Come è noto, venerdì 20 febbraio la Corte Suprema americana ha stabilito, nella causa Learning Resources v. Trump, l’illegittimità di buona parte dei dazi imposti da Donald Trump nel cosiddetto Liberation Day del 2 aprile 2025. La decisione è stata adottata a maggioranza di 6 a 3, con lo spostamento di tre giudici dal versante ‘conservatore’ a quello ‘progressista’: hanno votato infatti a favore della decisione anche il presidente della Corte John G. Roberts, estensore della sentenza, nominato da George W. Bush nel 2005; e Neil M. Gorsuch e Amey Coney Barrett, nominati da Trump rispettivamente nel 2017 e nel 2020.
Come ampiamente riportato dalla stampa, la Corte ha stabilito che le fonti normative invocate dalla presidenza per imporre i nuovi dazi (in particolare l’International Emergency Economic Powers Act, IEEPA, del 1977 ma anche il National Emergency Act del 1976 e il Trading with the Enemy Act del 1917) non costituivano sufficiente base per giustificare le iniziative assunte.
Nelle parole del Chief Justice Roberts, la Costituzione, art. 1, Sect. 8, «ha concesso al solo Congresso il potere di imporre dazi in tempo di pace» e «non ha investito di alcun potere di tassazione il ramo esecutivo». Le espressioni «regolare» e «importazioni», richiamate nell’IEEPA, non conferiscono quindi alla presidenza «un potere indipendente di imporre dazi sulle importazioni da qualsiasi paese, su qualsiasi prodotto, di qualsiasi misura e per qualsiasi tempo». Il Congresso nell’approvare la legislazione in esame non ha voluto «nascondere in essa una delega del suo innato potere di tassazione a favore del quotidiano potere di regolazione» dell’esecutivo. Nel corso della discussione è stata anche richiamata la cosiddetta Major Question Doctrine, principio interpretativo secondo il quale misure di significativo impatto politico ed economico non possono considerarsi implicitamente delegate dal Congresso all’esecutivo, pur in presenza di una ritenuta emergenza.
Non vogliamo qui approfondire gli aspetti giuridici della sentenza, né soffermarci sulle conseguenze che la sentenza stessa potrà avere sia sulle potenziali richieste di rimborso dei dazi già pagati, sia sugli strumenti che la presidenza sta individuando per riproporre in modo diverso le iniziative censurate dalla Corte. Ricordiamo solo che Trump ha già annunciato il ricorso alla Section 122 del Trade Act del 1974 per introdurre dazi del 15%, sia pure per un periodo temporaneo di 150 giorni, salvo ulteriore proroga del Congresso; e alle Sections 232 del Trade Extension Act del 1963, su dazi per beni specifici per ragioni di sicurezza nazionale, e 301 del richiamato Trade Act per contrastare pratiche commerciali illegali. Misure che richiedono però analisi complesse sia sui presupposti per la loro adozione che sui singoli settori sui quali intervenire.
Quello che ci interessa qui brevemente esaminare è il ruolo che la Corte Suprema ha finora avuto nell’affrontare le diverse iniziative della seconda presidenza Trump.
La Corte Roberts ha oggi una maggioranza di sei a tre a favore dell’indirizzo che, per comodità, possiamo definire ‘conservatore’. Ed è prevedibile, per ragioni anagrafiche, che nei prossimi anni il rapporto tra le due correnti, conservatrice e progressista, rimanga invariato.
Senza voler qui entrare in un esame dettagliato delle decisioni assunte, possiamo ritenere che quanto la Corte ha stabilito nel corso dell’ultimo anno è andato sostanzialmente a favore della presidenza, grazie anche ad una lettura della Costituzione (la cosiddetta unitary executive theory) che vede nella persona del presidente la figura che da sola incarna il potere esecutivo. Esempio di ciò è la decisione del 2024 nel caso Trump v. United States che, oltre a riconoscere a Trump l’immunità per gli atti compiuti come presidente, afferma che il suo ruolo di supervisione e di controllo amministrativo deriva dai suoi «conclusive and preclusive powers». Sono quindi poteri che né il legislatore né il giudiziario possono limitare. Una pronuncia di rilievo anche per i titolari di cariche pubbliche, sui quali la presidenza sembra così poter esercitare un potere assoluto di nomina e rimozione.
Va ricordato, sotto un profilo procedurale, che nel corso dell’ultimo anno la Corte ha fatto un uso assai ampio dei cosiddetti emergency docket powers per sospendere decisioni di Corti inferiori contrarie ai provvedimenti presidenziali. Si tratta di ordinanze provvisorie e temporanee che restano in vigore fino alla conclusione della questione nel merito. Il rinvio della pronuncia e la sospensione delle decisioni delle Corti d’Appello hanno tuttavia effetti di rilievo: si pensi alle richieste di espulsione di immigrati o al licenziamento di dipendenti pubblici che avranno comunque efficacia fino alla pronuncia nel merito. Tali decisioni difettano spesso di trasparenza e chiarezza nelle motivazioni e, non a caso, sono chiamate shadow dockets, «registri ombra». A fine gennaio 2026, poco più di un anno dall’insediamento, le richieste di sospendere (stay) le decisioni delle Corti d’Appello contrarie ai provvedimenti presidenziali sono state accolte in 22 casi e negate in 5. Un sostegno non indifferente per l’amministrazione.
