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Partiti in crisi e simpatie populiste. L’Italia alla vigilia delle elezioni politiche

15 Febbraio 2018 di Claudia Mancina 5 commenti

Chiusa finalmente la fase (turbolenta come al solito) di composizione e presentazione delle liste elettorali, è partita la campagna elettorale vera e propria. Un campagna che si annuncia strana e per certi aspetti cruciale. Anzitutto, abbiamo una legge elettorale nuova, della quale è difficile prevedere il risultato. È scontato che nessuno dei tre soggetti principali in campo possa avere la maggioranza nel Parlamento; quali sviluppi possano prodursi, però, non è assolutamente prevedibile. È frequente da parte di opinionisti e di cittadini l’accusa alla legge Rosato di non produrre governabilità; ma è un’accusa insensata. In un sistema politico a tre punte, nessuna legge elettorale potrebbe produrre una scelta di governo, se non un ballottaggio nazionale, quale quello previsto dall’Italicum. Legge criticabile per alcuni aspetti, ma non certamente per questo. Neanche il Mattarellum, secondo le simulazioni fatte, darebbe quel risultato. Dunque le previsioni che si fanno in questi giorni appaiono per lo meno azzardate, se si considera la novità della legge e le conseguenti probabili novità nel comportamento degli elettori. Soprattutto si tende a sottovalutare l’incidenza dei collegi uninominali, che pur essendo solo un terzo del totale potrebbero cambiare i risultati proporzionali. I collegi uninominali reintroducono nel sistema un elemento maggioritario, e anche un elemento di ‘buona politica’: il rapporto diretto tra elettore e candidato, dove la scelta è fatta sulla persona, sulla sua capacità di rendere comprensibile e condivisibile la proposta politica del partito di riferimento. Qualcosa che abbiamo perduto da più di dieci anni, cioè dall’approvazione della nefasta legge Calderoli, detta Porcellum. Aspettiamo dunque di vedere che prova darà la legge Rosato.

Intanto, però, alcune cose si possono dire, non tanto sul sistema di voto, quanto sul sistema dei partiti. I partiti novecenteschi sono in crisi in tutta Europa, e anche negli Stati Uniti, dove per la prima volta a un outsider è riuscito di scalare uno dei due grandi soggetti della politica americana. Ci sono evidentemente ragioni strutturali per questo, che attengono allo spostamento di poteri e di politiche prodotto dalla globalizzazione. C’è anche probabilmente un logoramento delle culture politiche e della fiducia dei cittadini nella loro capacità di interpretare il mondo di oggi, non diciamo poi di cambiarlo. C’è, soprattutto, la diffusa rivolta contro le élites, che ancora una volta, come già agli inizi del secolo scorso, produce una crisi profonda della democrazia liberale. E, come allora ha prodotto dittature, oggi sta producendo forme di democrazia autoritaria. Si comincia nelle democrazie più recenti e più fragili, quelle dell’Est europeo, ma il successo, per ora parziale, dei movimenti populisti anche nei più solidi paesi dell’Europa occidentale minaccia l’espansione del fenomeno. Tra questi paesi, il più esposto al rischio è proprio l’Italia, dove il partito populista ha un seguito maggiore e una maggiore trasversalità. Non è questo il luogo per esaminare le responsabilità che in tale fenomeno hanno avuto sia il centrodestra che il centrosinistra, che invece di consolidare il bipolarismo hanno sempre strizzato l’occhio al populismo. L’Italia è il paese dove c’è stato Tangentopoli, un fenomeno senza eguali nei paesi a noi vicini, che ha distrutto i partiti allora esistenti e fortemente condizionato, attraverso il giustizialismo, quelli successivi. Oggi ci troviamo di fronte a dei partiti (ma sarebbe meglio dire liste) così evanescenti da dover mettere il nome del leader nel simbolo per darsi un minimo di identità. Solo il Pd e il Movimento 5 stelle fanno eccezione. Il primo perché, nonostante la crescente fragilità, è ancora un partito, ed è riconosciuto come tale da iscritti ed elettori, come testimonia anche la sorprendente raccolta del 2×1000. Il secondo perché non può smentire fino in fondo la sua retorica egualitarista. Lasciamo da parte il Movimento, che anche in questa fase ribadisce la sua struttura fortemente centralistica e autoritaria. Il Pd mostra la forza del suo personale politico, ma sempre più mostra anche la mancanza di una struttura organica. La centralizzazione operata dal segretario sulle liste non è un capriccio caratteriale, ma il segno di una crescente destrutturazione. Qualcosa che è molto preoccupante. Al di là della retorica sulla comunità, propria delle minoranze, il problema di una cultura comune, di una relazione fisiologica e democratica tra centro e periferia, non potrà non porsi dopo le elezioni. Comunque esse vadano.

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Commenti

  1. Gianfranco Pasquino dice

    16 Febbraio 2018 alle 10:34

    anche in questo caso mi chiedo perché NovaSpes non abbia suggerito a Claudia Mancina di leggere il fascicolo di Paradoxa dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia. Paradoxa lettera/lettura morta? Noto anche, con dispiacere, che non tutto quello che non ci piace a non piace a Mancina può essere etichettato come “populista”. E’ semplicemente sbagliato.

    Rispondi
  2. Stefania Fuscagni dice

    16 Febbraio 2018 alle 10:03

    Chiedo a Claudia Mancina se ha avuto una qualche incidenza nella politica italiana il fatto che Tangentopoli e la scomparsa dei partiti anticomunisti italiani sia avvenuta dopo la caduta del Muro di Berlino! Grazie. Stefania Fuscagni

    Rispondi
  3. Michele Magno dice

    16 Febbraio 2018 alle 8:07

    Stile limpido, analisi perfetta.

    Rispondi
    • Gianfranco Pasquino dice

      16 Febbraio 2018 alle 10:35

      anche in questo caso mi chiedo perché NovaSpes non abbia suggerito a Claudia Mancina di leggere il fascicolo di Paradoxa dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia. Paradoxa lettera/lettura morta? Noto anche, con dispiacere, che non tutto quello che non ci piace a non piace a Mancina può essere etichettato come “populista”. E’ semplicemente sbagliato.

      Rispondi
      • Michele Magno dice

        16 Febbraio 2018 alle 11:08

        Il termine populismo è ormai talmente polisemico, da farne una parola malata.

        Rispondi

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