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No democrazia no pace

16 Luglio 2026 di Gianfranco Pasquino 6 commenti

Ne «La Lettura» (12 luglio 2026), il supplemento libri del «Corriere della Sera», l’articolo di apertura di Maurizio Ferrera, Difesismo. Né pacifismo né bellicismo. La terza via, è dedicato ad un importantissimo tema di politica internazionale: come mantenere/ottenere la pace. Per garantirsi la pace (si vis pacem) tra i pacifisti, che pagherebbero qualsiasi costo per preparare la pace (para pacem), e i realisti, attrezzati per la guerra (para bellum), tertium ‘incomodo’ datur. Infatti, sostiene Ferrera, sono arrivati, espressione mia, ‘armi e bagagli’, i difesisti. Scoperta epocale: si vis pacem, para difesam. La mia semplicistica e, lo confesso, poco fantasiosa interpretazione, è ‘procedi a armarti con quantità e qualità’. Sento acutamente che c’è più di qualcosa che non va.

Ferrera e gli autori, i cui libri dello scorso decennio costituiscono il riferimento della sua amichevole analisi, sembra non abbiano mai sentito parlare di ‘dissuasione’. Negli anni sessanta del secolo scorso furono pubblicati non pochi volumi su questo argomento. Bisognava che gli stati, in particolare, gli stati occidentali si dotassero di armamenti tali da sconsigliare qualsiasi eventuale tentativo dell’Unione Sovietica di lanciare una guerra di attacco e di conquista. Questa linea di pensiero si tradusse in molte analisi, fra le quali citerò soprattutto quelle del grande studioso francese Raymond Aron, intelligentemente discusse da Luigi Bonanate, La politica della dissuasione (Torino, Giappichelli, 1991).

Discutere del difesismo senza segnalare i punti di convergenza e di divergenza con la dissuasione non consente di individuare ciò che è vecchio e caduco e ciò che è nuovo e utile. In maniera tranciante affermo che il vecchio contiene tuttora elementi solidi di grande importanza e che il nuovo, almeno come appare nella discussione di Ferrera, è davvero scarso e non in grado di ispirare svolte analitiche né politiche risolutive.

Anzitutto, enucleo le due componenti centrali della dissuasione: capacità di difesa e potenzialità di risposta. Entrambe servono, per l’appunto, come deterrente nei confronti di possibili aggressori che debbono sapere non soltanto che non riusciranno nei loro intenti, ma che potrebbero venire puniti, obbligati a pagare un prezzo elevato per la loro aggressione. In secondo luogo, l’elemento comune alla dissuasione e al difesismo è costituito dalla necessità, mi spingerei fino a definirlo un imperativo categorico, di armarsi con armi abbondanti, moderne, di qualità.

Non soltanto negli anni sessanta, si è detto che chi si arma innesca una corsa al riarmo. Questo riarmo accelerato talvolta è un po’ come la bellezza che, secondo una nota espressione anglosassone, ‘sta negli occhi di chi guarda’. Mi pare molto improbabile che il difesismo riesca a sfuggire a quegli occhi. Non promette affatto di riuscire a fare meglio della dissuasione che, ricordo, non a me stesso, ma a voi, lettori preoccupati, si dimostrò in grado di garantire quarant’anni di pace, meglio, di assenza di guerra.

La strada, come da qualche tempo vado ripetendo, è un’altra. Grazie a Immanuel Kant e con lui sostengo che si vis pacem, para democratiam, che, se la guerra la fanno gli stati abbiamo imparato e verificato che gli stati democratici non si fanno reciprocamente la guerra. Quanto più ampia è l’area delle democrazie tanto più probabile diventa che non vi saranno guerre. Un giorno, poi, elaborerò più a fondo. Nel frattempo, coerentemente, sosterrò che se fosse esistito uno stato palestinese democratico (vastissimo programma), Hamas sarebbe stato esautorato. E se la Russia non riuscirà a conseguire gli obiettivi della sua orwelliana ‘operazione militare speciale’ contro la democratica Ucraina ci saranno conseguenze negative sull’autoritarismo putiniano. Forse ci sono già.

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Commenti

  1. Giuseppe Ieraci dice

    17 Luglio 2026 alle 21:02

    Sulle prospettive della democratizzazione in Russia, riporto alcuni passaggi del mio commento ad un articolo di A. Malaschini in questo forum, alcune settimane fa.

    In passato abbiamo avuto esperienze di regimi ibridi o autocratici che, in virtù degli effetti inattesi del funzionamento delle stesse strutture date, hanno avuto delle svolte. P.e., una tesi consolidata è che la dissoluzione dell’ URSS e della Jugoslavia fosse legata al sistema federale che queste autocrazie socialiste si erano date, che se da un lato era funzionale alla distribuzione interna del potere, dall’ altro lato e nel lungo periodo crea le condizioni per il rafforzamento di poteri subnazionali che si affermano in congiunzione con le crisi e le tensioni del trasferimento del potere centrale (intendo: crisi post-Breznev in URSS, crisi post-Tito in Jugoslavia).

