Il Trumpismo sta operando come ‘discorso di un movimento’: una grammatica pubblica capace di unificare lamenti e risentimenti molto diversi sotto una logica comune, quella ‘del noi contro loro’. Le premesse dell’efficacia di questo discorso, volto a stigmatizzare i poveri e le politiche di welfare, sono basicamente due: per un verso, spostare la colpa su un gruppo vulnerabile, presentandolo come causa del disordine sociale, e per l’altro verso, offrire a chi è ‘dentro’ la comunità un senso di innocenza e superiorità morale. Questo schema, trasferito su scala nazionale, diventa la base di una nostalgia vendicativa: il passato viene evocato come età dell’ordine (implicitamente bianco, cristiano, patriarcale) e il presente come deviazione prodotta da un’élite e ‘altri’ che starebbero usurpando il paese. Il Trumpismo non ha bisogno che tutti i sostenitori del progetto MAGA siano motivati da razzismo esplicito perché questo funzioni come infrastruttura simbolica; basta che le narrazioni di minaccia, decadimento e assedio forniscano una chiave di lettura che renda ‘ragionevoli’ misure e toni sempre più estremi (dazi, attacchi alle Università, restrizioni di varia natura, uscita dalle organizzazioni internazionali). In tal modo, il movimento può aggregare ‘status anxiety’, frustrazioni economiche, integralismi religiosi, anti-femminismo e diffidenza verso le istituzioni, senza perdere coerenza, perché ciò che unifica non è un programma, ma un modo di nominare nemici e di autorizzare emozioni.
Sorge spontanea una duplice domanda: come si è potuto arrivare ad una situazione come quella sopra sinteticamente descritta e, secondariamente, che fare per avere ragione di una tale profonda crisi di pensiero pensante? Comincio dalla prima domanda. L’architettura ideologica della presente svolta americana affonda le radici nel conservatorismo di Barry Goldwater, basato sulla libertà individuale – intesa quale libertà da ogni coercizione – contro lo Stato assistenziale, e nel pensiero tradizionalista di Russell Kirk, centrato sulla preservazione dell’identità e della eredità culturale americana contro il livellamento globalista, e la conseguente adozione di un modello di sovranità transnazionale focalizzato sulla lealtà personale al leader.
È tuttavia al nutrito gruppo di influenti figure delle big tech californiane (Palantir, Anduril, SpaceX e tanti altri) che si deve il tentativo di ridurre la religione a strumento ideologico del potere: si invoca Dio come sostegno robusto del potere teso a dare vita al progetto volto a realizzare la società post-democratica. Si consideri la recente dichiarazione di Paula White, responsabile dell’Ufficio per la Fede della Casa Bianca, che ha paragonato Trump a Cristo stesso «tradito e falsamente accusato». Per non dire delle preghiere per la riuscita della guerra, nello studio ovale, con le mani imposte dai pastori evangelici sul presidente ‘unto dal Signore’. E ancora i resoconti pubblici di Pete Hengseth, ‘ministro della guerra’, che terminano con i versetti del Salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia». È di Peter Thiel – il più trumpiano dei nuovi oligarchi – l’affermazione secondo cui «la libertà e la democrazia non sono più compatibili» e dunque che è giunto il tempo di dare ali al «post-liberalismo cristiano» (sic!). Si veda l’imbarazzante articolo di M. Pakaluk, professore alla Pontifical Academy of St. Thomas Aquinas, dal titolo Leo XIV contra Leo XIII, pubblicato su «The Catholic Thing», 23 Ott. 2025, la cui tesi è che Leone XIV si starebbe muovendo su un sentiero pericoloso per le sorti della Cristianità. Sulla medesima lunghezza d’onda si pone il recente manifesto politico di un gruppo di grossi personaggi della Silicon Valley che vedono il futuro in termini di governo tecnologico (A. Karp e N. Zamiska, The technological republic, 2025). Non si tratta della solita ingegneria sociale al comando. Piuttosto, la tecnologia deve incorporare una sorta di nuovo umanismo per disegnare il futuro dell’Occidente basato su una precisa «teologia scientifica».
La conseguenza di ordine pratico di una tale linea di pensiero è che è il capitalismo oligarchico, non più quello democratico, a permettere il progresso socio-economico e la liberazione della società, perché quella democratica è una pratica politica troppo dispendiosa e troppo ‘wokista’. Si leggano documenti quali il Manifesto del Capitalismo Oligarchico, scritto da P. Thiel nel 2009, in California, e firmato da una potente pattuglia di superricchi quali Vance, Bezos, Musk e altri; il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci think tank dell’ultraconservatorismo americano; il farneticante Manifesto Tecno-Ottimista di M. Andreessen, co-fondatore di Netscape, dell’ottobre 2023, per rendersi conto di quanto sta accadendo in questo tempo. Il linguaggio della liberazione è divenuto preda da parte di poteri che si ammantano per l’appunto di quel linguaggio. Corruptio optimi pessima: siamo di fronte a un sistema che riproduce le parole, i propositi dei liberatori, ma in verità schiaccia le realtà percepite come fragili e vulnerabili in nome di un privilegio di ‘scorciatoia’ in ossequio all’ideologia prestazionale.
