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La guerra delle etichette

11 Aprile 2019 di Dino Cofrancesco 3 commenti

Nei dialoghi socratici di Platone ricorre come un tormentone, si direbbe oggi, la domanda: «ti estì?», (che cosa significa?). Guido Calogero, che non era un filosofo analitico, riteneva che fosse la questione fondamentale: intendersi sul significato che diamo ai termini impiegati, era per lui la regola aurea del ‘dialogo’ e il principio stesso di ogni convivenza civile. Purtroppo, nel nostro paese, siamo sempre più lontani dal mondo di Calogero (chi si ricorda più del filosofo della «Sapienza», tra i più insigni del suo tempo?): il dibattito etico-politico sui grandi problemi del nostro tempo pare sempre più sottratto all’uso critico delle parole e sempre più simile a un duello mortale ideologico, senza esclusione di colpi. Capita, così, di imbattersi in termini come ‘populismo, ‘nazionalismo’, ‘sovranismo’, usati quasi sempre come armi contundenti dai pennaioli che imperversano sui mass media, mai disposti a rispondere alla domanda: ti estì? Tutto cominciò col fascismo e col comunismo: poiché i relativi regimi erano il male assoluto per quanti ad essi erano fieramente avversi (e certo con qualche buona ragione), bastò dire che una proposta di legge era comunista o che una posizione politica era fascista per squalificarle. L’etichetta non descriveva il ‘nemico’ ma era un pugno sul suo stomaco: se uno interveniva in un’assemblea studentesca, politica sindacale e veniva definito ‘fascista’ perdeva il diritto alla parola, giacché come aveva detto (infelicemente) in una lezione un rispettabile filosofo del diritto (e poi della politica) torinese: «coi fascisti non si discute ma si fanno i conti a Piazzale Loreto!». (Nel Quaderno laico, Calogero elogiò il direttore neo-fascista di un periodico altoatesino per una proposta sulla scuola che gli era sembrata molto ragionevole; ma Calogero era l’azionista che riteneva che senza partiti politici, di destra e di sinistra, e senza proprietà e iniziativa privata non fosse possibile nessuna democrazia liberale).

La guerra delle etichette, soprattutto da quando è al governo la coalizione gialloverde (per la quale, lo confesso, non ho nessun debole) col passare dei giorni e dei mesi, si fa sempre più virulenta – un fenomeno, a mio avviso, che può considerarsi il segno più inequivocabile della «crisi di civiltà» in cui siamo precipitati. Se si leggono certi articoli e certe interviste – anche della rispettabile (!) area di centro – ci si imbatte in un fuoco di fila di gratuita retorica che, tra le fiamme e il rumore dei ‘giudizi di valore’, nasconde e cancella i ‘giudizi di fatto’.

«Occorre una grande coalizione democratica (e, va da sé, antifascista) contro i ‘sovranisti’!». E va bene: ma chi sono i sovranisti e perché li consideriamo nemici della libertà, della democrazia, dell’etica ‘occidentale’? In realtà, ogni volta che s’impreca contro di loro, si dovrebbe indicare qualche misura concreta, qualche disegno di legge, qualche proposta di modifica dei trattati europei (dal momento che siamo in Europa e abbiamo dei vincoli confederali di cui devesi tener conto) che distingue i ‘sovranisti’ dai loro implacabili nemici di «Repubblica», del «Foglio», del «Corriere della Sera» etc. etc. Si dovrebbe dire, ad es., se usciamo dall’euro, come propongono i sovranisti, ci ritroveremo un’inflazione galoppante, un argomento che, peraltro, condivido («Nec tecum nec sine te vivere possum» è ciò che penso dell’Europa) ma, per quanto riguarda questioni diverse da quella monetaria, cosa significa opporsi ai sovranisti? E quando si dice che lo ‘stato nazionale’ è superato, cosa si intende veramente? Dire in che cosa è superato e in che cosa non lo è, sarebbe troppo arduo e allora è meglio cavarsela con l’accusa di nazionalismo rivolta a chi chiede spiegazioni troppo precise.

In politica interna, l’anti-sovranismo, che l’uomo della strada capisce, sembra ridursi sostanzialmente all’opposizione alla politica dell’accoglienza, in nome dell’universalismo cattolico e dell’umanitarismo romantico-illuminista. Ci si chiede, però: possono essere squalificati moralmente e culturalmente come ‘nazionalisti’ quanti, pur non riconoscendosi nello ‘stile politico’ del Viminale, sono decisamente contrari alle frontiere aperte, per non dire spalancate, che tanti buonisti invocano? Come dicono i risultati elettorali, tra i ‘cattivisti’ c’è la maggioranza del popolo italiano ma anche un numero crescente di professionisti e di studiosi all’antica, che non amano comparire sui giornali. Le loro ragioni possono essere discutibili ma ha senso squalificarle a priori come ‘sovraniste’? Forse è il momento di rendersi conto che il ‘politically correct’—su cui Eugenio Capozzi ha scritto un bellissimo saggio (Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Ed. Marsilio) – non implica più il ‘rispetto dell’altro’ – come negli anni in cui il compianto Flavio Baroncelli scriveva un saggio godibilissimo, Il razzismo è una gaffe. Eccessi e virtù del «politically correct», ed. Donzelli 1996 – ma è diventato la cancellazione della dignità dell’altro. Se la ratio del ‘politicamente corretto’ è «il diritto a non riconoscermi nella definizione che l’altro dà di me», come nessuno può chiamarmi ‘negro’ così nessuno può darmi del ‘sovranista’, se tale non mi sento. Il nuovo ‘politicamente corretto’ censura il primo caso, giustifica l’altro. Nessuna denuncia al tribunale, per carità di Dio!, giacché non viviamo ancora in una democrazia giudiziaria.

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Commenti

  1. Maurizio Griffo dice

    12 Aprile 2019 alle 19:18

    alla democrazia giudiziaria (un indigeribile ossimoro) siamo purtroppo vicini

    Rispondi
  2. Michele Magno dice

    11 Aprile 2019 alle 18:41

    Io Guido Calogero me lo ricordo bene (mi diede un voto assai generoso all’esame di filosofia teoretica, quando insegnava alla
    Sapienza). Per il resto, considero L.Wittegenstein uno dei pensatori
    più geniali del Novecento, e quindi
    non posso che essere d’accordo con
    l’appello all’igiene linguistica del prof.
    Cofrancesco. Purtroppo viviamo in
    un’epoca, come diceva Ennio Flaiano,
    in cui la verità non ha ha ormai più
    alcun senso da quando la menzogna è diventata così a buon mercato. Quanto alla democrazia giudiziaria, beh, se ancora non ci siamo proprio dentro, resta un’idea che eccita la fantasia di molti nostri concittadini (che lavorano non solo nella magistratura, ma anche nei media e nella politica). Un cordiale saluto.

    Rispondi
    • Sara dice

      20 Maggio 2019 alle 12:19

      Si .. compianto anche X me anzi da me

      Rispondi

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