Non so se possa dirsi, con Giacomo Marramao, che Del Noce è «il più autentico e grande filosofo italiano del dopoguerra»; certo è che si tratta di un pensatore epocale, a differenza di altre icone accademiche di cui sembra essersi perduto il ricordo. E tuttavia ci sono momenti della sua riflessione storica e teorica che non sono convincenti, almeno per chi veda nella democrazia liberale la colonna portante della società aperta. Discutendo con Ugo Spirito, nel 1971, Del Noce rilevava che «La democrazia come ideale vorrebbe significare un regime in cui ogni individuo possa sentirsi fine dell’intero ordinamento sociale; ma poteva costruirlo soltanto nel presupposto della presenza della stessa coscienza morale comune a tutti gli uomini; per cui la maggioranza, non deviata da interessi particolari, potesse esprimere un giudizio morale sicuro. Presupponeva, cioè, il “sacro”. La realtà presente, invece, in ragione dell’eclissi del sacro, manifesta una pluralità contraddittoria di posizioni morali. Allora effettivamente avviene che il criterio della maggioranza si risolve nel dominio degli eterodiretti; di coloro cioè che sono diretti dall’industria culturale, vera scuola di ignoranza (per la non dotta cultura come contrapposto della “dotta ignoranza”; la grande scoperta dell’industria culturale è che “l’ignoranza si può insegnare”) perché insegna le valutazioni separate dalle premesse che le fondano. E l’individuo, anziché sentirsi fine, non può sopravvivere se non facendosi mezzo, con l’adeguarsi ai gusti di questa maggioranza. Ma questa falsificazione della democrazia non è che un aspetto della falsificazione generale». E nel 1967 aveva scritto che «La democrazia è, certo, un fatto e un fatto irreversibile, come quello del progresso tecnico. Ma, apparentemente, sembra che essa contraddica al principio della giustizia politica – che ogni essere umano, in quanto partecipa del sacro, debba esser tenuto per fine dell’intero ordinamento sociale –; perché, infatti, la democrazia è retta per sé dal principio della quantità, dunque della forza. La vera definizione della democrazia cristiana non deve perciò essere cercata nell’idea, chiaramente modernistica, che la democrazia sarebbe l’espressione sul piano politico del fermento evangelico, ma in quella che è soltanto il principio religioso a permettere alla democrazia di non rovesciarsi in un potere oppressivo larvato o aperto».
Del Noce si richiamava a un’idea di Hans Kelsen: la democrazia pura importa la negazione dei valori assoluti. «Se la democrazia viene elevata a valore, bisogna dire che non si può essere coerentemente democratici se non professando la teoria democratica della conoscenza, cioè quella secondo cui può essere tenuto per vero soltanto ciò che da tutti è verificabile».
In questo modo di pensare si annida più di un equivoco. Innanzitutto non viene precisato a chi venga interdetto di elevare a valore assoluto una determinata visione del mondo. I valori che la democrazia liberale tiene in considerazione, infatti, sono quelli che si formano in basso, nella società civile: i reggitori degli Stati debbono tenerne conto, nelle loro leggi, con la consapevolezza che se non sono loro a crearli (in un’ottica giacobina) sono poi loro a recepirli, di volta in volta. La neutralità è quella dell’istituzione non quella dei cittadini e dei partiti che competono per il potere. Questo comporta che una Costituzione come quella italiana, sostanzialmente ispirata a una etica politica liberalsocialista, presti il fianco a non poche riserve giacché mette fuori gioco quanti non si riconoscono né nel solidarismo laico né in quello cattolico.
Del Noce ha ragione: se la maggioranza dei cittadini è eterodiretta, se i valori perseguiti sono solo individualismo, utilitarismo, mercatismo, la democrazia si ammala, restando senza popolo e alla mercé della volontà mutevole di un polverio di atomi sociali: giustissimo, ma chi dovrà darle lo sfratto dal palazzo del potere? Una classe di filosofi-reggitori, un partito carismatico, un’assise di teologi venuti a soccorso del popolo traviato? Nulla salus extra rem publicam: se si sottrae il timone dello Stato al nocchiero democratico – ovvero all’arbitrio dei molti – lo si consegna all’arbitrio dei pochi, che credono di incarnare la recta ratio.
Si ricordi la battuta del grande Maurice Chevalier: «brutta cosa è la vecchiaia, ma c’è di peggio!». Parafrasando, brutta cosa è la democrazia vecchia, inferma e claudicante ma l’alternativa è la tirannide. Ho scritto tante volte che la ‘crisi della democrazia’ nel nostro tempo sta nella rottura dell’equilibrio antico tra la politica, l’etica, il diritto, l’economia. Gli ultimi tre – l’etica, il diritto e l’economia – si sono aperti all’universalismo globalista che dissolve le frontiere e le nazioni, azzera le comunità, e in nome della radicale eguaglianza del genere umano, vede con sospetto la difesa delle ‘culture’ che costituiscono l’identità etico-sociale dei cittadini e, così, finisce per limitare drasticamente la libertà degli stati e il loro ruolo protettivo.
Trovo assolutamente inaccettabile, però, quanto scrivono i tradizionalisti, richiamandosi da destra alle critiche rivolte dalla Scuola di Francoforte alla società dei consumi. ‘L’uomo a una dimensione’, ‘la tolleranza repressiva’ sono tratti innegabili dell’odierna area euro-atlantica (checché ne pensino i liberali panglossiani del mercatismo, sordi dinanzi al disagio sociale e culturale di chi in Occidente ci vive male), ma è una bestemmia dire che quei tratti configurano un totalitarismo silenzioso e invisibile peggiore (sic!) di quelli comunista e fascista. Dove sono, infatti, il terrore e la violenza cieca che caratterizzano i regimi crollati in Europa nel 1945 e nel 1989? Chi impedisce al dissenso di organizzarsi, di pubblicare giornali, di avere propri canali televisivi, di fondare partiti che non di rado sono riusciti a diventare maggioranza elettorale? In Italia, «Libero», «Il Giornale», «La Verità», «Il Tempo» sono tenuti sotto controllo da qualche polizia segreta? Certo possono non avere le risorse dei giornaloni e dei gruppi capitalistici molto potenti che, come la magistratura, l’editoria e il mondo bancario, sono ormai ‘culo e camicia’ con la sinistra, un tempo classista e antagonista: ma i liberali non hanno criticato da sempre quanti sostenevano che la libertà negativa (di poter fare qualcosa senza esserne impediti) è direttamente proporzionale alla libertà positiva (consistente nell’avere i mezzi concreti per poter fare qualcosa)?
Innegabilmente, soprattutto in Italia, tutto ciò che non è in linea col ‘pensiero egemone’ viene squalificato eticamente e politicamente ricorrendo –ormai dal 1960 e dalle gloriose Giornate di Genova –a una ‘fascistizzazione dell’avversario’ la cui carica illiberale Del Noce aveva genialmente previsto già ottant’anni fa; ma è altrettanto innegabile che la libertà di denunciare gli episodi di intolleranza e i tentativi maldestri di mettere a tacere chi non la pensa come noi, finora ce l’abbiamo tutta… (Anche se, spesso, siamo liberi di protestare e indignarci contro gli squadristi della ‘democrazia progressiva’ su rubriche e giornali che sicuramente non raggiungono il grosso pubblico dei lettori e dei telespettatori).

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