In gradi diversi tutti siamo soggetti al disagio psicologico provocato da questi periodi di quarantena. La pandemia Covid-19 ha portato lutti e disastri economici, ma anche elementi positivi. Si sono abbassati i reati contro le persone ed il patrimonio, alcune attività illecite si sono quasi azzerate e la produzione di beni superflui – come i nani da giardino – si è contratta, e perfino l’EU si è svegliata con il recovery fund.
Nella primavera scorsa abbiamo sperimentato il telelavoro e visto che le nostre strade ed il mare si sono popolati di animali, dai delfini, ai cinghiali, dalle meduse alle anatre. I fiumi, poi, non hanno più quel colore marrone a cui eravamo ormai abituati, ma sono tornati ad un azzurro che solo i più anziani e i daltonici gravi sostenevano di aver visto. Più in generale, si è assistito ad una notevole riduzione del tasso di inquinamento. Quasi a confermare quello che in realtà già si conosceva, che cioè la produzione spesso avviene a spese della Natura, cioè di noi stessi.
Lavorare a distanza ha dimostrato che un altro futuro è possibile. E già si intravede la possibilità di produrre rispettando la Natura, che ha dimostrato di essere resiliente ad attacchi non ripetuti poiché il tempo dell’economia è diverso – assai più breve – di quello della Natura.
La domanda non è più se il periodo post-epidemia sarà a V, ad U o a L – cioè ci sarà una ripresa immediata, una lenta o la trasformazione di una recessione in depressione – ma: saremo in grado di sfruttare la recessione economica provocata dalla pandemia per modificare il nostro modello di produzione e di sviluppo, piuttosto che, come nella quasi totalità dei commenti, interrogarsi sulla ‘scelta’ tra lavorare e rischiare di contagiarsi e starsene chiusi a casa e rinunciare ai redditi, tra salute e PIL.
Come se la salvaguardia della salute e della Natura fossero necessariamente conflittuale con l’economia. [Un tragicomico esempio tratta del diritto di far contagiare i propri dipendenti – collaboratori? – pagando una tassa sebbene, ovviamente, ‘ottimale’]. Questa non è però la sola possibilità. L’alternativa possibile vede economia e salute muoversi nella stessa direzione, una volta che nel benessere vengano considerati Natura e Società (istruzione, sanità e welfare). Non dovremmo più attribuire valore alla vita umana solo sul metro di quanto produce – ad una dimensione cioè.
Inizio dal telelavoro. Secondo i dati Irpet sul numero complessivo di occupati in Italia, il lavoro a distanza interessa il 60% del lavori: basso in agricoltura, meno del 40% nella manifattura e molto alto nei servizi e nella amministrazione pubblica. In tempi di pandemia il lavoro a distanza riduce i rischi di contagio – sia nel lavoro che nel pendolarismo.
Questo secondo elemento è assai importante. L’indagine BES enfatizza che tra le ragioni principali di insoddisfazione dell’attività lavorativa c’è proprio il pendolarismo, poiché questo riduce il tempo libero ed obbliga a spostamenti ‘forzati’. Lavorare in remoto permette, inoltre, di ridurre sia i costi di trasporto – abbonamenti e benzina – che quelli indiretti. C’è anche chi intravede la possibilità di de-urbanizzare le città, favorendo il ripopolamento dei piccoli centri.
Il fenomeno del lavoro a distanza ha contribuito alle riemersione del tema della ‘fine del lavoro’. Senza scomodare Rifkin, le questioni del tempo dedicato al lavoro e dell’erogazione di un reddito di base diventano topiche. Già nel 1930 Keynes prefigurava in una prospettiva secolare – piuttosto insolito per un economista che sosteneva «nel lungo periodo siamo tutti morti» – è che il tempo di lavoro dell’uomo dedicato alla produzione di beni e servizi dedicati al soddisfacimento dei bisogni primari – «il problema economico» – sarebbe stato progressivamente ridotto grazie alla tecnologia, la settimana lavorativa ridotta a 2-3 giorni con retribuzioni adeguate a sostenere la domanda aggregata.
La pandemia ci indica un’altra – anche più pressante – urgenza: abbiamo bisogno di cambiare le traiettorie dello sviluppo, di indicatori per monitorarlo e di un diverso modo di pensare all’Economia, alla Natura e alla Società. L’alternativa non può essere quella tra salute e lavoro, tra Natura ed Economia. Dovremmo pensare e muoverci, piuttosto, in direzione di uno sviluppo simbiotico tra loro.
Piuttosto che inseguire solo una crescita quantitativamente più sostenuta, è ormai giunto il tempo di chiedersi ‘per chi’ e contro ‘cosa’. Ormai la quasi totalità degli scienziati ci ammonisce, asserendo che la permanenza su un sentiero di crescita di questo tipo ci porterà al collasso ambientale. L’unica via percorribile, dunque, prevede necessariamente una transizione verso un modello di sviluppo alternativo a quello attuale, un modello di sviluppo sostenibile. È dunque necessaria una transizione verso un modello economico e sociale di sviluppo sostenibile, ossia in grado di ridurre al minimo lo sfruttamento delle risorse non riproducibili, rispettando il clima e la Natura.
Un primo passo concreto è rappresentato dalla prospettiva di un Green New Deal, oggetto di dibattito anche all’interno della Commissione Europea, in grado di stimolare investimenti pubblici green, incentrato dunque su fonti di energia rinnovabili e non esclusivamente orientato alla crescita quantitativa del prodotto – anche perché è ormai un ricordo la relazione tra Pil ed occupazione che aveva caratterizzato lo sviluppo economico moderno – ma anche e soprattutto su un modello di produzione di qualità ed eco-sostenibile. Ovviamente la transizione è costosa, ma fattibile purché intrapresa da tutti. In fondo, la spesa prevista del recovery plan è di ordine analogo a quello della transizione produttiva verso la sostenibilità.
Potremmo aspettare, ancora una volta, che il sistema si autocorregga, spinto dalle ‘forze del mercato’ e dalla loro libera iniziativa. Tuttavia, non sappiamo quanto sia vicino il ‘punto di carico’ che precede il collasso. Se è vero – come teme la comunità scientifica – che l’orizzonte sia di pochi anni, occorre agire subito.
Inoltre, se il mercato continua a perseguire la massimizzazione dei profitti a prescindere – dalla salute e dalla Natura – perché dovremmo attenderci che si auto-corregga? E sulla base di quale ‘teoria’ visto che il modello matematico che sta dietro al neoliberismo – cioè al mito del mercato – è distrutto dai suoi stessi proponenti [Gallegati, Il mercato rende liberi, LUISS, 2021].
Se la Natura e le sue risorse dovessero esaurirsi, l’uomo, le economie e le società scomparirebbero, non è vero il contrario. L’economia si è cacciata in una ‘trappola evolutiva’, alla ricerca del profitto di breve periodo e mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza.
Ci aiuterà la pandemia a rifletterci ed interrogarci su come uscirne?

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