Nel dibattito in corso sul suicidio assistito, la sua liceità e le sue condizioni di applicazione, la cronaca recente ha registrato due posizioni antitetiche: da un lato chi, in nome del principio di autodeterminazione, compie un gesto dichiaratamente politico, decidendo con un sorriso di prendere congedo dalla vita (i casi di Laura Santi e Martina Oppelli) e dall’altro chi, per timore della solitudine e dell’abbandono, chiede allo Stato di essere protetto dalla tentazione del suicidio. Si tratta della richiesta avanzata nel corso di un’audizione alla Consulta da un gruppo di pazienti in condizioni meno estreme di quelle di Eluana Englaro o di Giorgio Welby. Se passasse l’idea del suicidio assistito – afferma uno di loro, affetto da tetraparesi spastica – «io potrei richiederlo. E non voglio che lo Stato mi dia questa possibilità. La mia vita sarebbe meno protetta perché tutto dipenderebbe esclusivamente dalla mia capacità di resistere al dolore. Sarei lasciato solo, ricadrebbe tutto sulle mie spalle e, in alcuni momenti, è molto difficile fare affidamento soltanto sulla propria forza di volontà». Una vera e propria richiesta d’aiuto, dunque, che merita la massima considerazione e richiama la nostra società alla responsabilità inderogabile di assicurare ad ogni malato la migliore assistenza possibile, sia sul piano medico che su quello psicologico e spirituale. Verrebbe tuttavia da chiedersi se si possa attribuire allo Stato il compito propriamente etico di proteggere i cittadini dalle tentazioni. Per fare qualche esempio, si sarebbe mai approvata la legge sul divorzio? Per resistere alla tentazione di divorziare niente di meglio che negare il divorzio… Ma il divorzio venne approvato anche grazie a un referendum. Lo stesso si poterebbe dire per la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, a quella sul testamento biologico, e via di questo passo. Tra i requisiti essenziali di una buona legge è infatti il rispetto dei sentimenti collettivi. ‘Non ci indurre in tentazione’ potrebbe essere la regola dello stato etico che, inseguendo quello che il grande sociologo Vilfredo Pareto definiva «mito virtuista» rischieremmo di diventare. Meglio dunque pensare, se vogliamo continuare a vivere – e a morire – in uno stato liberale, ad una legge che, in linea con i principi costituzionali ispirati ad una simmetria tra diritti inviolabili e doveri inderogabili, anziché proteggere dalle tentazioni – attribuendo allo stato il diritto di intervenire nella sfera più intima della nostra esistenza – assicuri a ciascun cittadino il diritto di decidere della propria vita. Il che significa anche prendere sul serio quella paura e quella richiesta di aiuto, di sostegno della volontà di vivere contro la solitudine e l’abbandono. Ma per far questo occorre innanzitutto superare il perdurante vuoto normativo su un tema che viene evitato perché considerato divisivo ma che resta di fondamentale importanza se vogliamo essere una vera democrazia. Un punto di riferimento potrebbe essere la ben nota sentenza della Consulta che sembra tracciare, per così dire, il cammino ammettendo l’accesso al suicidio assistito in presenza di 4 condizioni: la capacità di esprimere un consenso libero e informato, l’irreversibilità della patologia, l’intollerabilità delle sofferenze fisiche o psichiche, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Sappiamo che il disegno di legge governativo, rimandato a settembre, è oggetto di un’intensa trattativa con la Santa Sede per evitare che la normativa sia in contrasto con la dottrina cattolica, la quale, tuttavia, – è bene sottolinearlo – ha fatto un significativo passo avanti in relazione al fine vita. Penso, in particolare, all’accettazione della sedazione terminale continua profonda, in presenza di condizioni estreme, che è di particolare interesse sul piano bioetico. Non si tratta infatti in alcun modo di un atto eutanasico e, ugualmente, nulla ha a che fare col suicidio assistito ma, come affermato dalla Società italiana cure palliative, si tratta di pratiche terapeutiche pienamente legittime e che vengono correttamente utilizzate per rispondere ai bisogni dei malati che si avviano alla fine della loro vita.
Si deve tuttavia aggiungere che, dinanzi al timore che concedere il diritto al suicidio assistito rischi di diventare una scorciatoia perché lo Stato non riesce a garantire una buona assistenza e a fare abbastanza per sostenere la volontà di vivere, non basta una legge, necessaria certo ma non sufficiente. Occorrono provvedimenti concreti, investimenti adeguati nelle infrastrutture sociali, nei servizi pubblici, nella formazione degli operatori, garantendo ad ogni persona gravemente malata l’accesso alle cure palliative – regolamentate dal 2010 con un’apposita legge e che hanno una funzione essenziale nella strategia terapeutica – e un adeguato sostegno psicologico in una cultura condivisa della cura e della dignità della vita in tutte le sue fasi.

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