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Perché la secessione dei ricchi sarebbe un male per l’Italia

4 Dicembre 2023 di Gianfranco Viesti Lascia un commento

Le richieste di autonomia regionale differenziata, così come formulate dalle regioni Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna, se soddisfatte anche parzialmente sono in grado di modificare profondamente in peggio la realtà del nostro paese. Per tre grandi ordini di motivi: perché a) configurerebbero la nascita di regioni-stato con amplissimi poteri a scapito dell’esecutivo nazionale; b) approfondirebbero il solco a danno dei territori più deboli nelle disponibilità economiche per la fornitura di essenziali servizi ai cittadini e alle imprese (e mortificherebbero il ruolo di Roma); c) spoglierebbero il legislativo di sue proprie potestà trasferendole a oscure commissioni, creando un vulnus alla democrazia italiana. Perché in realtà configurano una secessione dei ricchi, (come più articolatamente argomentato in G. Viesti, Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2023). Lo hanno documentato negli ultimi mesi istituzioni quali la Commissione Europea, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, il Servizio bilancio del Senato e in modo particolare la Banca d’Italia, specie con la sua Memoria del 30 giugno scorso. Vediamo i problemi.

  1. Nascono regioni-stato

Potere decisionale in tutte le politiche pubbliche: a) scuola; b) università; c) ricerca; d) sanità; e) infrastrutture; f) assetto del territorio; g) ambiente; h) acqua; i) paesaggio; l) energia; m) beni culturali; n) lavoro; o) previdenza complementare; p) attività produttive: q) immigrazione; r) coordinamento della finanza locale, con 500 funzioni potenzialmente delegabili. Richieste mai motivate con specificità regionali: nessun legame fra regione e competenza: tutte le regioni possono ottenere tutte le competenze. Richiesta di competenze amministrative (anche sottraendole alle autonomie locali) e legislative.

L’enorme estensione delle richieste regionali produrrebbe grandi difficoltà nel disegnare e attuare politiche pubbliche nazionali (il PNRR sarebbe impossibile) e di contribuire a definizione e attuazione di politiche europee (a partire da energia, infrastrutture, ambiente); difficoltà per il sistema delle imprese a causa di diversificazione normativa e procedurale in molti ambiti; forte riduzione capacità di governo nazionale e di grandi enti/agenzie pubbliche (es. sicurezza nei trasporti), con competenze residuali per ritagli di materie e ritagli di territorio, diversi da caso a caso. Progressivo, rilevante impatto negativo sulla città di Roma

  1. Maggiori risorse per le regioni più ricche

Per i meccanismi di finanziamento delle competenze eventualmente acquisite, è bene ricordare che le regioni non chiedono l’attuazione della legge 42/2009 (rimasta totalmente lettera morta per quanto le riguarda) ma meccanismi finanziari speciali e ‘concordati’ simili a quelli in vigore per le regioni a statuto speciale. In particolare, un meccanismo che consente loro di trattenere una percentuale prefissata di una parte del gettito fiscale. Meccanismo molto favorevole perché se il gettito fiscale nella regione cresce più che nella media, si acquisiscono risorse addizionali; se cresce meno c’è la garanzia di ricevere dallo Stato quanto oggi viene speso. È comprensibile la preoccupazione dei rappresentanti dei territori del paese a minor reddito perché questo potrebbe determinare un ampliarsi degli scarti esistenti, già notevoli. Anche perché acquisire quante più risorse finanziarie possibili è da sempre un obiettivo chiaramente enunciato (anche se ora messo in sordina) delle Amministrazioni Regionali di Lombardia e Veneto.

Si cerca di oscurare questo tema centrale con una discussione sui «livelli essenziali delle prestazioni»; ma non c’è nessun legame tra LEP (117.2.m) e autonomia differenziata (116.3); il potere di fissarli è del Parlamento: solo Parlamento può: fissare livelli mediando esigenze differenti (regioni più ricche hanno interesse a LEP più bassi; povere a LEP più alti); fissare obiettivi di servizio e tempi per raggiungerli; stanziare risorse. Alla luce di divari esistenti, raggiungere LEP omogenei fra regioni e comuni richiede impegno politico chiaro, grandi risorse e molto tempo. Invece il DDL del governo prevede invarianza di bilancio.

  1. Chi e come decide? Un ruolo marginale del Parlamento

Il DDL del governo stabilisce questo percorso: Richieste regionali trasmesse al governo; Negoziato governo-regione (nel 2019 fu completamente segreto); Approvazione in CdM di uno schema di Intesa preliminare; Parere Conferenza unificata; Atto di indirizzo del Parlamento entro 60 giorni; il Presidente del Consiglio valuta pareri e atti di indirizzo, a cui non è chiamato ad uniformarsi, e predispone lo schema definitivo dell’Intesa; Approvazione regionale dello schema definitivo; Voto di ratifica da parte delle Camere senza possibilità di discutere e emendare Intese. Poi si avvia decentramento nelle funzioni non-LEP; per le altre bisogna attendere la mera determinazione (non finanziamento) dei LEP. Tutto il potere di definire il trasferimento delle risorse umane, strumentali e finanziarie va alle Commissioni Paritetiche stato-regione che si esprimono tramite DPCM (sottratti a controllo Parlamento e Corte Costituzionale) e l’Intesa può essere rivista solo con consenso della regione. La legge di ratifica non può essere oggetto di referendum.

Un preoccupante salto nel buio.

Secessione dei ricchi. Italia divisa. Disuguaglianza.

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