Su un punto specifico desidero soffermarmi, pur in breve. Il recente passaggio (fine marzo 2026) a Roma di Peter Thiel, per un ciclo di seminari sull’Anticristo (organizzati dalla Associazione Culturale Vincenzo Gioberti di Brescia) destinato ad un pubblico iperselezionato, ci permette di chiarire un errore importante del suo pensiero. Per Thiel l’Anticristo, oggi, è chi sfrutta la paura dell’Apocalisse per imporre una governance globale; chi drammatizza i rischi esistenziali rappresentati dal nucleare, dalle armi biologiche e dalla IA, per rallentare il progresso tecnologico di cui l’umanità ha bisogno per sopravvivere. Il demonio di Thiel prende la forma della regolamentazione tecnologica e della lotta al cambiamento climatico, forme che fingerebbero di dare sicurezza, ma che in realtà tolgono libertà ai cittadini. Definisce papa Leone XIV un papa woke perché si occupa di pace e di IA. (Prossima l’uscita di una enciclica proprio sulle nuove tecnologie del digitale). La sostanza dell’argomento è che il Katéchon (la forza frenante che ritarda la venuta dell’Anticristo, come scrisse S. Paolo) è rappresentato da Trump e dai suoi collaboratori e da entità come il Deep State. D’altro canto, il male sarebbe oggi incarnato dalle ONG che aiutano i migranti e da tutti coloro che sono affetti dalla «Anti Trump Derangement Syndrome», una malattia mentale che fa giudicare negativamente ogni cosa che fa Trump.
Come bene spiega E. Mazzarella (Critica della ragion digitale, Castelvecchi, 2026), i motivi della evoluzione tecno-teologica di Thiel – convertito al cattolicesimo da diversi decenni – li si trova nel suo testo del 2007, Il momento straussiano, dove viene esposta la nota tesi di Leo Strauss: l’Impero del bene deve mettere da parte le illusioni delle culture liberal e woke e occuparsi invece della «tecnologia della prosperità» dei gruppi evangelici e dell’Alt Right, che sostengono un cristianesimo senza la Croce e senza il perdono. Il povero è tale perché è caduto nel vizio e quindi nel peccato! Ebbene, il punto in questione è che Thiel – laureato in filosofia e in diritto – dichiara di aver attinto l’ispirazione del suo costrutto da René Girard (1923-2015), il noto filosofo francese che fu suo docente all’Università di California. Ma non è così, come ha convincentemente mostrato Bernard Perret (I conservatori USA e il pensiero di René Girard, «Vita e Pensiero», 6, 2025), che si chiede: come può un pensiero – quello di Girard – che ha tra i suoi meriti quello di mettere in guardia contro la violenza e il suo radicamento nel carattere mimetico delle passioni umane – la propensione ad imitare il desiderio altrui e a fare dell’altro un nemico – trovarsi mescolato ad una concezione politica tutta basata sul culto della forza bruta e sul disprezzo del principio democratico?
È questo il nodo gordiano che va tagliato se vogliamo comprendere le radici profonde del progetto trumpista, un progetto filosofico-religioso della libertà senza limiti – cioè del libertarismo che non va confuso con il liberalismo – di cui le Big Tech dovrebbero beneficiare. Libertà anche di ‘hate speech’ e di disinformazione, ma soprattutto di lasciare campo aperto al MUAI (Malicious Use of Artificial Intelligence), cioè l’uso malevolo dell’IA. Che fare, allora? Ebbene, se la società civile intende rimanere fedele alla sua missione non può limitarsi ad indignarsi e ad avanzare proposte, sia politiche sia economiche, di mera mitigazione e di adattamento alla nuova situazione. Né può chiudersi nel misoneismo, che è l’atteggiamento tipico di chi pensa che non ci sia nulla da fare, perché troppo grosse le sfide in campo, e che l’unica prospettiva sia quella di sperare in tempi migliori. E soprattutto smetterla con la retorica della pazzia umana, perché quanto è sotto i nostri occhi non consegue dalla mente deviata di una persona, ma da una scuola di pensiero che opera indisturbata da oltre un ventennio, anche per colpa della pigrizia mentale è della sottovalutazione culturale di coloro che oggi cercano ripari di vario genere. A ben considerare, è questo l’atteggiamento di chi ritiene che il principio di responsabilità consista nel rispondere, nel dare conto delle proprie azioni (respondeo, in latino). L’homo civilis invece sa bene qual è il senso della parabola del buon Samaritano, e cioè che la vera responsabilità è prendersi cura del peso delle cose (res pondus), anche se a lui non imputabili. In sostanza, si è responsabili non tanto per quello che si fa, ma per quello che non si fa, mentre si potrebbe fare.
Concretamente, questo comporta che occorre alzare il livello del discorso, filosofico e teologico, al fine di dimostrare (e non solo asserire) che la linea di pensiero di cui sopra è non solo priva di fondamento scientifico, ma pure contraria alla posizione teologica ufficiale della Chiesa. (Non si dimentichi che il Trumpismo si dichiara cristiano, e in particolare Cattolico!). È culturalmente attrezzata la nostra civiltà per un compito del genere? Ritengo proprio di sì, purché lo si voglia, e a patto che si riprenda la via del pensiero pensante, sciaguratamente posta in disparte nel corso degli ultimi decenni per fare posto al pensiero calcolante.

BALZANI VINCENZO dice
Grazie Stefano per il tuo articolo La traiettoria del Trumpismo e la missione della società civile. Lo condivido in pieno.
Un caro saluto,
Vincenzo Balzani