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La «metafisica leggera» di Enrico Berti

7 Febbraio 2022 di Riccardo Pozzo 3 commenti

Enrico Berti ci ha lasciati il 4 gennaio di quest’anno. I filosofi italiani perdono un grande maestro e l’intera comunità internazionale degli antichisti perde un punto di riferimento sulla filosofia di Aristotele. Anche Berti ha proposto una filosofia di tipo metafisico, che però si differenzia da quella dello Stagirita perché si basa su una concezione umile ovvero povera della metafisica come consapevolezza della problematicità, e quindi dell’insufficienza, del mondo dell’esperienza, considerato nella sua totalità. Berti preferiva infatti parlare di una «metafisica leggera, povera, umile, che si accontenta di poche tesi, perché essa è più difficile da attaccare, più difficile da confutare, presta il fianco a meno obiezioni».

Si accontentava in sostanza di una «metafisica che si limita ad illustrare la problematicità del mondo dell’esperienza, cioè la sua non assolutezza», poiché una volta ammessa tale insufficienza, la filosofia, «che domanda il perché di tutto, è costretta ad ammettere che il perché ultimo del mondo dell’esperienza trascende questo stesso mondo, cioè che l’assoluto è trascendente».

Berti affrontava il dibattito odierno tra analitici e continentali ricordando che si tratta di una contrapposizione che risale alla seconda metà del Novecento e che oggi è istituzionalizzata nonostante poggi su una chiara asimmetria «perché contrappone un modo di fare filosofia ad un’area geografica, per cui è come se uno dicesse – la battuta è di John Searle – ‘l’America si divide in due parti, il Kansas e il business’, oppure, questa è di Bernard Williams – ‘le automobili si dividono in giapponesi e a trazione anteriore’». Eppure, la contrapposizione si è rivelata utile, «tant’è vero che è stata ripresa innumerevoli volte, ma è riuscita anche a caratterizzare due aree geografiche, e quindi culturali, abbastanza precise». Come noto, all’omogeneità della filosofia analitica, ispirata dagli emigrati europei del neopositivismo di Vienna e Berlino (Carnap, Frank) e poi da tradizioni specificamente inglesi (Russell, Moore, Austin e Ryle) e nordamericane (Quine, Sellars), si contrapponeva l’eterogeneità della filosofia continentale, che spaziava dalla fenomenologia all’esistenzialismo, dal marxismo occidentale, ovvero leninistico, al neotomismo, dallo storicismo alla spiritualismo, dallo strutturalismo all’ermeneutica.

Ma poiché interi continenti restavano esclusi da questa contrapposizione, pur essendo continenti nei quali lavorano filosofi importanti, in Asia, Africa e America latina, Berti notava come un osservatorio «utile per avere un quadro della filosofia nel mondo» siano stati e sono i congressi mondiali di filosofia, ai quali ricorda di aver partecipato con regolarità: la prima volta al congresso mondiale di Venezia, nel 1958, che fu l’occasione per conoscere Ayer, Berger, Forest, Frank, Gilson, Hook, Kuhn, Perelmann, Popper, Ryle e Wahl, e poi al congresso di Vienna, nel 1968, che fu dominato «da un lato da forti personalità quali Bloch, Gadamer, Lukács, Marcel, Quine, Ricoeur, dall’altro dall’eco della contestazione studentesca che andava diffondendosi nell’Europa occidentale a cui si oppose in un memorabile dibattito il polacco marxista eterodosso Adam Schaff».

A partire dal congresso mondiale di filosofia di Montréal, nel 1983, la presenza di filosofi da nuovi continenti è divenuta visibile, «dando luogo ad una situazione di tale varietà ed eterogeneità dei modi di fare filosofia, da indurre qualcuno a dire che la filosofia si era rivelata essere semplicemente una specie di ‘vaga brezza’». Una vera svolta la si ebbe però solo nel 1998, al congresso mondiale di Boston, a cui parteciparono duemila filosofi da tutto il mondo. La globalizzazione, ovvero la mondializzazione della filosofia è continuata nei congressi di Istanbul, nel 2003 (alla cui organizzazione Berti collaborò personalmente come presidente del comitato di programma), di Seoul, nel 2008, di Atene, nel 2013, al quale presero parte tremila filosofi, e infine di Pechino, nel 2018, con ottomila partecipanti.

In un’intervista risalente al 2017, Berti si soffermava sulla situazione della filosofia in Italia oggi. Nel nostro Paese, «la filosofia era già uscita dall’ambiente accademico, cioè universitario, negli anni Sessanta e Settanta, ma per impegnarsi sul piano politico; esempio emblematico: Toni Negri. Negli anni più recenti la filosofia accademica è entrata nei mass-media (giornali, quotidiani, settimanali, televisione), si è diffusa in innumerevoli festival filosofici, facendosi sentire nei teatri e nelle piazze, ma ha perduto l’aggressività polemica, e anche l’influenza politica, che aveva negli anni Settanta, per diventare una forma di intrattenimento, o di passatempo intelligente. Molti filosofi sono stati coinvolti in dibattiti, soprattutto di bioetica, entrando a far parte di comitati di consulenza locali e nazionali. Pochi invece sono stati coinvolti nell’attività dei partiti politici, anche per la crisi che ha colpito questi ultimi». L’impressione che Berti ha di questa dimensione mass-mediale della filosofia, che fa dell’Italia oggi quasi un caso unico al mondo è positiva, ossia «che nei rapporti reciproci tra i filosofi ci sia meno ideologia e più tolleranza che in passato».

Alla domanda dell’intervistatore su quali siano gli aspetti che più considera originali della propria filosofia, Berti replicava di dover in primo luogo distinguere la propria posizione filosofica generale dai suoi studi su Aristotele, nonostante li consideri parte essenziale della sua filosofia. In secondo luogo, notava con la modestia del ciceroniano vir probus dicendi peritus, «non ho mai preteso di essere originale, perché mi interessa essere nel vero, cioè sapere come stanno realmente le cose».

enrico berti

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Commenti

  1. GIANLUCA SADUN BORDONI dice

    17 Febbraio 2022 alle 13:19

    Bel necrologio, abbiamo discusso trent’anni, una perdita vera, anche se purtroppo attesa

    Rispondi
  2. Luciano Malusa dice

    15 Febbraio 2022 alle 12:06

    Il profilo della filosofia di Enrico Berti traciciato con grande chiarezza dal prof. Pozzo, non tiene però adeguato conto della sua fede cristiana e del fatto che in virtù di essa, come orizzonte delle sue scelte della vita e del pensiero, egli professasse una filosofia personalistica. Inviterei a leggere l’ultimo intervento di Berti al convegno del Centrto di studi filosofici di Gallarate (settembre 2021), dedicato proprio alla sua visione della persona.

    Rispondi
    • DAVIDE INCHIERCHIA dice

      26 Febbraio 2024 alle 15:59

      Concordo con la sua precisazione importante sul tratto ‘personalistico’ della filosofia del prof. Berti, che lo portava ad interrogarsi circa la possibilità di un’apertura alla trascendenza non soltanto in senso dialettico-speculativo ma anche spirituale (in una intervista del 2017 Berti, nonostante la vasta mole di opere ed interventi pubblicati, si rammaricava di non avere realizzato una sintesi adeguata tra queste sue due anime, ‘aristotelica’ e ‘cristiana’).
      In merito al suo riferimento all’ultimo intervento di Berti sulla “ontologia della persona”, visibile online, le chiedo se fosse a conoscenza di un sito dove poter scaricare il relativo pdf dell’intervento. Grazie

      Rispondi

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