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Preoccupiamoci per la scuola, ma non dimentichiamoci di pensare l’università

16 Novembre 2020 di Maurizio Ferrera 1 commento

Istruzione superiore ‘s.p.a.’, ovvero l’università-azienda. Secondo l’OCSE, è il modello verso cui oggi tendono gli atenei nei paesi di lingua inglese. Lo spostamento online della didattica, legato alla pandemia COVID-19, rallenterà sicuramente questo processo, ma non lo arresterà.

La direzione di marcia sarà comunque quella di competere a livello globale per offrire formazione avanzata a prezzi di mercato e attrarre il maggior numero possibile di studenti, anche intercettandoli direttamente nei loro paesi tramite sedi decentrate o corsi telematici. Questi gli obiettivi della formula ‘s.p.a’, con cui dovremo confrontarci presto da vicino: sulla scia della Brexit, le università del Regno Unito diventeranno sempre più aggressive nel contesto ormai globale dei servizi per la conoscenza.

Gli atenei del continente europeo partono svantaggiati in questa nuova gara, anche a causa delle barriere linguistiche. La commercializzazione non è però l’unica strada. Esiste infatti un altro percorso, già sperimentato in Germania e ora promosso da Bruxelles: creare network accademici fra paesi membri, capaci di affermarsi come poli di eccellenza nei vari ambiti della didattica e della ricerca. La logica della collaborazione prevarrebbe su quella della concorrenza reciproca fra atenei. A diventare competitivo sarebbe il sistema europeo nel suo complesso, grazie all’aggregazione dei suoi vari punti di forza (multilinguismo compreso).

Nel 2019 la UE ha selezionato e finanziato le prime diciassette «università europee», come vengono chiamate, forse con un eccesso di ambizione, le nuove reti di atenei. Nello scorso luglio se ne sono aggiunte altre ventiquattro. Alcune hanno scelto nomi evocativi di matrice greco-latina (come EPICUR o CIVICA), altre di ispirazione europeista (come 4EU+ o UNITE!).

Consolidare queste reti è una delle sfide più rilevanti per il futuro della UE dopo la Brexit. Non solo per richiamare studenti e ricercatori, ma anche per alimentare i circuiti virtuosi della società della conoscenza senza distruggere i pilastri fondanti della tradizione europea: attenzione al capitale umano da spendere sul mercato e insieme al capitale culturale e civico su cui poggia il nostro modello politico-sociale.

Per le università pubbliche italiane la sfida è enorme. Una ventina di atenei sono riusciti a entrare nelle prime reti UE, composte in media da sei o sette istituzioni di paesi diversi: un discreto successo, anche se la distanza con Francia o Germania è ancora elevata. Ora bisogna essere in grado di partecipare attivamente ai network, valorizzando appieno le tante qualità che sono presenti anche nell’accademia italiana.

Vi è innanzitutto un problema di risorse. Per l’istruzione superiore noi spendiamo poco più di mezzo punto di PIL, la metà di Francia e Germania, un terzo in meno rispetto alla Spagna. Persino Portogallo e Grecia ci battono. Grazie all’appello lanciato da Ugo Amaldi e sostenuto da moltissimi studiosi, il governo si è impegnato a investire 15 miliardi nei prossimi cinque anni, che ci porterebbe vicino ai livelli francesi. Ma il rafforzamento della qualità dipende anche da altri fattori.

A dispetto della supposta autonomia, gli atenei italiani sono ancora largamente vincolati da una impalcatura dirigista e centralista. La logica che prevale nella gestione delle università pubbliche è quella amministrativa: l’adempimento di norme. Qualsiasi problema di sostanza trova soluzione nella misura in cui riesce a collegarsi con una regola esistente. Tutto ciò che non è espressamente previsto tende, infatti, ad essere vietato o a restare in sospeso.

Questa sindrome riguarda, lo sappiamo bene, tutta la nostra pubblica amministrazione. Ma è deleteria per il mondo universitario. Le procedure e i tempi della nostra burocrazia oltrepassano spesso i limiti della comprensibilità per le controparti straniere.

Non si tratta di persone. È la cultura organizzativa che va radicalmente cambiata. Creando, peraltro, quello strato intermedio fra personale amministrativo in senso stretto e personale docente al quale, in altri sistemi, è delegata buona parte di quelle funzioni di servizio alla didattica e alla ricerca che in Italia gravano quasi interamente su piccoli gruppi di volenterosi.

La qualità riguarda però soprattutto il core business delle università: come si fa a riconoscerla e a valorizzarla sui versanti dei risultati scientifici e formativi? Forse anche per reazione al formalismo burocratico, la cultura accademica italiana è stata per lungo tempo indifferente se non ostile al principio della valutazione meritocratica, spesso schermandosi dietro al principio della libertà di insegnamento e di ricerca sancito in Costituzione (con ben altre preoccupazioni e finalità). Poiché la selezione è inevitabile in ogni contesto organizzativo, hanno così finito per prevalere i meccanismi tipici delle società arretrate: clientela e parentela.

Una ventina di anni fa si è cominciato a introdurre procedure di valutazione periodica delle attività accademiche. Ne è nato però uno scontro fra due opposti estremismi: il rifiuto per principio di qualsiasi controllo esterno da parte di piccoli e grandi ‘baroni’, da un lato, e l’ossessione ministeriale per il formalismo regolativo, dall’altro lato.

Lo scontro si è col tempo attutito, ma non è scomparso. Una parte del corpo docente continua a delegittimare in radice il principio della valutazione, la burocrazia centrale risponde irrigidendo e moltiplicando le procedure, nel tentativo – illusorio – di blindare l’imparzialità dei valutatori (e di difendersi dai ricorsi, che sono a loro volta il frutto della proceduralizzazione).

La valutazione è un processo delicato in tutti i paesi e per sua natura controverso. L’innovazione scientifica presuppone la libertà accademica, ma solo entro un perimetro di standard condivisi che sono gli stessi studiosi a definire. La disponibilità ad essere valutati è il dovere correlato al diritto di essere liberi nelle proprie scelte sui contenuti.

Con tutti i suoi limiti, l’introduzione della valutazione ha fatto bene all’università italiana: lo confermano le statistiche internazionali e lo riconoscono tantissimi docenti. Sta ora per partire il nuovo ciclo di valutazione della qualità della ricerca (VQR): speriamo che non ci siano polemiche e che anzi vi siano dei miglioramenti.

Del resto, se come docenti italiani crediamo nel modello UE dell’università «aperta, inclusiva e interconnessa» come alternativa alla commercializzazione, non possiamo sottrarci né al compito di definire collettivamente che cosa significa eccellenza, né al dovere di partecipare senza pregiudizi a quei processi imperfetti, per prove ed errori, che ci stimolano a perseguirla.

università

 

 

 

 

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Commenti

  1. Emidio Diodato dice

    17 Novembre 2020 alle 7:31

    Nulla da eccepire, ottimo intervento. Sopratutto il riferimento a un modello europeo che punti anche sul multiculturalismo e, aggiungerei, su buone pratiche di Internationalization at home. Non dimenticherei, però, che la valutazione è spesso percepita come strumento per tagliare i finanziamenti, specie per i piccoli atenei che, tra le altre cose, hanno difficoltà a far parte delle European Universities o di altri club esclusivi di Università

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