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Nord Sud e logori clichés

20 Dicembre 2018 di Dino Cofrancesco 1 commento

[NdR: Con questo post, Paradoxaforum sospende le pubblicazioni per la pausa natalizia. Le uscite riprenderanno regolarmente il prossimo 8 gennaio. Un augurio di buone Feste a tutti i nostri lettori]

A Michele Magno

Sempre più una sfida Nord-Sud è quella che Alberto Mingardi, su «La Stampa» del 16 dicembre, vede all’opera in questo martoriato paese. «Destra/sinistra – scrive – establisment/populisti sono alcuni dei modi nei quali ci piace dividerci, quando andiamo a votare. In Italia esiste però una frattura molto più antica: quella fra Nord e Sud |….| esito di secoli di storia, che hanno lasciato in eredità culture e norme informali differenti nelle diverse regioni d’Italia».

Siamo alle solite: la nostra palla al piede è il meridione, accattone e statalista, segnato da una civic culture che sarà sempre refrattaria alla Weltanschauung liberale e all’etica del mercato. Per chi condivide questa immagine della bassa Italia è difficile spiegarsi come nelle sue terre desolate siano nate – a parte la lingua italiana alla Corte del grande Federico I – alcune tra le più grandi figure della letteratura, dell’arte, della storia, della filosofia italiana. Luigi Pirandello è stato un drammaturgo che ha parlato al mondo, Benedetto Croce uno dei filosofi più prestigiosi del XX secolo, Gaetano Mosca ha fondato la scienza politica moderna, per non parlare della massa di storici insigni, di scienziati, di giuristi, di artisti , di uomini di cinema e di teatro che hanno visto i natali a sud del Volturno. Il Sud è immerso nel Mediterraneo ma i momenti alti della sua cultura sono europei e sono i momenti che hanno prodotto l’illuminismo napoletano e – i patetici neoborbonici se ne dimenticano spesso – hanno arricchito la classe dirigente, politica e intellettuale, del Risorgimento nazionale di uomini di primissimo ordine, da Pasquale Stanislao Mancini, fondatore del diritto internazionale, a Francesco De Sanctis – il più grande critico letterario italiano di tutti i tempi. E inoltre, con buona pace della retorica pacifista (che oggi quasi ricorda Vittorio Veneto come evento luttuoso), il Sud ha dato all’esercito italiano generali ben più validi e competenti degli Alfonso Lamarmora, degli Enrico Cialdini, dei Luigi Cadorna. Mi riferisco a ufficiali come Giuseppe Salvatore Pianell, Enrico Cosenz, Nicola Marselli, Armando Diaz.

Sul piano culturale il Sud non è l’avamposto del Medio Oriente: è il mezzogiorno dell’Europa, come lo volevano i grandi meridionalisti da Francesco S. Nitti a Francesco Compagna, da Gaetano Salvemini a Rosario Romeo (quest’ultimo senza dubbio il maggiore storico italiano del secondo Novecento).

«Decenni di stagnazione economica e l’altissima disoccupazione giovanile, scrive Mingardi, consolidano l’idea, prevalente nel Sud, che la torta non possa crescere e pertanto l’unico obiettivo debba essere fare le fette in modo diverso» E la conclusione è che «Oggi la frattura tra ‘destra’ e ‘sinistra ha a che fare con altre cose (‘valori’, ‘diritti’) ma quella fra Nord e Sud è rimasta la stessa di sempre. Il pezzo di Paese che, per lo più, scommette sull’impresa contro il pezzo di Paese che, perlopiù, si appella allo Stato». È un’analisi discutibile che accredita l’idea che i meridionali si aspettano tutto dallo stato giacché non hanno il senso dell’economia moderna, non credono nel successo che si ottiene sfidando la concorrenza ma solo nei buoni affari che si fanno con la compravendita dei voti, con la protezione dei padrini, con i favori illeciti. In realtà, le cose non stanno proprio così. I meridionali non credono nel mercato giacché quello che conoscono non è quello di Dogliani, descritto nella straordinaria pagina di Luigi Einaudi dove «tutti coloro i quali vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano, doveri che non bisogna dimenticare nemmeno sulla fiera». Nel Sud non manca lo spirito imprenditoriale manca lo Stato che ne difenda efficacemente lo spazio dei diritti e della libertà. La Napoli di Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo non è un’invenzione del simpatico umorista-filosofo. Anni fa, una docente che insegnava nella provincia napoletana – in una di quelle inutili succursali degli Atenei storici che proliferano nel sud come ne nord – incontrando i suoi ex allievi si sentì dire che essi meditavano di andarsene in alta Italia in cerca di un lavoro. Dopo la laurea avevano aperto una pizzeria con piano bar che andava benissimo ma la camorra impose loro dei pizzi talmente alti da costringerli a chiudere l’esercizio. Con ogni probabilità quei giovani intraprendenti se si trasferissero davvero a Milano, a Torino, a Firenze contribuirebbero a fare la ricchezza di quelle città, se rimanessero nel napoletano non è escluso che riporrebbero le loro speranze nel ‘reddito di cittadinanza’.

