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Matteo Renzi e la rottura con i sindacati: un divorzio voluto o ereditato?

21 Maggio 2018 di Liborio Mattina 2 commenti

Una delle prime dichiarazioni di Matteo Renzi, appena insediatosi alla guida del governo nel febbraio del 2014, è stato il suo rifiuto per i corpi intermedi e per la concertazione, rafforzato dall’ammonimento rivolto ai sindacati di non frapporre ostacoli alle politiche di cambiamento che il governo avrebbe in ogni caso realizzato. Alle dichiarazioni sono seguite certe scelte, la più importante delle quali è stata l’approvazione del Jobs Act – fortemente voluta dal nuovo primo ministro e fermamente avversata dai sindacati, e dalla Cgil in particolare – che ha indotto Susanna Camusso ad affermare (ottobre 2014) che Renzi era l’uomo dei poteri forti, e prendeva ordini dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne.

La dura contrapposizione tra Matteo Renzi e i sindacati è stato il penoso epilogo di un rapporto iniziato con ben altri auspici. È nota, infatti, la storica alleanza che ha legato in Europa fin dalla loro nascita i partiti di sinistra ed i sindacati.

‘Le due ali del movimento operaio’ stabilirono in molti casi, fin dalla loro formazione, un solido legame fondato su comuni convincimenti ideologici, legami organizzativi, sostegno reciproco, unità d’azione. In particolare, il sindacato offriva al partito del lavoro (PdL) il proprio sostegno organizzativo durante le campagne elettorali, cercando di indirizzare su di esso il voto operaio. Da parte sua il PdL si adoperava in sede parlamentare per favorire politiche favorevoli ai lavoratori salariati.

Il rapporto privilegiato tra PdL e sindacati di sinistra si è mantenuto per larga parte del XX secolo. A ciò ha contribuito il fatto che le perdite di voti tra i lavoratori dipendenti – che puntualmente avvenivano ad ogni spostamento del PdL verso il centro del sistema partitico – venivano contenute dal sostegno elettorale offerto dai sindacati, che offrivano spesso un riferimento identitario ai lavoratori più forte di quello fornito dal PdL.

L’alleanza è divenuta problematica dagli anni ’90 in poi a seguito della globalizzazione e della scelta di molti PdL di attenuare nei loro programmi le istanze di equità ed eguaglianza che li avevano caratterizzati, finendo per limitarsi – quando al potere – a una gestione modernizzatrice dell’economia. In diversi paesi l’alleanza è venuta meno (Francia, Spagna, Israele, Germania). In altri si è in qualche modo mantenuta, pur se molto ridimensionata nella sostanza (Inghilterra, Paesi scandinavi, Austria).

In Italia l’alleanza ha tenuto fino al 2008, nonostante le diverse trasformazioni cui è andato incontro il partito erede dello scomparso partito comunista e le dichiarazioni di indipendenza da influenze politiche espresse dai sindacati. In larga misura la relazione privilegiata si è mantenuta perché la maggioranza degli iscritti ai sindacati, in particolare gli iscritti alla Cgil, ha continuato a votare per il maggiore partito della sinistra; e il Partito democratico (Pd), pur avendo archiviato il tema della centralità della questione operaia, si è prodigato nelle aule parlamentari e, quando al governo, nell’esecutivo, per attenuare le misure di austerità che sono state adottate per ridurre la spesa per il welfare e per riportare sotto controllo il debito pubblico.

La rottura si è consumata con la grande recessione (2008-2014). I lavoratori sindacalizzati non si sono sentiti protetti dal PdL dai colpi della crisi e la riforma delle pensioni adottata dal governo guidato da Mario Monti, e appoggiato dal Pd, ha scavato un solco profondo tra il maggiore partito della sinistra e le organizzazioni sindacali. La resa dei conti è avvenuta con le elezioni del 2013 quando il Pd ha subito la più elevata emorragia di voti dal versante dei lavoratori sindacalizzati perché tanti si sono rifugiati nell’astensionismo e tanti altri hanno votato il Movimento 5 stelle.

 Renzi, appena arrivato alla segreteria del Pd dopo le elezioni del 2013, ha ereditato, e non generato, la frattura che si era già verificata tra il partito e i sindacati. Tale situazione gli ha però reso più facile la decisione di rescindere i rapporti con il sindacato per posizionare stabilmente il Pd al centro del sistema partitico italiano. L’operazione è sembrata avere successo in occasione delle elezioni europee del 2014 che comunque furono vinte dal Pd soprattutto per il dissesto politico della Destra e per la paura del salto nel vuoto che in molta parte dell’elettorato moderato aveva generato la comparsa nella scena politica del Movimento 5 stelle. I successivi rovesci elettorali del Pd, e l’attuale crisi di identità che sta attraversando quel partito, hanno in qualche modo riproposto la questione del rapporto tra il Pd e i sindacati che rappresentano 15 milioni di persone, la maggior parte delle quali in un passato non lontano si consideravano elettori di sinistra.

Oggi il Pd, o almeno quella parte del partito che intende recuperare la sua identità di sinistra, dovrebbe necessariamente riesaminare i rapporti tenuti con il sindacato per recuperare ciò che è recuperabile. Ma forse è troppo tardi.

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Commenti

  1. PierCarlo Nicola dice

    25 Maggio 2018 alle 9:28

    Sono d’accordo al 100%

    Rispondi
  2. Dino Cofrancesco dice

    22 Maggio 2018 alle 8:41

    Beh qualche concessione alla CGIL Renzi e il PD l’hanno pur fatta. Non s’era mai visto, nella storia d’Italia, un titolare del Ministero della P.I. così incompetente e arrogante (la ‘buona scuola’ aveva eliminato la Storia dell’arte nei programmi scolastici…), come la sindacalista Fedeli.Per di più, una persona , su cui stendere un velo pietoso, era stata il candidato di bandiera del PD al Quirinale !!!!! Forse anche cose come queste spiegano l’ascesa dei populismi: alle mezze calzette del dietro bottega politico si preferiscono i ‘ruspanti’,,,

    Rispondi

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