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Premesse e volti del lungo Sessantotto italiano

17 Dicembre 2018 di Claudia Mancina 1 commento

Non fu il ‘68 a portare il vento della giovinezza nella società italiana. C’era già negli anni immediatamente precedenti. Io ricordo il senso di promessa, di apertura, di futuro. L’incontro tra Kennedy e Krusciov faceva sperare nella fine della guerra fredda. I Kennedy erano un mito anche per me che ero comunista; dall’Est europeo arrivavano critiche al comunismo sovietico a cui eravamo sensibili. Il Concilio mostrava una Chiesa finalmente aperta alla società, finalmente tollerante. Il mio prof. di religione mi diceva che io anche se non credente sarei stata salvata, perché ero di buona volontà. Non mi importava la religione in sé, ma capivo che era un fattore straordinario di apertura della società.

La lotta dei vietnamiti faceva sperare nella sconfitta della parte più cieca dell’imperialismo americano. Noi giovani ci sentivamo portatori di un mondo nuovo, che non passava necessariamente per una rivoluzione politica, ma culturale. L’episodio della «Zanzara» è del 1966. Si trattava di una iniziativa culturale di studenti bravi, certo non una contestazione dello studio o della scuola. Degli anni Sessanta è l’antipsichiatria; Basaglia comincia nel 1961 la sua lotta contro i manicomi. La Storia della follia di Foucault – uno degli autori più influenti del secolo, stranamente quasi assente dalle ricostruzioni di «Paradoxa» – è del 1961, pubblicato in italiano nel ‘63. Le parole e le cose è del ‘66.

Non so se sia facile oggi comprendere la ricchezza di quel panorama intellettuale, come esso segnasse la nostra vita quotidiana, in contrasto certamente con molte cose, soprattutto nella famiglia e nella scuola. C’erano molte incertezze, ma nello stesso tempo sentivamo che niente avrebbe potuto fermare la nostra forza. Eravamo pieni di ottimismo, pur nelle angosce per il possibile olocausto nucleare, o per le sopravvivenze di dittature (non scorderò mai la terribile impressione dell’esecuzione del comunista spagnolo Julian Grimau). Insomma, il ricordo che ho degli anni sessanta è quello di una stagione di promesse.

E penso che il ‘68, se da un lato ha portato a maturazione la novità che confusamente si sentiva, ha anche soffocato quelle promesse, prendendo quasi subito una deriva ideologica che sarà la base per il successivo terrorismo.

È sbagliato pensare che il ‘68 sia stato la causa del profondo mutamento sociale e culturale degli anni settanta. Piuttosto sono da identificare le premesse del ‘68. Le premesse stanno nella grande trasformazione sociologica e quindi culturale che l’Italia ha vissuto in un brevissimo arco di tempo, con il passaggio da società agricola a società industriale, con l’urbanizzazione, con l’esodo da Sud a Nord. E con l’impennata della scolarizzazione superiore.

Fenomeni impressionanti, a cui non corrispose una capacità della politica di governare i problemi e di approntare soluzioni. La società, insomma, si modernizzò rapidamente ma la politica non ne fu capace. Quella fragilità delle istituzioni e del sistema politico che oggi vediamo in tutta la sua drammatica dimensione si mostrava già allora. È innegabile che il ‘68 fu un movimento di giovani del ceto medio (borghesi e piccolo borghesi) che volevano di più dalla società che non era più la società povera e arcaica dei loro nonni, e nemmeno la società tesa nello sforzo della ricostruzione dei loro genitori, ma era già la società affluente. Come dicevo prima, una società piena di promesse: i giovani del ‘68 chiedevano di riscuotere quelle promesse. E guardavano con insofferenza a una politica che, per le note cause – mancanza di alternanza, schieramenti della guerra fredda, limiti culturali dei principali partiti, Dc e Pci (ma anche Psi) – appariva stanca e stagnante.

Per questo i toni di ribellione non erano del tutto fuori luogo. Del resto, se parliamo di ribellione alla famiglia tradizionale, dobbiamo ricordare che era la famiglia patriarcale del codice Rocco, quella del reato di adulterio e del delitto d’onore, della patria potestà e dei figli illegittimi. Altro che attacco alla famiglia!

Altra cosa è la ribellione all’autorità, una tendenza negativa che si palesa tuttora nel movimento 5 stelle e non solo. Forse il tratto più durevole del c.d. lungo ‘68 italiano. Il rifiuto di ogni autorità ha avuto un impatto esiziale anzitutto sull’università. Anche in questo caso la risposta della politica non è stata adeguata: se di una democratizzazione c’era certamente bisogno, la liberalizzazione degli accessi e la lunga elaborazione che porterà infine alla 382 (1980) hanno di fatto indebolito gli ordinamenti universitari inseguendo un astratto egualitarismo tra i docenti.

Ma la cosa più significativa e più negativa è la ribellione politica.