Sì, è innegabile, il Sud «si appella allo Stato»: ma a uno Stato che non fa il suo mestiere di garante dell’ordine e della legge e al quale chiede, in cambio della mancata tutela, almeno il sussidio per poter sbarcare il lunario. E forse la colpa non è solo dei meridionali ma anche delle storiche famiglie ideologiche italiane, della loro antropologia ottimistica (e rousseauiana), della loro mancanza del senso di realtà. L’imposizione intransigente (e persino con qualche tratto di disumanità) delle regole ferree che assicurano la convivenza pacifica, diciamoci la verità, non ha mai fatto parte né dell’universalismo socialista né dell’universalismo liberale, né del buonismo cattolico. Eppure è tempo che esse acquisiscano la consapevolezza che in una comunità politica in cui non è passato Thomas Hobbes, John Locke è condannato a costruire sulla sabbia le sue istituzioni della libertà.

Un’ultima obiezione al nordista, liberista, brunoleonista Mingardi: ma chi l’ha detto che al Sud non interessano gli investimenti nelle infrastrutture? Ha conosciuto sardi soddisfatti della linea ferroviaria che collega Sassari a Cagliari (4 ore!) o siciliani contenti dei collegamenti tra Palermo, Messina e Catania? Dalla costituzione dell’Italia unita strade, ponti, acquedotti, ferrovie sono sempre stati i cavalli di battaglia dei grandi meridionalisti, liberali, democratici, fascisti, democristiani che qualcosa hanno pur realizzato. Detto brutalmente, noi non abbiamo, al nord e al sud, due diverse e opposte filosofie del lavoro e dell’impresa – una degli attivissimi settentrionali, l’altra dei fannulloni meridionali: abbiamo, invece, due territori diversamente ‘amministrati’: nell’uno, si vede, da vicino, «il cappello a due punte della coppia dei carabinieri», nell’altro, s’intravvede, da lontano, la coppola dell’affiliato di ‘cosa nostra’.

I governi italiani non sono stati in grado, per varie ragioni, di assolvere, in ciascuna delle vecchie comunità politiche preunitarie, ai compiti dello Stato moderno ma ciò non significa che nel nostro paese ci siano etnie diverse e incompatibili: se così fosse, non si spiegherebbero le migliaia di imprenditori meridionali, che nelle regioni più vicine al centro – v. l’Abruzzo e il Molise – hanno creato piccoli miracoli economici, industrializzando tradizionali settori agroalimentari (ad es. la pasta) e in quelle più lontane da Roma hanno continuato, con onore, pratiche industriali di grande pregio, avvalendosi dei classici prodotti della terra (dal vino agli agrumi dagli oli ai prodotti caseari). Sono anch’io d’accordo con Mingardi, con Vargas Llosa, con Angelo Panebianco che non di assistenzialismo hanno bisogno le aree ‘rimaste indietro’ ma di un’economia moderna e competitiva – liberale in una parola – ma temo che se non si prende coscienza del fatto che il problema dei problemi è l’ordine pubblico, continueremo a pestare acqua nel mortaio, per usare la metafora di un grande meridionalista ed eminente storico, Gaetano Salvemini.

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Commenti

  1. Maurizio Griffo dice

    9 Gennaio 2019 alle 20:50

    Condivido in toto l’analisi di Cofrancesco, soprattutto quando dice che “il problema dei problemi è l’ordine pubblico”.
    Aggiungo solo una considerazione: la creazione delle regioni ha penalizzato moltissimo il meridione italiano. Ma di questo nessuno parla.

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