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Leggere Valbruzzi e Vignati e capire che questo Governo era il più logico, ma non è detto che la maggioranza sia consolidata

27 Maggio 2018 di Stefano Ceccanti 2 commenti

Non me ne vogliano i bravi coautori, però tra tante cose interessanti del volume curato da Marco Valbruzzi e Rinaldo Vignati per l’istituto Cattaneo e il Mulino, Il vicolo cieco, appena uscito, i due contributi più interessanti a spiegare oltre che il voto quello che sta succedendo dopo il voto, sono proprio quelli dei due curatori.

Basta aprire pagina 183 e guardare la Tabella 10, ossia i partiti disposti sulla doppia linea di frattura europeisti-sovranisti e sinistra-destra per capire cosa sia cambiato tra 2013 e 2018 e cosa stia avvenendo ora. Su quella sinistra-destra non è accaduto granché e, se essa avesse pesato oggi come allora, i due forni per il M5S avrebbero pesato in modo identico, il M5S avrebbe potuto davvero essere agnostico. Il punto è, come spiega Valbruzzi a pag. 184, che gli attori politici hanno inteso riposizionarsi soprattutto su quella «che divide gli europeisti dagli euroscettici». Per inciso un’attenta lettura del programma della sola Lega Nord (rispetto a quello scolorito della coalizione) e della parte «Sviluppo economico» del M5s conferma in pieno questa lettura, ben più di quanto non appaia a Bobba e Seddione (pag. 25) perché, se anche, come essi rilevano mancava le proposte più radicali di referendum, vi era comunque la teoria che l’interesse nazionale risiedesse in un meno di integrazione (Lega, già federalista ed ora «nazionale e nazionalista» come precisa Vampa a p. 57) o sul fatto che la sostenibilità del debito non sarebbe sostanzialmente un problema ove si uscisse dall’Euro (M5S).

Ma allora era illusorio o no puntare all’alternativa di un ‘dialogo’ tra M5S e Pd? Sì, risponde convincentemente Vignati. Alcuni commentatori hanno erroneamente usato sul piano della proposta politica quella che è l’analisi dei flussi, con ingenti quantità passate a Sud dal Pd al M5S anche perché essi hanno ritrovato alcuni elementi dell’album di famiglia di una certa sinistra (antiberlusconismo, assemblearismo, direttismo, come chiarito alle pagg. 193/1956), grazie anche al cavallo di Troia delle motivazioni della scissione di Leu (che non ha tratto vantaggio per sé, ma ha legittimato il transito da Pd a M5S, p. 197). I due piani, però, vanno tenuti distinti: le ragioni soggettive degli elettori sono comunque inquadrati dall’offerta politica del M5S, che ne determina la «sua natura ideale-programmatica» (p. 209). Essa è strutturalmente’“di chiusura’ sovranista anche quando omette di parlare del referendum sull’Euro, come dimostrato dalla simultanea «paura, diffidenza e chiusura» verso «i flussi migratori» (p. 210) che è intatta sin dalla fase originaria del M5S. Se è così, cosa poteva giustificare la pressione di tanti commentatori in una direzione altamente improbabile se non impossibile? La ‘chiave antiberlusconiana’ in cui tanti commentatori si erano forgiati, che sopravvive in loro come «paradossale sopravvivenza» di una fase che non c ‘è più (p. 211).

Ovviamente questo non significa che il voto e l’intesa di Governo, per quanto coerente con esso, stabilizzino la situazione. Calise ricorda che cinque anni fa la Lega al 4% era data per morta (p, 241) e Corbetta che per chi ha molto promesso accontentare «l’elettore impaziente» non è affatto agevole quando va al Governo (p. 249). Anche perché chi vi accede si trova di fronte allo stesso sistema di veti che ha difeso nel referendum costituzionale quando era all’opposizione, determinando anche a catena la riproporzionalizzazione del sistema elettorale, dato che, come argomenta puntualmente Fusaro (pp. 257/258) la legge Rosato era una limitata riduzione del danno della sentenza della Corte, che a sua volta era figlia necessitata dell’esito referendario.

Tutto ciò, ovviamente, a patto che l’opposizione sappia fare il suo mestiere, ma per questo essa deve ripartire non solo e non tanto dalla linea di frattura destra-sinistra, che pur continua ad esistere, ma alimentando un nuovo europeismo capace di far capire che in esso risiede esattamente l’interesse nazionale, compreso quello dei perdenti. In altri termini l’opposizione, Pd in primis, dovrebbe ripartire dalla Tabella 10 di Valbruzzi.

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Commenti

  1. Marco Valbruzzi dice

    28 Maggio 2018 alle 15:06

    Ovviamente, non posso che concordare (sic) con il giudizio di Stefano Ceccanti, che ringrazio per la tempestiva recensione.
    Nel frattempo, osservo e registro con preoccupazione che dal “vicolo cieco” l’Italia e gli italiani non intendono uscire, trascinandosi dietro quel che resta delle nostre istituzioni democratiche e delle garanzie costituzionali.
    Con Paradoxa abbiamo dedicato un bel focus sul populismo; ora mi pare sia tornata l’occasione per rifletterci un po’ su…

    Rispondi
  2. Carmelo Vigna dice

    27 Maggio 2018 alle 18:37

    Ottima messa a punto. Sono d’accordo con le osservazioni di Ceccanti. Il discrimine da lui nettamente tracciato a partire dal libro citato (il problema di fondo è il si o no all’Europa), non deve però far dimenticare che altri fattori (legati all’alternativa destra-sinistra) hanno contribuito al risultato elettorale, anche se in maniera subordinata (ma anche in certo modo coordinata).

    Rispondi

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