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Nel «merito». Note critiche sull’ideologia meritocratica

15 Giugno 2017 di Giuseppe Tognon Lascia un commento

Il merito e la democrazia. Il merito è diventato il convitato di pietra di ogni discorso pubblico. Di quello privato lo è sempre stato, ma la novità è che oggi discorso pubblico e discorso privato paiono purtroppo coincidere. Meritare è diventato sinonimo di qualità, di successo, di prestigio. Che sia anche sinonimo di giustizia, interessa sempre meno. I sistemi pubblici si sono privatizzati e invocano riforme fondate sul merito; la politica trasforma in merito perfino il fatto di essere giovani, inesperti, puri, in una logica che rovescia la concezione prudenziale ed esperienziale di un merito costruito nel tempo. Nella scuola, dove dovrebbe essere coltivato con intelligenza, tenendo presente le esigenze delle diverse età e le disuguaglianze di origine, è diventato un tema ambiguo, tirato a destra o sinistra da pulsioni meritocratiche o da retoriche ugualitarie false. Nell’istruzione superiore il merito si è fatto strada in maniera burocratica attraverso un sistema complicato di valutazioni che è impotente di fronte al perdurare di antichi e malvagi costumi accademici. La sociologia e la teoria politica hanno messo ripetutamente in guardia dall’oscurità delle teorie meritocratiche, ma nessuno è stato in grado di sostituire, in una società (capitalistica e tecnologica) come la nostra, il merito con un principio migliore. La conseguenza è che la meritocrazia ha preteso perfino di diventare la medicina per la crisi della democrazia. Con dei rischi enormi. Se il sintomo della degenerazione del capitalismo e della società di massa è quello della mancanza di vere élites, ecco allora che la meritocrazia appare a molti l’unico modo per ricostruirle. Si fa finta di non vedere che la selezione per merito nasconde quasi sempre una selezione per censo e per relazioni e che, in un mondo in cui le asimmetrie crescono e la ricchezza si ridistribuisce sempre peggio, la meritocrazia rischia di diventare la tecnica per manipolare la società verso esiti antidemocratici. Al totalitarismo antidemocratico si contrappone la democrazia totalitaria, il guscio di un uovo senza tuorlo vitale.

La grazia del merito. C’è chi ha detto, ad esempio l’economista L. Bruni, che l’Europa cattolica è sempre stata meritocratica in un senso economicista più che evangelico e che, in una certa misura, l’eresia pelagiana dell’autosufficienza dell’uomo è al cuore del capitalismo, anche se a partire dal XVI secolo ha assunto una forma più spregiudicata. La Riforma protestante avrebbe voluto essere un antidoto alla cattiva visione cattolica del fare, che non poteva più funzionare in una nuova cultura borghese del mercato, e invece si sarebbe trasformata in un potente fattore di secolarizzazione. Senza addentrarci in questioni teologiche sul rapporto tra natura e grazia, possiamo comunque affermare che in epoca moderna il successo intellettuale ed economico sono diventati i nuovi segni del comando e i requisiti di una giustificazione per «grazia sociale» che ha ridotto l’importanza della «grazia spirituale» (le definizioni dono mie). La scissione tra la natura irrimediabilmente corrotta dell’uomo – come sostiene Lutero – e il suo organizzarsi da peccatore in una vita che in fin dei conti non conta ai fini della vita eterna, avrebbe aiutato il liberismo mercantile ad espandersi e il merito a trasformarsi nella misura del successo mondano. Anche in questo caso è bene essere prudenti. Sappiamo ad esempio che la vecchia accusa al protestantesimo di essere l’ideologia del capitalismo è falsa e che anche in ambito riformato vi sono state differenze significative tra diverse forme di santificazione dell’agire umano, ad esempio tra il francese Calvino e il tedesco Lutero. Contro le analisi materialistiche e positivistiche sulla evoluzione del capitalismo, all’inizio del XX secolo Max Weber ha posto le basi per un’analisi diversa dei processi di secolarizzazione. Il grande sociologo intese piuttosto dimostrare che, alla base di una civiltà, non ci sono soltanto le strutture economiche, come voleva Marx, ma anche le culture e le religioni. Abbiamo bisogno di varie forme di merito ed è necessario ragionare tenendo conto che l’opinione pubblica va educata alla complessità dei rapporti umani. È la tesi che emerge anche dal ragionamento di papa Francesco il quale, riflettendo il 27 giugno 2017 a Genova sul valore del lavoro e la dignità dei lavoratori, ha richiamato i cristiani a non farsi strumentalizzare da ideologie meritocratiche: «Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata “meritocrazia”. La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il “merito”; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi».

