«Un’auto nella folla», «un caso isolato», «un pazzo», «era sotto effetto di qualche droga», «un marocchino», («radicalizzato?»), «un attentato terroristico di matrice islamica», «le autorità stanno indagando sui motivi»
C’è un fatto di cronaca, con dei feriti, anche gravi e non si tratta di un incidente stradale accidentale, e poi ci sono subito diverse interpretazioni. E dalle interpretazioni nascono delle domande e forse anche delle conclusioni. Già dai titoli riportati appare la contrapposizione ideologica tra i due schieramenti: da un lato chi vi vede un caso di terrorismo islamico o/e di mancata integrazione, dall’altro chi insiste sul lato psichiatrico. «Malato da curare» o «immigrato da cacciare»? Sto estremizzando, per rendere meglio la contrapposizione.
Chi sostiene la prima tesi accusa la parte avversa di odio verso l’immigrato, chi sostiene la seconda tesi accusa l’altra parte di ridurre il tutto ad una malattia mentale. Entrambi hanno torto e ragione allo stesso tempo, nel senso che colgono aspetti diversi della stessa cosa. Per gettarsi a tutta velocità con una macchina in un luogo affollato ci deve essere qualcosa di malato nella mente di quella persona, perché in questo caso non sembrerebbe esserci neppure di mezzo una motivazione ideologica. Andare a rinvangare qualche parola d’odio contro Gesù Cristo è come prendersela con un cristiano, che quando gli va storto qualcosa bestemmia. D’altronde, se una persona nata qui e di origine marocchina compie un’azione di questo genere, qualche problema di mancata integrazione ci deve pur essere.
E allora che fare? Riapriamo i manicomi e introduciamo la cittadinanza a punti per chi non è nato da genitori puro-sangue? Cerchiamo di essere seri. Si tratterebbe semmai di avere sul territorio centri di salute mentale adeguati e di tener presente che la cittadinanza da sola resta un pezzo di carta, se non implica una condivisione di valori, che evidentemente non c’è stata.
Ma voi pensate seriamente che queste spiegazioni siano davvero efficaci, voi pensate seriamente che le autorità ci sveleranno l’arcano, o che psicologi, psicoanalisti, sociologi ecc., ci aiuteranno a capire quello che è successo?
Ecco, io credo che tutte queste spiegazioni siano parziali. Sono spiegazioni cioè che restano alla superfice della cosa. Quello che è successo non è un guasto meccanico ad una macchina che ha travolto delle persone e, se andiamo al fondo della cosa, conta poco anche la provenienza dell’autista. A Modena il protagonista è un immigrato di seconda generazione, a Taranto un gruppo di ragazzi italiani che ha assalito per futili motivi un bracciante agricolo maliano e uno di questi lo ha ucciso. Cosa c’è dietro tutta questa violenza?
Dietro questi gesti c’è un vuoto esistenziale che d’improvviso esplode. Tanto più quanto chi agisce è una persona che per l’età che ha dovrebbe essere matura, come nel caso di Modena. E il vuoto esplode quando l’uomo smette di riconoscere l’altro come uomo. Quando il mondo è diventato muto e non ti dà più risposte, nasci e crepi. Nel mezzo non ti è rimasto niente, o meglio c’è solo il niente. E se niente ha più valore e senso neanche la vita ha più un senso e un valore. E allora il corpo degli altri diventa materia da rottamare a disposizione.
Quando hai perso il senso della tua vita, tutti non sono altro che palle che scivolano su un tavolo di biliardo, le urti per un istante, per poi allontanarti. A volte una stecca mossa da una mano malvagia ne colpisce una e questa ne travolge altre, finché qualcuna cade nella buca. E lì finisce per sempre. Game over.
Avresti però ancora una possibilità: quella di non arrenderti, di superare l’umiliazione e rivoltarti insieme ad altri in nome di qualcosa, ritrovando così un senso nella tua esistenza, e se proprio non lo trovi hai sempre la possibilità estrema, quella di spararti un colpo in testa, e invece ti rivolti contro gli altri e neghi la loro vita, la loro esistenza. O ci provi a farlo. Il bisogno di distruzione che è in te, lo hai trasferito sugli altri. Forse tu non lo sai ma questo è nichilismo in azione. Ed è un nostro prodotto, un prodotto dell’Occidente, «il più inquietante di tutti gli ospiti».

Alberto Marini dice
Ancora una volta, il Prof. Becchi si dimostra capace di un’operazione in cui molti intellettuali falliscono o nella quale neppure osano avventurarsi: guardare al dibattito pubblico non con il distacco di chi è, o pretende di essere, del tutto estraneo al contesto sociale e culturale cui appartiene, ma partire da questo per “sfrondarlo” dei suoi elementi accessori e contestuali. In questo modo riesce a pervenire – attraverso un’attenta osservazione di una realtà che spesso si appiattisce su temi capaci di appassionare il basso ventre – a una sintesi originale e profonda, che interroga sul perché certi modi di raccontare fatti tragici catturino la nostra attenzione e rapiscano la sensibilità morale di molti più di altri.
Di fronte a un dibattito spesso dominato da ricostruzioni polarizzate e polarizzanti — che finiscono per tradire i presupposti ideologici da cui muovono — e incentrato sull’imperscrutabile (almeno per chi non disponga degli strumenti propri di un perito psichiatrico o di competenze analoghe, e dotato degli adeguati strumenti) terreno delle intenzioni e delle cause soggettive, il Professore invita, a mio avviso giustamente, a guardare e ad analizzare i fatti partendo dai fatti stessi, e non dalle emozioni che essi inevitabilmente suscitano.
E i fatti di Modena, come gli altri tragici eventi richiamati, restituiscono l’immagine di un fenomeno che sembra manifestarsi con crescente frequenza e che, soprattutto, appare associarsi alla diffusione di una visione del mondo che orienta e indirizza verso uno svuotamento di senso dell’esistenza: tra l’altro quella altrui, più che la propria.
Paolo Becchi dice
Hai colto il punto su cui volevo richiamare l’attenzione, mostrando i limiti delle due posizioni, Grazie
Paolo Becchi dice
Grazie
Dino Cofrancesco dice
Forse Becchi ha ragione!