La decisione più significativa a favore della presidenza, non tanto nel merito quanto anche qui sotto un profilo procedurale, si è avuta nel maggio 2025 nella causa Trump v. CASA. La questione riguardava i criteri di concessione della cittadinanza per i nati negli Stati Uniti garantita, dal XIV emendamento, a tutte le persone «nate o naturalizzate» negli USA. Un ordine esecutivo di Trump la negava però ai nati da immigrati irregolari o da possessori di visti temporanei. Tre corti distrettuali avevano adottato nationwide injunctions, ordinanze valide su tutto il territorio nazionale, contrarie alla nuova normativa. La Corte Suprema ha invece ritenuto che tali ingiunzioni invadessero il potere di normazione dell’esecutivo, stabilendo che le decisioni stesse avessero effetto solo nei riguardi dei singoli casi, limitandone quindi in maniera decisiva la portata. Questa pronuncia è stata definita da Trump «una gigantesca vittoria».
Potremmo continuare ricordando le decisioni della Corte che hanno riconosciuto all’esecutivo il potere di rimozione dei vertici delle agenzie governative a presidenza individuale. O quelle sul controllo dei flussi migratori, sulle politiche di espulsione o sulla deportazione di immigrati in paesi diversi da quelli di nascita. Ancora quella che ha consentito all’amministrazione, sia pure in via temporanea, di bloccare oltre 4 miliardi di dollari già stanziati dal Congresso per iniziative assistenziali all’estero. O quelle, giustificate dall’esigenza di tutelare i minori, sul diritto dei genitori ad allontanare gli alunni nelle scuole aperte a persone LGBTQ. Nonché, e ci fermiamo qui, la pronuncia nella causa Louisiana v. Callais sulla ridefinizione dei collegi elettorali, che renderà più difficili le misure oggi esistenti a tutela del diritto di voto dei cittadini afroamericani.
Quanto sopra ricordato rende quindi credibile il giudizio di chi vede la Corte Suprema, in quest’ultimo anno, assai disponibile verso le misure adottate dall’amministrazione; pur in presenza di diverse decisioni, al momento di minor numero e peso, contrarie alla presidenza.
In questo quadro si colloca oggi la richiamata sentenza sui dazi che, secondo molti, sta a dimostrare un imbarazzo sempre più forte dei componenti la Corte verso la politica trumpiana. Lo spazio ci impedisce di approfondire qui il problema ulteriore del se e quanto le iniziative di Trump abbiano aperto un solco anche con settori dell’opinione pubblica e con le tradizionali componenti repubblicane, legate ad una visione conservatrice, ma non populista, della politica nazionale.
Per quanto riguarda la Corte Suprema, una verifica potrà aversi fin dalle prossime settimane nella causa Lisa D. Cook v. Donald J. Trump. Lisa Cook è un membro del Board dei Governatori della Federal Reserve, nominata da Biden nel 2022. È stata accusata di aver reso dichiarazioni non veritiere al fine di ottenere un mutuo immobiliare. La decisione di Trump di licenziarla in ragione delle ritenute false dichiarazioni è stata annullata dalla Corte d’Appello del Distretto di Columbia il 15 settembre scorso. La Corte Suprema, respingendo l’appello di Trump per una decisione immediata, ha rinviato la discussione nel merito. Come sopra ricordato, la Corte ha riconosciuto il potere di rimozione presidenziale per tutte le agenzie governative con un vertice individuale. La decisione che la Corte dovrà assumere nei giorni prossimi potrebbe estendere tale potere anche ai singoli componenti di Agenzie a guida collegiale. Sarebbe una conferma ulteriore della teoria dell’esecutivo unitario, cui prima abbiamo accennato, che consegnerebbe a Trump un potere di nomina e rimozione quasi arbitrario, mai precedentemente goduto da alcun presidente.
La Corte, come sopra ricordato, in questo primo anno sembra al momento aver voluto evitare un confronto diretto con Trump, accogliendo i suoi provvedimenti in via temporanea nel richiamato «shadow docket», il registro ombra.
Ora è però giunto il momento delle decisioni nel merito. Dalle pronunce dei nove giudici dipenderà, fino alle prossime elezioni di midterm, il successo dell’indirizzo politico ed ideologico della seconda presidenza Trump. E il valore attuale di quei checks and balances che sono stati fino ad oggi a fondamento della democrazia americana.

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