[Editoriale di «Paradoxa» 3/2026, “Capitalismo e/o democrazia”, a cura di Vera Zamagni]
Uno spettro si aggira per queste pagine. Le quali non si esauriscono nella tesi principale che espongono alla luce del sole e che consiste nel sostenere che il capitalismo, l’ambiente economico e ideologico al quale siamo assuefatti come all’aria che respiriamo, non è affatto naturale come sembra, ma è il frutto di una lunga (e non necessaria) evoluzione, tutta da ricostruire; e che quella capitalistica è una (e non l’unica) versione dell’economia di mercato, che ha tra le sue caratteristiche quella di minare in vario modo quella forma, ancor meno naturale e scontata, del vivere associato che è la democrazia. Su questa nitida linea portante i contributi qui raccolti convergono e concorrono nel tracciare un percorso storico e teorico molto articolato.
C’è però una questione a prima vista marginale, che affiora qua e là, in sensi e contesti diversi, con un’insistenza sospetta, che reclama attenzione; una questione che si potrebbe definire ‘spettrale’ per citare Derrida che cita Marx, perché aleggia più che essere tematizzata, producendo qualche tensione tra un contributo e l’altro e invitando a una lettura di questo fascicolo complessivamente meno compatta e più inquieta: la questione dell’informazione, che si dice qui in molti modi e sulla quale capitalismo e democrazia si intersecano in intrecci diversificati e non del tutto limpidi.
In un primo senso, l’«informazione» – e più esattamente la circolazione delle informazioni, la pluralità delle fonti da cui ricavarle, la possibilità di apprenderle – emerge come un elemento essenziale delle democrazie, le quali si caratterizzano per il fatto di essere «aperte e tutte orecchi» (Pasquino, p. 47). Questo conferirebbe ai regimi democratici un vantaggio competitivo, perché li metterebbe in grado di reagire in modo tempestivo, più competente, cioè appunto più ‘informato’, e dunque più efficiente rispetto ai regimi autoritari: «l’esempio che spicca – scrive Pasquino – è la Cina del Covid» (p. 38). L’esempio però è a doppio taglio: è difficile dimenticare l’ospedale costruito in soli sei giorni alla periferia di Pechino; e uno degli autori si spinge a offrire una lettura diametralmente opposta, secondo la quale, tutto sommato, l’informazione come diritto «formale» conta in fondo assai meno dei «diritti sostanziali» (Della Posta, p. 94). Questo permetterebbe, secondo Della Posta, di sostenere che anche un regime, come appunto quello cinese, che adotta misure significativamente restrittive in termini di circolazione delle informazioni, può essere legittimato ex post proprio dall’efficienza, ossia dai risultati che consegue sul piano della libertà e del benessere collettivi.
Si può, e si deve, sostenere che tra i molti rischi di questa impostazione c’è quello di avallare acriticamente quel processo, che è poi la quintessenza del capitalismo, che consiste nella trasformazione di tutto, persino dei diritti, in valore di scambio, cioè in una merce come un’altra, alla quale si può sensatamente rinunciare purché la contropartita sia dotata di un valore quantitativamente maggiore. Ma il nesso tra informazione e capitale è in realtà assai più profondo, come suggerisce il saggio della Curatrice: se al capitalismo commerciale succede quello industriale, che viene a sua volta soppiantato da quello finanziario, l’evoluzione di quest’ultimo in tecno-capitalismo può essere considerato come il culmine di un processo di disancoramento del valore dall’elemento materiale, che vede proprio nell’informazione, ossia nell’unità di base della tecnologia informatica, la sintesi perfetta e senza residui tra bene e valore: da questo punto di vista i big data altro non sono che la versione contemporanea dell’accumulo e della concentrazione di capitale; e l’Intelligenza Artificiale il modo più efficiente e redditizio di gestirlo.
Le conseguenze di questa trasformazione sono enormi e ancora assai ben lontane dall’essersi pienamente manifestate. Le grandi imprese che producono, gestiscono e dispensano la nuova tecnologia rendono iperbolico il movimento di concentrazione monopolistica del capitale, si sottraggono a qualsiasi controllo e realizzano rendite, piuttosto che profitti, prefigurando un inquietante «regressione verso un neo-feudalesimo» (Zamagni, p. 31). Ma c’è di più.
La possibilità che il lavoro umano sia progressivamente sostituito dall’IA è ovviamente inquietante, ma, a ben guardare, è solo il risvolto del processo, assai più radicale, per cui è la natura stessa del lavoro che viene trasformata dal nuovo statuto dell’informazione: se quest’ultima, oltre che merce, è capitale, il lavoro tende a risolversi nell’acquisizione e nell’accumulo di informazione; ed è un lavoro che, come è stato acutamente osservato, siamo di fatto tutti noi a svolgere, con la nostra costante e pervasiva presenza sulla rete, nutrendo quest’ultima con sempre nuove e più dettagliate informazioni su noi stessi: e lo svolgiamo grati e soprattutto gratis. Il punto non è che l’IA potrebbe diventare, in un futuro abbastanza prossimo, uno strumento così ingombrante da sostituirci: il punto è che già adesso noi siamo strumenti dell’IA almeno quanto quest’ultima lo è per noi.
Il rischio che ci si trovi di fronte a una forma inaudita di alienazione è evidente: se nella situazione classica la riduzione dell’uomo a merce era una degenerazione contingente, estrinseca rispetto alla natura umana e dunque potenzialmente reversibile, qui il problema è assai più profondo. L’IA ci mette concretamente di fronte all’ipotesi inquietante che l’intelligenza stessa, cioè uno dei caratteri finora considerati essenziali dell’umano, non sia altro che un modo particolarmente raffinato, ma tecnicamente riproducibile, di gestione dell’informazione. Da questo punto di vista, le considerazioni di Maffettone che concludono il fascicolo potrebbero anche essere lette in un senso diagnostico opposto rispetto a quello proposto dall’autore: proprio perché «esiste, in sostanza, una somiglianza di famiglia tra alcuni sviluppi dell’IA generativa e l’evoluzione naturale» (p. 139), proprio perché anche la dimensione organicistica e vitale non appare più così eterogenea rispetto a quel che è riproducibile sul piano digitale, l’‘informatizzazione’ dell’umano potrebbe essere integrale e irreversibile. Non è una bella prospettiva: è uno spettro, come si diceva, che getta un’ombra con la quale dovremo imparare a convivere, e che rende le riflessioni sulla democrazia come argine al tecno-capitalismo ancora più urgenti e necessarie.

Biagio De Marzo dice
Quest’articolo andrebbe riletto e commentato con l’autrice e, magari, con il suo impagabile Marito, affascinante divulgatore e docente.