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Primato della politica e superficialità comunicativa

15 Novembre 2018 di Edoardo Tabasso Lascia un commento

Viviamo un’epoca di densità informativa, assaliti e assillati da informazioni e contenuti di ogni tipo.

Se le fonti si sono moltiplicate, la credibilità e la reputazione non sono garantite. Anzi sempre più si creano climi di sospetti trasversali che minacciano la fiducia dei cittadini, sempre più sviliti perché in troppe occasioni non possiedono strumenti adeguati per orientarsi, selezionare e adottare capaci di distinguere il vero dal verosimile.

In uno scenario nel quale la selezione delle questioni da porre all’attenzione delle opinioni pubbliche non è come in passato decisa da esperti e, sempre più, attraverso la Rete prodotta dal basso, per mezzo di criteri di popolarità, ad esempio il numero di like o al tenore dei commenti espressi sui social network. E dove si rischia di smarrire la percezione di ciò che è veramente importante e la capacità di rispondere in modo efficace ai problemi. E si esaspera la disinformazione, la deliberata creazione di notizie false per scopi politici o commerciali, e la misinformazione, la diffusione volontaria involontaria di informazioni false.

La disinformazione distorta e da spazzatura non è nata con Internet e tanto meno con i social media. Tutto è cominciato con i giornali, o ancora prima, e si è ingigantito poi con la radio e la televisione, per diventare capillare con le piattaforme sociali digitali.

Argomentare in modo semplicistico che Internet abbia rivoluzionato il mondo sarebbe un errore formidabile frutto di un determinismo tecnologico come chiave interpretativa secondo la quale tutti i cambiamenti sarebbero innescati dalle innovazioni prodotte dalla tecnologia.

La Rete ha spostato, confuso, mascherato, non smascherato, attraverso i social gli equilibri di potere. Ma non è questo che la comunicazione nelle sue innovazioni tecnologiche sociali e economiche provoca almeno dal 1500 quando la rivoluzione della stampa ha indotto cambiamenti epocali uno dopo l’altro? Per ora possiamo solo constatare che la Rete e i social hanno accentuato le radicalizzazioni delle opinioni dei pregiudizi.

Se da un lato gli effetti benefici di Internet sono noti, anche se guidati da una dinamica ancora poco chiara, quelli ambigui sono meno visibili, ma non per questo meno virali e dirompenti.

Il cyberspazio di Facebook e i mercati finanziari non conoscono confini, mentre aumenta, anche per effetto dei social network, la percezione della distanza da parte di chi si sente incerto, insicuro e in balia del vento della globalizzazione, rispetto a chi invece sembra essere partecipe dei processi globali.

Esiste una domanda politica legittima e comprensibile trasversale a tutti i ceti nazionali: l’autodifesa di società che si sentono impoverite e minacciate.

A questa domanda poche sono le risposte di buon senso arrivate da élite oramai ‘postmoderne’, ‘liquide’, ‘multiculturali’, ‘tecnocratiche’, senza senso autocritico, perché incapace di trarre lezione dai propri errori di percorso.

I giganti mediatici come Google, Facebook e Twitter entrano in campo, si schierano alimentando disequilibri comunicativi tra privacy, sicurezza, sviluppo tecnologico, politica e informazione. In mezzo una stampa indipendente che non ha una posizione di terzietà.

E non si è capito se si vogliono bloccare le ‘bufale’ in rete o le ‘verità negate’: quei fatti che la dittatura del politicamente corretto da qualche decennio nega.

Un politicamente corretto che da tempo ha smesso di considerare la rilevanza della realtà e dei fatti e dove la verità non è nemmeno più falsificata o contestata, ma assume un’importanza secondaria e senza significato Nel politicamente corretto non si offrono ragioni, ma tabù indiscussi e il solo sollevare anche questioni minime è considerato blasfemo nella nuova religione del politicamente corretto, non si crede perché essa è ragionevole ma solo per paura e assuefazione.

Un elenco implicito di divieti e di dogmi i nuovi tabù di cui è bene non palare, anche se, inconsciamente, quando sopravvive un minimo di spirito critico, lo si vorrebbe fare.

Invece di capire qual è il problema, si individua un colpevole generico, un nemico, un capro espiatorio di volta in volta! Dove le notizie che confermano quello che già si crede di sapere sono molto ascoltate. Quelle che non confermano le nostre credenze sono ignorate.

Non è tanto quello che non sappiamo ma soprattutto quello che ‘non sappiamo di non sapere’: riteniamo di avere un’opinione su tutto e per di più che sia quella giusta

E se la democrazia liberale è ancora la possibilità per una comunità di scegliere il proprio destino, un numero crescente di cittadini ha la sensazione di aver perso il controllo sul proprio destino.

Quindi non si abbia fretta di catalogare grossolanamente in un’unica categoria tutti i cambiamenti in corso senza l’umiltà di studiarli. Perseverare nella ricerca di scorciatoie e semplificazioni per spiegare fenomeni nuovi e complessi da analizzare significa essere incapaci di affrontare il cambiamento soprattutto quando non è quello che ci aspettiamo e non è quello che preferiamo.

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