    In questa ottica, occorrerebbe capire:

    1. Se il post-Putin e lotte intestine che ne risulteranno possano aprire in chiave democratica la politica russa.

    2. Se le regole costituzionali in Russia oggi, per quanto manipolate a suo piacimento da Putin, possano giocare a questo stesso un “brutto” scherzo, facendo accadere l’ impensabile cioè che Putin finisca vittima del suo stesso gioco, perdendo inopinatamente una delle prossime elezioni che pure dovrà affrontare. Ma certo la posizione oggi delle opposizioni interne al regime russo non sono le più facili.

    Rispondi
  2. Giuseppe Ieraci dice

    17 Luglio 2026 alle 20:53

    Concordo con Cofrancesco che sia abbastanza problematico definire l’Ucraina attuale una democrazia. Troppi gli elementi che si potrebbero elencare ad alimentare il sospetto contrario, in primis il fatto che lì non si voti da un pezzo per il rinnovo delle posizioni apicali di governo, per non parlare dell’ uso disinvolto dei servizi segreti e della simbologia del potere, come nel recente caso della nomina dell’Esercito Insurrezionale Ucraino.
    Sì può condividere il punto di fondo di Pasquino e Attina’ che le democrazie non si fanno guerra, per quanto anni fa Panebianco (nel libro Guerrieri Democratici) avesse circoscritto il ragionamento, tuttavia il problema centrale resta la democratizzazione di Russia e Ucraina, entrambe e sulla base di una condivisione degli equilibri di potere in quella porzione dell’ Eurasia. Questo mi sembra ancora una prospettiva più difficile da vedere compiuta che non la democratizzazione della Russia. Insomma, anche se Ucraina e Russia diventassero pienamente democratiche, non so se il loro conflitto si attenuerebbe per incanto, o per la forza dei principi democratici.

    Rispondi
    • Dino Cofrancesco dice

      24 Luglio 2026 alle 9:29

      Forse gli scienziati politici farebbero bene a leggersi i classici–come non si stanca di fare Giuseppe Ieraci. Potrebbero meditare utilmente sul saggio n.6 del ‘Federalist’ scritto da Alexander Hamilton; ”
      |…| Tuttavia, nonostante la concorde ed unanime testimonianza dell’esperienza su questo punto particolare, non mancano coloro, idealisti o calcolatori che essi siano, che si dichiarano pronti a sostenere la tesi paradossale della verosimiglianza di una pace perpetua tra gli Stati anche qualora essi siano smembrati e divisi l’uno dall’altro. Lo spirito delle repubbliche (essi sostengono) è sostanzialmente pacifico; il commercio tende ad educare i modi degli uomini, e ad estinguere quelle tendenze bellicose che così spesso hanno degenerato in conflitti. Delle repubbliche mercantili come la nostra saranno molto difficilmente disposte a perdersi in rovinose lotte intestiate. Esse s’ispireranno ad un reciproco e comune interesse, e coltiveranno uno spirito di reciproca amicizia e concordia.

      Rispondi
  3. Dino Cofrancesco dice

    17 Luglio 2026 alle 9:53

    “la democratica Ucraina”?Si dice a Napoli “vulimme pazzia’?

    Rispondi
    • Gianfranco Pasquino dice

      17 Luglio 2026 alle 18:52

      e, noi, democratici conseguenti, non li strapazziamo, lasciamo che continuino a pazziare. C’è un tempo per studiare e capire e un tempo per pazziare.

      Rispondi
  4. Fulvio Attinà dice

    16 Luglio 2026 alle 22:57

    Il difesismo non tiene conto del fatto che lo stato che si dota di nuovi armamenti per difendersi non fa altro che provocare il ‘nemico’ a fare altrettanto con l’aggiunta di un qualcosa di più per avere la superiorità in caso di guerra. Ha ragione, quindi, Gianfranco Pasquino a ricordare il dibattito sulla corsa agli armamenti negli anni Sessanta che faceva seguito allo studio scritto negli anni Trenta dal matematico inglese Lewis F. Richardson che aveva dimostrato empiricamente la logica della corsa inevitabile agli armamenti. Lo studio di Richardson fu infatti ripubblicato nel 1960.
    Qualche politico collega difesa e deterrenza piuttosto che difesa e corsa agli armamenti. Se il riferimento è alla deterrenza nucleare e agli accordi degli anni Settanta e successivi, questo non ha nulla a che vedere con la difesa. Stati Uniti e Unione Sovietica, infatti, hanno sottoscritto accordi per fermare l’accumulo di sistemi nucleari e balistici che erano inutili una volta raggiunto il traguardo MAD o difesa reciproca assicurata. Il progresso tecnologico, d’altra parte, ha rimesso in moto la corsa ai sistemi di armamenti nucleari avanzati che è in corso.
    La discussione sulla teoria della pace democratica resta aperta: a conferma della tesi di Pasquino c’è il caso decisivo che la guerra tra gli stati democratici europei è scomparsa ma soprattutto perché, oltre ad essere democrazie, essi hanno integrato le loro economie.

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