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Putin vince la guerra delle parole

17 Ottobre 2022 di Raffaella Gherardi 1 commento

Dopo otto mesi della devastante guerra di aggressione / invasione russa dell’Ucraina dire che Putin sta largamente vincendo sui suoi odiatissimi avversari ‘occidentali’ dal punto di vista delle parole chiave che l’hanno accompagnata e l’accompagnano tuttora, anche su terreno avversario, può sembrare nientemeno che una provocazione. Mettersi a fare ora qualche riflessione a proposito dei concetti-base che da una parte e dall’altra vengono richiamati quali grida di battaglia o anche semplicemente dal punto di vista di un’analisi politico-storico-mediatica a largo spettro, può suonare infatti come del tutto sproporzionato rispetto alla carneficina putiniana sul suolo ucraino, ogni giorno arricchita di massacri, devastazioni e quant’altro. Pure immaginando un giorno ora utopisticamente assai lontano in cui gli storici del futuro possano guardare spassionatamente (?) ai drammatici tempi che stiamo vivendo, sicuramente non potrebbero fare a meno di notare come l’autocrate del Cremlino abbia iniziato e condotto le sue ‘gesta’ di aggressione di un Paese sovrano, in spregio a ogni principio di diritto internazionale, facendo appello a due semplicissimi concetti / grida di battaglia a valere all’interno e all’esterno. Da una parte la messa al bando della parola «guerra», sostituita dal benemerito concetto di una «operazione speciale» volta a purificare l’Ucraina da ogni eredità di «nazismo» (e chi per caso avesse usato in Russia il termine «guerra» avrebbe pagato questo errore a suon di anni e anni di carcere rieducativo), e dall’altra la crociata contro tutti i mali del vituperatissimo «Occidente».

Ora non occorre certo spendere molti commenti per constatare come tali grida di battaglia siano largamente accettate e fatte proprie dai pacifisti unidirezionali che da noi e altrove sono pronti a schierarsi sempre e comunque, in qualche caso anche con fior di argomentazioni teoriche, contro il Moloch americano, sempre uguale a sé stesso dal Vietnam, passando per l’Afghanistan e l’Iraq fino all’Ucraina, appunto. Non importa se l’aggressore in quest’ultimo caso sia qualcun altro e lo stesso Biden all’inizio dell’invasione russa avesse consigliato Zelenski di cercar riparo altrove. Per tutti costoro la via delle due parole-chiave di cui sopra, indicate da Putin, è senz’altro quella da seguire, così come gli itinerari eventuali e salvifici di una PACE senza se e senza ma e che nasconde invece il più prosaico obiettivo di una pax putiniana, costruita come semplice resa dell’Ucraina.

Il mio modestissimo obiettivo è ora quello di tentare di capire come mai e perché anche tanti di coloro che non sono disposti a tacciare l’Occidente come da sempre e indistintamente foriero di tutti i mali passati, presenti e futuri, né tanto meno a riconoscere in Putin una sorta di novello alfiere di un pacifico mondo multipolare, alla fine si ritrovino avviluppati in certe trappole categoriali di analisi o di uso di termini che, al di là delle intenzioni, non possono che rivelarsi oggettivamente come assai favorevoli per lo stesso Putin. Estremizzando mi sentirei di affermare che anzi alcune di questi giocano un ruolo importante nella legittimazione del suo potere, proprio come egli vorrebbe, persino da parte di alcuni suoi aspri critici. Due soli esempi in proposito. Prima questione: fin dall’inizio della invasione dell’Ucraina esperti a vari livelli di ambiti disciplinari diversi, dalla storia nelle sue varie branche fino alla scienza ora più che mai di moda della geopolitica, hanno più volte ribadito il mantra, anche dagli schermi televisivi, dai media e dai canali della cultura diffusa, secondo il quale la Russia è e si sente un IMPERO. Di qui l’invito a giudicare delle ‘gesta’ di Putin in Ucraina anche in relazione alla imperiale coscienza russa nel suo complesso, dalle profonde radici che affondano in una storia secolare, all’interno della quale la stessa Ucraina sarebbe da ritenersi parte integrante. Semplice domanda da parte mia a chi si fa carico di tali analisi: «Ma dove sta scritto che gli Imperi siano dei monoliti sempre uguali a sé stessi e che se ci sono regimi che vi si richiamano lo possano fare per legittimarsi in base a una sorta di atavico DNA ereditario che resta sempre uguale a sé stesso nel corso dei secoli? Forse che la storia non conosce altri gloriosi e plurisecolari Imperi che poi sono tramontati?». Seconda domanda che forse ha qualcosa a che fare col quesito appena posto: «Come mai, dopo che gli stessi pacifisti oltranzisti di cui sopra si sono mostrati davvero indignati del fatto che Putin potesse essere da alcuni apparentato con campioni del totalitarismo quali Hitler e Stalin, come mai in casa nostra e altrove ha trionfato l’abitudine di definire Putin (anche nella quotidiana cronaca politica dei giornali a proposito degli eventi drammatici della guerra in corso), col per lui iper-lusinghiero appellativo di ZAR?». Certo Putin non se ne sente offeso anzi, visto che qualche ardito e non tanto larvato paragone ha osato fare anche recentemente per sé stesso addirittura richiamando la gloriosa figura di Pietro il Grande!

Si dice che Erdogan ami davvero molto essere definito «Sultano»; da parte sua e senza alcun dubbio Putin si sentirà altrettanto esaltato dall’essere definito «Zar» da tanti esponenti delle imbelli democrazie che egli disprezza. Allora sarebbe davvero il caso di fermarsi un po’ a pensare di più alle parole, soprattutto quando queste possano trasformarsi in strumenti di battaglia niente affatto neutrali.

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Commenti

  1. Giuseppe Ieraci dice

    20 Ottobre 2022 alle 10:27

    Lodo il suo intento di denunciare le (cito) “trappole categoriali di analisi o di uso di termini che, al di là delle intenzioni, non possono che rivelarsi oggettivamente come assai favorevoli per lo stesso Putin”.
    Nel leggere il suo articolo però mi sfugge quali sarebbero tali trappole (“impero”, “zar”…tutto qua?) e soprattutto in cosa consisterebbe la sua disamina analitica e critica di queste “categorie” o “termini”.

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