«Le nostre civiltà sanno di essere mortali», scriveva Paul Valéry in uno dei suoi Cahiers. E, purtroppo, quella liberale lo sta sperimentando. 21 paesi dell’Unione Europea, più l’Ucraina, hanno chiesto al Presidente della Biennale di Venezia di non riaprire il padiglione russo, a causa dell’aggressione putiniana a Kiev. È improbabile che pensatori come Locke, Kant, Stuart Mill siano i suoi punti di riferimento, ma certo Pietrangelo Buttafuoco, resistendo alle pressioni europee, dimostra di aver interiorizzato – più di tanti retori della ‘società aperta’ di destra e di sinistra – la quintessenza del liberalismo: l’arte della separazione, del tenere distinte etica e politica, arte e scienza, religione e diritto. Durante la Prima guerra mondiale non fu soltanto Benedetto Croce a mettere in guardia contro la politicizzazione dell’arte e della scienza, ma un analogo atteggiamento lo tenne anche Giovanni Gentile, nazionalista, sì, ma non ancora fascista: i liberali e i nazionalisti seri si guardavano bene, allora, dall’eticizzazione della politica, dal richiamo alle ‘missioni universali’, con cui i corifei degli Stati belligeranti volevano giustificare la carneficina dei campi di battaglia.
Volodymir Zelensckyj – un dittatore che gli europei non possono non difendere essendo stato aggredito da un dittatore più pericoloso di lui, che espone il mondo al rischio della terza guerra mondiale – vorrebbe trasformare la guerra contro la Russia in una guerra di civiltà, in una vera e propria crociata. «Volodymir le veult!». Gli sfugge, non avendo mai praticato la cultura liberale, che si è in guerra contro i governi, non contro i popoli e tanto meno contro i beni culturali che i popoli hanno prodotto e che sono diventati patrimonio dell’umanità. Scriveva Gentile, in Guerra e fede: «Un’opera d’arte distrutta dai nostri cannoni non è perdita del nemico, contro cui combattiamo; è anche perdita nostra». È un discorso che non vale solo per gli autori dei quadri e delle composizioni musicali, ma, altresì, per i loro espositori e per i loro esecutori. Alessandro Campi, uno studioso culturalmente a me vicino, nella sua intervista a «La Stampa» – Da Buttafuoco una iniziativa nobile ma non decide lui la fine delle sanzioni (14 marzo 2026) – ha detto: «La via delle sanzioni, non può essere decisa occasionalmente dal responsabile di una manifestazione culturale. È una decisione che deve essere assunta collettivamente. Perché le sanzioni nei confronti della Russia non le ha decise il governo italiano, le ha assunte l’Europa e noi le abbiamo condivise». È così, ma ci sono sanzioni e sanzioni. Qui non stiamo parlando di macchine e di petrolio, di embargo di armi e di depositi bancari, tutte cose che appartengono alla ‘feccia di Romolo’ ma di beni dello spirito, su cui non possono esserci divieti. Ai Creonti dell’Unione Europea vanno ricordate le parole di Antigone: «le leggi dei Celesti, non scritte, ed incrollabili, eterne vivono» e le leggi umane non possono agire contro di esse. Non ci può essere nulla di più contrario allo spirito dell’Occidente – oggi sbandierato fino alla nausea – dell’imporre divieti alle manifestazioni del pensiero. Quando l’Italia sottoscrisse, con gli altri partner europei, le sanzioni contro Putin, molti, a destra e a sinistra, storsero il naso ma il realismo politico impose (giustamente) al nostro paese di allinearsi agli altri europei. «Parigi val bene una messa!», si disse, ma non vennero ricordate le nobilissime parole con le quali il senatore Benedetto Croce, il 27 maggio del 1929, dichiarava il suo voto contrario all’approvazione del Concordato. «Una obiezione è: che quel che si è eseguito mercé il Concordato sia un tratto di fine arte politica, da giudicare, non secondo ingenue idealità etiche, ma come politica, giusta l’altro trito detto che Parigi val bene una messa. […] Come che sia, accanto o di fronte agli uomini che stimano Parigi valer bene una messa, sono altri pei quali l’ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi, perché è affare di coscienza”.
Buttafuoco si è mosso nel solco di Antigone e di Croce nella sua difesa dell’autonomia dell’arte, della scienza, della cultura. Si può benissimo essere in disaccordo con lui ma va riconosciuto quali siano la natura, il senso, il significato delle particolari sanzioni che si è rifiutato di far valere.
D’altra parte, il Presidente della Biennale può benissimo vietare alla delegazione russa di esporre manifesti di esaltazione di Putin e della sua ‘operazione speciale’ – certamente un vulnus del diritto internazionale –, ma non può espellere un artista (come in altri campi, non possono venir espulsi atleti, pianisti, orchestrali, registi etc.) solo perché, in cuor suo, condivide (o si suppone che condivida) la politica di Putin. Per questa via, vieteremo che si rappresentino a teatro le opere di Luigi Pirandello, il più grande drammaturgo del suo secolo, solo perché prese, con convinzione, la tessera del PNF. Negli Stati Uniti del ‘politicamente corretto’, ci si sta arrivando, ma nella vecchia Europa sarebbe il segno sicuro di una inarrestabile decadenza morale e soprattutto intellettuale.
E qui bisogna essere coerenti. Ho molta stima dell’amico Massimo Cacciari e ho apprezzato la sua difesa di Buttafuoco. Non mi convince, però, quando, in un’intervista al «Corriere della Sera», scrive: «Sono ancora più solidale con la condotta di Buttafuoco, perché proprio in un momento in cui occorre fare ogni sforzo per trovare un compromesso per chiudere questa immane tragedia alla quale assistiamo ormai da oltre quattro anni […] la riapertura del Padiglione facilita questo compito, a meno che non siamo tutti impazziti e vogliamo che la guerra continui in eterno, con costi di vite umane ed economici che gravano sull’Europa e quindi anche su di noi». Anch’io penso che occorra «fare ogni sforzo per trovare un compromesso per chiudere questa immane tragedia» della guerra ucraina, ma che c’entra con la Biennale di Venezia? Se la politica deve rimanere fuori del Tempio della Cultura, ciò deve valere anche per la politica che dà buoni consigli.

Dino Cofrancesco dice
Sacri testi? Non ci sono sacri testi liberali ma ,nella misura in cui si è liberali ,Cultura e Politica stanno su piani diversi. Le crociate vanno lasciate ai fascisti, ai comunisti, ai cattolici (non liberali). Se uno Stato viene invaso da una grande potenza è nostro dovere accorrere in suo soccorso ma” i valori di cui (sic!) noi liberaldemocratici continuiamo a credere” mettiamoli da parte…
Biagio De Marzo dice
Non mi convince, non mi pare giusto ricorrere ai sacri testi quando è in corso una così brutta guerra che nessuno si azzarda a lasciar perdere proprio per l’ingiustificabile sopraffazione di Puntin e della Russia nei confronti valori di cui noi liberaldemocratici continuiamo a credere.