L’‘affaire Epstein’ può filosoficamente essere letto come il simbolo, la metafora di un’America che ha perso quella narrazione fondativa di ‘nuovo mondo puro’, nato per sfuggire alla corruzione, al dispotismo politico e alla decadenza morale della vecchia Europa. Gli Stati Uniti si erano costruiti proprio sull’idea opposta: puritanesimo, uguaglianza davanti alla legge, rifiuto dei privilegi ereditari, moralità ‘sana’ contro la lussuria e i costumi europei libertini. Gli States nascono e si sviluppano con la pretesa di essere il ‘nuovo mondo’, creando oltreoceano quello spazio di libertà e di pace che ormai in Europa era andato perduto. Ironia hegeliana della storia: l’America che voleva redimersi dalla vecchia Europa corrotta e libertina finisce con Epstein per riprodurla nella sua forma più estrema e inquietante. La «dialettica dell’illuminismo» – avrebbero detto Horkheimer e Adorno – è giunta al suo punto finale. Pochi sanno che Epstein sul suo scrittoio nella townhouse di Manhattan teneva ostentatamente una copia di Justine, ou les Malheurs de la Vertu del Marchese de Sade. Ed è proprio su Sade che si soffermano già Horkheimer e Adorno, nel secondo excursus della loro celebre opera: Die Dialektik der Aufklärung. In quest’ opera possiamo filosoficamente già cogliere la crisi della civiltà occidentale. Quell’excursus comincia con il celebre motto kantiano sapere aude e avere il coraggio di servirsi dell’intelletto significa farsi guidare dalla ragione. Ma quella ragione nel suo uso pratico è solo ragione strumentale. E per la ragione strumentale che è la ragione della scienza, l’essere è visto esclusivamente sotto il profilo della manipolazione. Non vale il principio di non trattare mai gli altri come meri mezzi, ma esattamente l’opposto: gli altri sono solo mezzi. E così Kant si rovescia in Sade: il sapere aude diventa l’osare oltre qualsiasi limite. In fondo è in questo rovesciamento che consiste la «dialettica dell’illuminismo». Al centro dell’attenzione di Horkheimer e Adorno c’è però Juliette e non la sorella Justine. Juliette è la dimostrazione che il vizio porta al successo, lei è attiva e compie qualsiasi crimine sessuale o meno senza rimorsi, persino l’omicidio, mentre la sorella Justine è innocente e onesta, viene sfruttata, violentata, torturata, umiliata da ricchi potenti. Ed è questo che piace a Epstein. E non è un caso se Juliette «ha per credo la scienza» è «figlia dell’illuminismo militante», «meccanizza il piacere», ha il coraggio di fare tutto ciò che è proibito perché ciò che conta è sperimentare. Non c’è spazio per la compassione, ma solo per la crudeltà. Juliette è la dimostrazione scientifica che la virtù porta alla rovina, mentre il vizio viene premiato. Il messaggio del “Divino Marchese” (per la verità più satanico che divino) è chiaro. La natura è crudele, la morale pura ipocrisia, il vizio vince sulla virtù, il forte ha tutti i diritti sul debole, il piacere si ottiene violando ogni tabù. Sade racconta e questo gli costò la galera e poi il trasferimento in manicomio dove rimase sino alla morte, dal momento che Napoleone lo considerava un pericolo pubblico, Epstein nella sua isola ha reso reali, concreti, quei racconti e per questo è morto (suicida??) in galera.
A Sade bastava un castello e i depravati erano pochi, per Epstein ci voleva un’isola intera, e tutti i personaggi più importanti, le élites delle diverse professioni, politici, scienziati, filosofi, artisti, imprenditori, dovevano esserne ospiti: nell’isola il diritto e la morale potevano essere sospesi e le élites potevano sfogare in privato loro istinti perversi per poi tornare alla normale vita pubblica.
Sade sarebbe rimasto entusiasta e non avrebbe neppure potuto intuire che Epstein era andato molto al di là della sua perversa immaginazione. Non solo l’isola era stata trasformata in una sorta di “panopticon” dove qualsiasi azione o movimento veniva sorvegliato e controllato attraverso telecamere e microfoni nascosti dappertutto (e questo spiega la colossale quantità di materiale che sta uscendo) ma era diventata il luogo in cui si sarebbero dovuti realizzare i sogni fantascientifici e transumanisti di Epstein della creazione di una “razza superiore”, sì, perché anche questo si aggiunge al suo delirio di onnipotenza.
Il nichilismo europeo diventa una barzelletta rispetto a Little St. James: l’isola privata non era solo un resort di lusso per orge sataniche ma un laboratorio ipertecnologico che univa decadenza e ipermodernità, depravazione sessuale e transumanismo. Certo, tutto questo è eccessivo nella sua grottesca follia, Epstein però non è un caso marginale, bensì lo specchio deformante e crudele di un’America in crisi.
(Il post rimanda al contributo dell’autore: Trump, Epstein e il declino dell’Impero americano in «Paradoxa», 1/2026, p. 133.)

Alberto Marini dice
Il Professor Becchi coglie con lucidità uno degli aspetti più interessanti emersi dal caso Epstein, utilizzandolo non tanto come oggetto principale dell’analisi quanto come occasione per riflettere sul momento culturale che stanno attraversando gli Stati Uniti. In questa prospettiva risulta particolarmente suggestivo il richiamo alla “dialettica dell’Illuminismo”: le istanze illuministe di dominio della “ragione” sulla “natura umana”, nell’”America di Epstein” — ossia, in quell’America che ha ormai perduto l’innocenza puritana — sembrano rovesciarsi nella tirannia della “ragione strumentale”.
Vale la pena soffermarsi anche sulla penna raffinata con cui è stato cesellato questo pezzo, che trova piena espressione nell’originale argomentazione che accosta forme di “perversione” di tipologie e livelli differenti. Un accostamento che rende il contributo particolarmente stimolante in quanto lo spessore dell’analisi emerge da una scrittura agile e ritmata.
Paolo Becchi dice
Grazie per questo commento, Un contributo più ampio è di prossima pubblicazione sul cartaceo della rivista. Molti hanno sottovalutato l‘Affaire Epstein, che invece a me pare rilevante