolti nelle guerre di liberazione (Pio IX, Cavour, Re Vittorio, Mazzini, Cattaneo etc.). Ma lasciamo perdere queste stanche retoriche che hanno fatto – o avrebbero dovuto fare – il loro tempo e chiediamoci, invece, che senso abbia scongelare dal freezer della storia l’Ur-Antifaschismus (per riprendere l’Ur-Faschismus di Umberto Eco, un saggio in cui la faziosità azzera l’intelligenza, come poche altre volte), ovvero l’Antifascismo eterno, per farne, anche in Ispagna, il vessillo della riscossa democratica e, perché no?, un imperativo costituzionale (possibilmente tradotto in una legge che metta al bando ‘l’apologia di franchismo’ e invochi la damnatio memoriae per i protagonisti della ‘rivoluzione nazionale’).

Dispiace dirlo ma la lettera di buon Di Napoli è l’ennesima riprova dei guasti morali, storici e culturali prodotti dal talebanismo resistenziale ovvero da quel fanatismo ideologico stile ANPI, che inconsapevolmente si vorrebbe veder fiorire anche nella Spagna della Valle de los Caidos (il cimitero in cui il Caudillo volle che fossero sepolti i caduti dell’una e dell’altra parte; una nobile decisione che non annulla le pesanti colpe di Francisco Franco, spietato e sanguinario nei primi anni di governo, ma che si ispira – si dica pure ipocritamente – a una pietas che, in Italia, sarebbe impensabile: ve lo immaginate un cimitero di guerra in cui partigiani e repubblichini riposino gli uni accanto agli altri?).

Per sintetizzare un discorso ben altrimenti complesso, i guasti dell’antifascismo stanno tutti nella sua cecità nel riconoscere tre fatti, tre ‘evidenze’, che per l’uomo della strada sono verità scontate:

1. in tutti i paesi che sono stati privati delle loro libertà politiche è un dato innegabile che una buona metà della popolazione appoggiava i movimenti e i regimi illiberali – e persino totalitari – che avevano posto in congedo la democrazia e i suoi uomini (dimostratisi spesso incompetenti se non corrotti);

2. ogni ‘eresia’, ogni etica politica che si rivolti contro la tradizione non è, per questo, portatrice solo di ‘cose buone’, come ritiene il novismo di tanti sedicenti progressisti che, in realtà, sono veri e propri nichilisti – nel senso che al motto goethiano «Viva chi vita crea» sostituiscono il suo rovescio. «Viva chi abbatte muri e tradizioni!». In realtà, i cambiamenti possono non piacere a tutti e, come si è visto sovente, chi va più veloce, talora, può fare più guasti di chi procede più lentamente;

3. in una democrazia che voglia essere la registrazione dei bisogni materiali e ideali della gente comune e non la centrale pedagogica intesa a raddrizzare le menti storte del genere umano, il principio ‘un uomo, un voto’ comporta il rispetto di tutte le opinioni anche di quelle sgradite sicché il governo della nazione spetta alle opinioni maggioritarie (si ispirino a Edmund Burke o a Thomas Paine) espresse dalle schede elettorali – che si contano e non si pesano.

Se questo è vero, la monarchia dei lontani eredi di Carlo III, che sembra tanto dispiacere a Di Napoli, ha avuto il grande merito storico di far convivere, finora, le due Spagne, l’una contro l’altra armata, e di affidare al futuro il rimarginamento delle ferite e l’oblio (che come diceva Ernest Renan qualche volta fa bene alla nazione) sia della barbarie di Arriba Espana sia della ferocia senza limiti di tante formazioni repubblicane. «L’assalto ai monasteri – ha ricordato Sergio Romano – i massacri di monache e preti, la macabra fucilazione dei cadaveri dissotterrati nelle chiese e nei cimiteri dei conventi ebbero l’effetto di aggiungere alla guerra civile una forte connotazione religiosa e di mobilitare, in un campo o nell’altro, larghi settori delle società europee e americane. Fu anche una guerra fra opposte ideologie». (Ci è mancato poco che a Romano fosse dato del fascista per aver detto che nella guerra civil si combattevano, per interposte persone, due totalitarismi – nazifascista e comunista – e non la democrazia, da una parte, e  la tirannide, dall’altra).

Cosa si vorrebbe ora, con «la liquidazione dei residui franchisti» e la messa al bando della monarchia? Diffondere anche al di là dei Pirenei la menzogna dell’antifascismo ovvero il mito di un popolo libero e generoso, gemente sotto il tallone di ferro di una dittatura esecrata?

Fu un repubblicano, conterraneo tra l’altro di Mazzini, Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica, ad abbracciare Juan Carlos per come aveva liquidato, nel 1981, il golpe da operetta del tenente colonnello Antonio Tejero Molina. Allora la monarchia mostrò seriamente di essere la garante di una credibile democrazia liberale. Può darsi che col tempo stia perdendo questa capacità e questa funzione storica e che, in un domani non lontano, gli Spagnoli preferiscano darsi un regime repubblicano, anche se storicamente da loro la Repubblica non ha dato prove migliori della monarchia. Se così vuole il popolo fiat voluntas sua, ma si lascino riposare in pace i protagonisti di una infernale guerra civile i cui episodi salienti dovrebbero essere motivo di vergogna sia per la Derecha che per l’Izquierda.

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Commenti

  1. alberto carzaniga dice

    27 Ottobre 2017 alle 8:31

    1.mi sembra che la questione non sia questa ma più banale e rasoterra : con questi espedienti retorici, tipo le questioni “non negoziabili” del card.Ruini, oppure la difesa della Costituzione, oppure al bando i voti di X oppure di Y perché “impuri”, a voi non resta che fare ciò che dico io;

    2.siamo alla “retorica dell’intransigenza” di Alberto Hirschman, siamo al fascismo dell’antifascismo, etc., che tutto consuma in un tripudio entropico senza produrre nulla;

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