Qui dobbiamo distinguere tra due facce del ‘68: quella ‘desiderante’ e quella marxista. Sono due facce molto diverse. La prima è legata al maggio parigino e più in generale alla cultura francese, non senza influenza della psicoanalisi eterodossa. Ha portato molti cambiamenti, dallo spostamento di attenzione dal piano sociale a quello della libertà personale, alla rivoluzione dei costumi sessuali. Tuttavia far risalire a questi la virata della sinistra verso il cosiddetto dirittismo non mi sembra del tutto plausibile. Dopo il ‘68 ci fu nella sinistra una stagione di lotte sociali e di discorsi sulla soggettività operaia, che partivano dal ‘69, dall’autunno caldo, l’esperienza dei consigli, altro che diritti! Basti pensare a Trentin e a Reichlin.

Trovo altrettanto discutibile far risalire la rivoluzione femminile al ‘68. Certamente quell’esperienza fu importante per portare le ragazze fuori di casa, ma i movimenti femministi veri e propri cominciarono negli anni settanta in rottura con i compagni sessantottini, avendo constatato come il ruolo delle donne restava sempre subalterno.

L’altra faccia, quella marxista, è molto indagata negli articoli di «Paradoxa». In particolare penso agli articoli di Cofrancesco e di Griffo. C’è l’influenza di Marcuse e dei maestri di Francoforte. Ma soprattutto c’è una questione politica che è specifica del nostro paese, ed è ben trattata nel saggio di Corrado Ocone [NdR disponibile online], oltre che in Cofrancesco: il tema della rivoluzione tradita, che da Secchia e Longo arriva sino al ‘68. E quindi il recupero di un radicalismo che produce sia la lotta contro le istituzioni democratiche, intese puramente e semplicemente come borghesi e capitalistiche, sia la denuncia del tradimento da parte dei partiti della sinistra e in primo luogo dal maggiore, il Pci.

Nasce qui un filone libertario che, come dice Bonetti, ha una concezione mitica del potere, sempre cattivo, sempre oscuro, torbido e prevaricatore, e una concezione adolescenziale della libertà individuale. Due aspetti della stessa medaglia, che hanno nutrito la sfiducia nelle istituzioni della democrazia rappresentativa, quella sfiducia che è ormai diffusa in modo capillare nel senso comune italiano.

È giusto dire (Griffo) che l’orizzonte politico del ‘68, così legato al marxismo, era un sottoprodotto dello sforzo egemonico del Pci? Io direi piuttosto che era un sottoprodotto della doppiezza del Pci, se per doppiezza intendiamo la contraddizione intrinseca, ideale e politica, di un partito che era tra i fondatori della repubblica, e non rinnegò mai questo suo ruolo, e nello stesso tempo propugnava il superamento (fuoriuscita) del capitalismo e della democrazia borghese. E quindi il tentativo impossibile, per dirla con il libro appena uscito di De Bernardi (Fascismo e antifascismo), di non sciogliere il nodo gordiano tra l’appartenenza al campo totalitario e la scelta democratica.

Come dire che la doppiezza, per quanto chiarissime siano state le scelte politiche di Togliatti, ha fatto sì che il Pci continuasse a portare con sé lo scomodo bagaglio della resistenza incompiuta, l’equivoco sul concetto di democrazia, la tendenza rivoluzionaria e anzi ribellistica. Tanto più profonda quanto più rimossa. È questo aspetto del patrimonio del Pci che ha contato di più per il ‘68. Per questo, e non per l’egemonia del marxismo, una parte consistente del ‘68 virò verso la sinistra extraparlamentare prima e poi verso il terrorismo. Tra l’altro i maggiori teorici del marxismo italiano non ebbero mai alcuna indulgenza verso le ribellioni sessantottine. Paradossalmente ma non troppo, fu proprio l’esperienza del terrorismo a spingere il Pci ad un chiarimento maggiore, anche se ancora non definitivo, della sua identità politica, riconoscendosi pienamente parte dell’orizzonte democratico.

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Commenti

  1. Dino Cofrancesco dice

    18 Dicembre 2018 alle 10:02

    Davvero eccellente e controcorrente l’analisi di Claudia Mancina! credo anch’io che fu la doppiezza del PCI alle origini del lato oscuro del 68 e non il marxismo. Il marxismo è una ‘religione secolare’ che ha la profondità e il dogmatismo di tutte le religioni (secolari e non) strutturate e complesse. Sono le versioni che se ne danno a decidere il corso storico. In Italia i veri marxisti contribuirono al 68 assai meno degli eredi dell’azionismo flagellante e antifascista. Si racconta che Togliatti vedendo entrare alle Botteghe Oscure un giovane intellettuale vestito da partigiano lo apostrofò con le parole: «Compagno, la Resistenza è finita, se hai bisogno di un abito borghese ci penserà il partito a procurartelo». Ferruccio Parri non glielo avrebbe mai detto!

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