La prudenza del merito. Nel merito dobbiamo addentrarci con prudenza. Che cosa si deve premiare: le azioni fatte a proprio favore o a favore di altri? Chi è che le distingue? Chi è il giudice? Qual è l’istanza mediatrice? Tutto ciò dipende da fattori culturali di lunga durata che non possono essere riassunti in formulette e rispetto ai quali non si può pretendere di riscrivere o, meglio, abolire la storia. Le culture antiche avevano coltivato una dialettica tra forme diverse di merito che consentiva loro di tenere aperte le porte sia del cielo che della terra e di trasformare la dimensione mondana, il campo di gara, in qualche cosa di plastico e non, come oggi, di meccanico e di univoco. Nel cristianesimo cattolico ad esempio si parlava di merito di giustizia (meritum de condigno) per cui vige l’equivalenza tra offerta e domanda e di meritum de congruo  (merito di convenienza) per il quale la ricompensa poteva essere di maggior valore dell’impegno o del servizio prestato. Ancora prima, i Greci distinguevano tra axios e kleos, tra un valore prezzabile e immediatamente riconoscibile e un valore legato alla durata dell’esempio o dell’impresa realizzata, vale a dire dislocato riguardo agli interessi immediati. L’axiocrazia è da sempre strettamente legata al denaro e ai vantaggi derivanti dal potere, mentre altre forme di merito possono vivere solo in un orizzonte più vasto e ricco della antropologia e della politica. L’economia è ormai il motore delle democrazie e dello sviluppo e ciò è stato un bene – non sposo teorie pauperistiche – ma la nostra società economica ha dei costi umani terribili perché la sua forza è cresciuta molto di più della capacità delle democrazie di limitarne gli eccessi o, meglio, di distribuirne i dividendi secondo giustizia ed uguaglianza. Il mercato, nelle sue forme più intense ha prevalso sul diritto ma soprattutto è diventato costume interiore.

Merito e demerito del mercato. Non solo è giusto premiare il merito, ma è necessario, per contrastare la burocratizzazione, la sindacalizzazione corporativa, l’appiattimento consumistico… Ma proprio perché necessario, il merito dovrebbe essere costruito intorno a parametri antropologici veri. Invece, le teorie contemporanee del capitale umano, contribuiscono ad accentuare in maniera meccanica l’equazione costo-opportunità su cui si reggono: a un investimento in studio, impegno, innovazione deve corrispondere un vantaggio superiore al capitale di tempo e al mancato guadagno investiti. Il dono e la gratuità sono scomparsi dall’orizzonte teorico (per fortuna non da quello reale) del capitalismo. Se si osserva attentamente ciò che negli ultimi secoli è avvenuto nella relazione tra ricchezza e umanità, si vede che l’axiocrazia è diventata dominante soprattutto perché essa è muta, essa è muta, contribuisce al potenziamento del principio individualista della cultura moderna, dove l’uniformità degli individui è un assioma, cosicché tutti noi, prima di chiamarci per nome e cognome, siamo in qualche misura elementi indistinti di un corpo sociale, mattoni ingegnerizzabili. È la regola dell’assiomatica economica (tra axiologia, teoria dei valori, e assiomatica, c’è una un’analogia) per cui di ogni individuo si apprezza il fatto che è in salute, che è attivo, che è riproducibile e che produce buoni risultati. Tuttavia l’assiomatica si sposa male con la complessità sociale. Resistere alle teorie dell’omologazione per difendere la teoria dei bisogni – non dare parti uguali a diseguali – è la vera frontiera della democrazia contemporanea. La meritocrazia del capitale umano spesso è una finzione per trasformare le élites o i gruppi più forti in sette o in gruppi di potere.

False meritocrazie e populismi. Oggi in politica non contano le intenzioni ideologiche, che possono essere le più sincere e democratiche del mondo, ma il governo dell’economia e dunque la capacità di resistere alla disuguaglianza economica e culturale che tende sempre più a divaricare la massa dai vertici. Fare politica oggi significa ridistribuire, per non morire. Non si è ancora capito che i populismi non sono la risposta violenta al principio dello Stato sovranazionale, ma piuttosto all’idea che le «nostre» istituzioni, in primis il mercato, sono state espropriate da false meritocrazie. Che cosa hanno in comune i meritocrati e i leader politici? In sostanza il fatto che sfruttano il demerito altrui ma che raramente sono portatori di un merito proprio. È il bello della democrazia? Sì, se si pensa che sia un sistema in crisi, senza anima, del qui e ora. No, se ci si preoccupa di fare della democrazia il sistema in cui possa essere valorizzata anche l’idea del sacrificio per un mondo migliore, che è poi la speranza interiore tipica di ogni persona consapevole. Decidere che si possa dedicare la propria esistenza agli altri o a qualche cosa che non gode di grande valore economico non può essere il segno di una patologia o di una autoemarginazione. Sarà pure la scelta di una minoranza, come è per altro lo è anche di quella che cerca solo denaro, piacere e potere, ma almeno si assisterà alla logica del confronto tra minoranze attive, che è sempre stato il motore delle democrazie e la base per la costruzione di libere associazioni, partiti veri, giornali sinceri, scuole innovative. La meritocrazia egoista non ama la luce della discussione e la calma del confronto civile: quando è forte essa è muta e nel silenzio emargina i contrari; quando si sente minacciata da domande autentiche sul comune merito di vivere diventa invece rumorosa ed agita le bandiere del rinnovamento. Bisogna stare attenti.

 

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